Avevamo quindici anni. Appena fuori dalla stagione felice dello scoutismo da “esploratori e guide”. Alcuni di noi per la verità usciti fuori dalla porta dopo un sonorissimo calcione nel sedere. Ma poi rientrati per la finestra del noviziato Rover e Scolte grazie ad un Capo che per la sua integrità sarebbe diventato una delle persone più importanti della mia vita.

Ma eravamo già entrati in un’altra storia. Non più bambini alla ricerca di un gruppo che (per alcuni in sostituzione di una famiglia) potesse fornire un nuovo spazio di crescita e confronto, ma adolescenti che si offrivano a tutti i venti, sensibili alle voci di buoni maestri e, al tempo stesso, al canto di tutte le sirene.

Ma non volevamo rendercene conto. Almeno per alcuni di noi non era ancora venuto il momento di riconoscere questa transizione. Troppo bello era stato il tempo di prima, troppo sicuro quel porto salvo nel quale alcuni di noi avevano cercato riparo da tempeste della vita arrivate troppo in fretta, per avere la forza, la consapevolezza, il coraggio di dire: “è finita, quel tempo è finito, apprestiamoci a varcare una nuova soglia, ad abitare un tempo nuovo”.

Io più degli altri restavo attaccato a quella idea, a quel tempo, a quella situazione che in qualche modo mi aveva salvato, e poi per un attimo perduto, per poi salvarmi nuovamente.

Ci aggiravamo all’interno di questa fase più adulta dello scoutismo con svogliatezza, troppo attenti ad altri richiami, un po’ come fanno i fantasmi che strappati di colpo alla loro vita di un tempo non riescono a separarsi completamente dai luoghi nei quali hanno sempre vissuto.

E di questo naturalmente i capi si rendevano conto. Tant’è che un giorno uno di loro (non ricordo chi, devo dire che questa parte della storia per quanto fondamentale, mi sfugge nei dettagli) decise di metterci di fronte la realtà delle cose, di provocarci. Magari lui pensava che si trattasse solo di darci uno scossone, di rilanciare perché noi cogliessimo la necessità di operare a nostra volta un rilancio. Ma le cose andarono diversamente.

Ci riunì un pomeriggio nei locali del gruppo e ci mise fisicamente davanti ad un cartellone. Era diviso in due colonne: su una c’era scritto “Rover e Scolte” e sull’altra “Semplici amici”. E ci invitò a mettere il nostro nome nella colonna alla quale pensavamo di appartenere.

Tutto suonava come una provocazione, come un esercizio retorico. O almeno era questo quello che sentivo dentro di me. Non avevo dubbi: tutti avrebbero riconfermato la nostra appartenenza al gruppo.

Non ricordo se fu il primo a scrivere, non ricordo se fu l’ultimo. Quello di cui sono certo è che fu lui, e non poteva essere altrimenti. Il mio amico Vincenzo, colui che da sempre nel nostro gruppo, nelle nostre vite, aveva rivestito il ruolo di quello che improvvisamente, inaspettatamente (?), grida “il Re è nudo!”, si alzò e scrisse il proprio nome nella colonna “Semplici amici”. 

Ciò che per settimane, mesi, non avevo voluto vedere improvvisamente era scritto su quel cartellone. La sua evidenza devastante mi colpiva alla pancia e al cuore. Il tempo era passato, un’esperienza si era consumata, eravamo nuovamente individui (o forse lo eravamo veramente per la prima volta), senza rete di sicurezza, con tutta una vita davanti, da percorrere magari separatamente.

Cominciò in quel momento la diaspora. Negli anni ci saremmo nuovamente cercati, trovati, poi persi nuovamente. Due, tre, qualche volta più di tanti, per ricordare, per ripensare a quel tempo, certe volte per provare a fare ripartire un tempo nuovo, riuscendoci a volte per un poco, altre per un po’ di più. Ma senza riuscire a recuperare veramente quella magia che nessuno si illudeva di recuperare perché è la magia del tempo in cui siamo ancora fatti di una sostanza malleabile e i nostri sogni sono puri e senza confini.

A quelle persone che hanno cominciato la storia, poi, se ne sono aggiunte altre, appartenenti ad altre storie, provenienti da altri universi relazionali, a rendere questa storia più complessa e più ricca, più difficile da dipanare e proprio per questo più bella da raccontare.

Sono passati 40 anni. Ognuno di noi ha vissuto “una vita”, la propria. Eppure tutte comprese all’interno di quell’intervallo che Marco ed io, nei giorni scorsi abbiamo provato a tratteggiare utilizzando come “pretesto” il parametro de “il figlio”. Avremmo potuto utilizzare quello del lavoro, quello della famiglia, quello dei valori. Credo che avremmo finito per tessere la stessa rete: la rete della vita. Avrebbe provato comunque a rispondere alle stesse domande: come siamo arrivati fino a qui? Che cosa contengono i nostri zaini? Con chi vogliamo continuare il percorso? 

Giorni fa l’ho scritto su questo blog. Lo ho ripetuto in occasione di una celebrazione nella quale erano presenti alcune delle persone alle quali tengo maggiormente. Lo ho scritto e detto agli amici “…nel senso vasto della parola: moglie, sorella, sodali, parenti, compagne e compagni di scuola, persone viste una volta sola o praticate per tutta la vita: purché fra noi, per almeno un momento, sia stato teso un segmento, una corda ben definita…”. Ho scritto e detto che mi do un anno di tempo per stanarli. E come fece allora quel nostro capo, anch’io pongo nuovamente al centro del nostro spazio fisico e virtuale un cartellone con due colonne. Su una, questa volta, c’è scritto “semplici conoscenti” e sull’altra “Amici” (che adesso è della forbice l’estremo più alto). Chiamo me stesso ed ognuno di voi ad alzarsi e a scrivere il proprio nome sulla colonna che ritiene corrispondergli.

Che lo so quanto difficile è, in questo tempo di adesso, in cui la nostra rete personale di relazioni si è fatta così fitta e si è espansa in tante direzioni, in questa vita di ora che riconosce nel tempo il suo maggiore difetto esposta come è ad innumerevoli “carichi pendenti”, scrivere il proprio nome sulla colonna degli “amici”. Ma se è quello che vogliamo, se quello, all’interno del quale siamo stati incastonati un tempo, vogliamo riconoscere come nucleo centrale dal quale ripartire, troveremo assieme il modo per rendere il percorso pervio, il tempo sufficiente.

Ma ciò che non potrei tollerare è, da qui a quale mese, da qui a qualche anno, una riconferma puramente verbale della nostra amicizia magari in occasione dell’ennesima celebrazione, o peggio al capezzale di qualcuno, o a seguire un feretro.

Allora meglio che ognuno si alzi e, come fece Vincenzo un tempo, segni il proprio nome, con coraggio e coerenza, sotto la colonna “Semplici Conoscenti”. 

 

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8 pensieri su “Amici o semplici conoscienti

  1. La vita è fluida, il vero animo delle persone si rivela a poco a poco, le cose cambiano e poi ricambiano… Per caso sei deluso da qualche “amicizia” che si è rivelata non essere tale? Può essere che altre persone ti possano sorprendere in senso positivo. Lo dichiareranno con la loro silenziosa vicinanza, magari con un gesto grande, che rischiarerà un giorno (o più) della tua vita. 🙂

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  2. Fai bene a voler precisare, credo che oggi la parola “Amicizia” in effetti sia stata inflazionata, anche per colpa dei social e di internet…., non so se il mio pensiero sia giusto, ma per me conoscersi solo sul blog senza aver mai avuto una conoscenza personale nella realtà, non può chiamarsi amicizia.

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