Le ragioni di questo blog

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Uomo sono. Anch’io, ad intervalli, <<ad ora incerta>>, ho ceduto alla spinta: a quanto pare, è inscritta nel nostro patrimonio genetico”. 

Questo scrive Primo Levi nel 1984, ad introduzione della sua raccolta di poesie che ha come titolo appunto “Ad ora incerta” e lo fa per giustificare il bisogno che ci coglie, a volte, e che ci induce a scrivere in versi. Continua a leggere “Le ragioni di questo blog”

Insettella

Insettella

Devo dire che la polemica sull’introduzione degli insetti all’interno dei prodotti alimentari non mi sembra soltanto poco significativa, mi sembra soprattutto tardiva.

Volendo affrontarla in termini seri bisognerebbe fare un ragionamento lungo e complesso su quello che, in quanto esseri umani, consumiamo sul nostro Pianeta e del nostro Pianeta e quanto consumeremo continuando con l’incremento della popolazione che ha caratterizzato l’ultimo mezzo secolo. Bisognerebbe affrontare la questione relativa alla qualità del cibo che nell’era “pre insetti” consumiamo e quanto questa sia realmente e complessivamente più alta di quella che potrebbe essere la qualità del cibo una volta inseriti gli insetti nella nostra dieta.

Tutto ciò varrebbe la pena discutere non fosse che la polemica è, come dicevo, già di suo tardiva.

Cominciamo dalla normativa statunitense in materia di presenza di insetti nei cibi. Non sto parlando di insetti messi di proposito ma di insetti che ci capitano per caso. Stupiti? Ma perché credete che nel tempo e nel mondo del “tutto in enormi quantità” ci sia qualcuno che si preoccupa di togliere gli insetti, che ne so io, dalle granaglie prima della trasformazione in pasta o in lievitati? Pensate che qualcuno tolga le larve una per una dalla frutta che finisce per essere trasformata in marmellate, confetture, succhi? Certo, più insetticidi e pesticidi utilizzeremo nella coltivazione maggiore sarà la probabilità che questa quantità sia piccola. Bella soddisfazione!!!

Sentite cosa la normativa statunitense in materia (che è anche una delle più restrittive) dice in proposito: “gli alimenti possono generalmente contenere al massimo 50 frammenti di insetti in 50 grammi di prodotto”. Non so se mi sono spiegato? 50 frammenti di insetto in 50 grammi di prodotto (senza alcun riferimento per altro alla grandezza e al peso del frammento) !!! Il che vuol dire che quando vi fate qualche fetta biscottata con la marmellata o un bel panino con la nutella insieme a tutto questo avete ingurgitato anche l’equivalente di cinque mosche belle cicciottelle o di un paio di scarafaggiotti niente male. E questi sono quelli più rigidi. Volete sapere cosa dice in proposito la normativa italiana? Assolutamente nulla! Il che vuol dire che all’interno dei nostri alimenti può essere contenuta sin da adesso (e certamente lo è) una quantità illimitata “di pezzi di insetto” e, soprattutto, che non si fa alcun tipo di controllo per appurare quanti insetti ci sono nei nostri cibi. Ciò premesso direi, che ragionevolmente questo vuol dire: visto che “sgranocchiamo insetti” già da quando siamo nati perché mai dovremmo porci problemi adesso che, almeno, sarà chiaro dove, quanto e quali insetti mangeremo?

Dodici miracoli

Riscaldare con il proprio corpo una persona che sente freddo,
preparare un pasto con grande cura e con la stessa cura apparecchiare la tavola,
rimboccare le coperte,
accompagnare una persona molto anziana fino all’ascensore e non distogliere lo sguardo fino a quando la porta non si sarà chiusa,
dire: benvenuto,
dire: grazie,
sorridere senza una ragione precisa,
dire: mi sei mancato tanto,
dire: io non ho tanta fame, prendilo tu,
ascoltare l’altro con genuino interesse,
pensare di ogni persona, prima di giudicarla, che è stata un tempo un bambino e allora non volerla più giudicare,
credere che nessuno può volermi consapevolmente fare del male e non potere vivere senza fidarsi degli altri a priori e a prescindere.

Compiere ognuna di queste azioni come si dice una preghiera e sapere che ognuna di esse costituisce, a pieno titolo, un miracolo.

Sarà per la prossima vita

Una vita come fosse teatro.
E su quel prato d’erba finta
ad ogni spinta sul palco
è corrisposto un incontro.
Qualche riscontro ottenuto,
qualcuno muto che muto è rimasto,
un lavoro da catasto,
vasto, addirittura agrimensorio,
un lavorio di segmenti e rette.
E su sette miliardi
così pochi restati,
molti incontrati troppo presto,
molti troppo tardi.
Ma per quelli che non sono andati,
mandati da pagare ogni giorno
di cure e attenzioni esclusive,
pensieri e azioni
a riempire la testa,
ad esaurire il tempo.
E per gli altri, alla fine,
nulla resta
che abbia senso e decenza:
la parvenza di un contatto,
il tatto sostituito dall’udito,
un invito non onorato,
un contratto non firmato,
un patto infranto.
E come d’incanto
sono sul proscenio nuovamente
e davanti a me tutta la gente
che mai amerò.
Stò di fronte a loro chinato,
a coppa sul cuore le dita,
per dire: “signori e signore mi dispiace,
sarà per la prossima vita”.

Radici

In un tempo che non ricordo,

per ragioni che non so,

mi radicai al centro del pianeta.

È questo un fatto

da cui non discende alcun privilegio,

che non dà, per se stesso,

alcuna garanzia.

Non fosse per le scorribande,

con me che mi aggrappo alla sua schiena,

nelle notti chiare

attraverso il vuoto cosmico

ed io che non posso cadere,

ed io che urlo e canto

pazzo di gioia.

Non fosse per le mattine trasparenti

che i miei occhi attraversano

e il vento mi coglie

e mi agita tutto

tranne i piedi che ancorati al suolo,

al cuore della terra

guardano.

Non fosse per le foglie

che l’acqua e il sole nutrono

sulla mia testa,

dentro la mia testa

e lì esse ora sono sogni,

ora pensieri.

Un fiume impetuoso

Un fiume impetuoso

che mi passa accanto

di cui sconoscevo l’esistenza,

un canto non mio

che posso decidere

se intonare o meno.

Il freno che una divinità minore

impose un giorno al mio cuore

le cui ganasce

adesso sembrano allentarsi.

Alzarsi all’alba

nuovo come il giorno,

trovarti al ritorno

qua che mi aspetti.

Sono queste le cose

che più di tutte

mi sembra somiglino

alla felicità.

Il miracolo della neve

Il miracolo della neve

Forse era uno di questi giorni. Oppure era in febbraio, un po’ più avanti di adesso. Di sicuro ero in una scuola elementare, in una scuola elementare di Montevago (i miei amici Antonella e Giuseppe ricorderanno sicuramente). Conducevo un momento di formazione di quelli che noi educatori alla Terra chiamiamo “sessioni di interesse” e che ci servono a condividere un metodo che quasi trenta anni fa mi folgorò letteralmente sulla “via di Civitella Alfedena”.

Loro, le insegnanti (ricordo con chiarezza che erano tutte donne) sedevano davanti a me dando le spalle alla grande vetrata che ricopriva per intero uno dei lati corti della classe. Io in piedi, nella mia “dancing zone” (è così che il mio Maestro chiama lo spazio dove ci muoviamo un po’ convulsamente durante i nostri interventi ed è così che mi piace chiamarlo), guardavo e parlavo con loro e al tempo stesso potevo vedere quello che accadeva fuori, nel muto giardino invernale (poco più di un aiuola) che circondava la scuola.

Già, quando ero partito da Palermo, la mattina si apriva su quello che sarebbe stato un bel giorno di inverno, per come devono essere i giorni e per come dovrebbe essere l’inverno.

Poi, quando ero in classe già da diversi minuti, impegnato nella sessione, i miei occhi, che avevano indugiato per qualche minuto sui partecipanti, si sollevarono di pochi gradi per guardare fuori: e fuori nevicava. Non una nevicata così, non qualche fiocco tanto per dire, non grandine che la nostra immaginazione e speranza vuole farci credere sia neve, ma proprio una nevicata “come si deve”, una cortina fitta e leggera di fiocchi determinati a raggiungere il suolo e a restarci per tanto tempo e che, solo di tanto in tanto, si offrivano, in una danza leggiadra, ai capricci di una folata di vento. Ed io mi interruppi di colpo perché davvero non c’erano parole che potessero sostituirsi a tanta meraviglia. Chiesi soltanto alle maestre di lasciare perdere le mie fregnacce e che si girassero invece per assistere, in silenzio, al miracolo. E restammo così, seduti, per un tempo che non riesco a definire. Improvvisamente davanti ai nostri occhi ed in pochi secondi la classe (che già di suo è luogo sacro) si trasformò in santuario e noi in umili sacerdoti resi muti dal voto che l’uomo ha fatto con la divinità immanente all’inizio dei tempi: a lei la parola creatrice, all’uomo il silenzio che induce alla contemplazione. Il miracolo, quello vero, quello che non si presta a giochi di statue piangenti, quello che si annida nella nostra vita di ogni giorno, invisibile per chi è cieco, palese per gli altri, si dispiegava davanti ai nostri occhi, e noi eravamo lì per quello, ognuno di noi si era svegliato quella mattina e aveva compiuto la strada necessaria per arrivare in quel luogo, per quello, solo per quello.

Lentamente la nevicata ebbe fine. Senza parlare ognuno riprese la propria posizione e continuammo la nostra sessione.

Oltre lo specchio

Oltre lo specchio

Le cose ti tornano in mente per vie misteriose: un odore, il sapore di un dolcetto francese, alcune parole scambiate con l’osteopata, il rumore della pioggia che ti ha accompagnato tutta la notte e che ancora ti porti dentro. E oggi recupero un ricordo, uno di quelli che ogni volta che torna mi fa dire: “è uno di quei ricordi che resteranno con me fino a quando vivo”. E poi, finito di dirlo, finito di ricordarlo, anche lui torna in quel luogo di nessuno (neanche mio che lo porto dentro) dal quale non sai mai se riuscirai a recuperarlo nuovamente. L’oblio d’altra parte a questo punto è un rischio concreto visto che è un ricordo risalente a trentacinque anni fa.

Ero in Malesia durante la mia mitica Operation Raleigh, una spedizione scientifica internazionale che coinvolgeva giovani di tutto il mondo in spedizioni sparpagliate per tutto il mondo. Ero nella seconda fase della spedizione, isola deserta nel mare al sud della Cina, nome dell’isola: Pulau Tinggi, ricerca subacquea per conto del governo malese che in quella zona di barriere coralline voleva creare (cosa che poi fece) un’area protetta. Due immersioni al giorno, qualunque fosse il tempo, fuori e dentro il reef, innumerevoli transetti sulla barriera. Per le 17 però tutti dentro perché verso quell’ora si scatenava sempre una specie di piccola tempesta che da lì a pochi minuti ci avrebbe restituito ad un cielo limpido e stellato.

Poi un giorno usciamo un po’ più tardi nel pomeriggio, forse qualche inconveniente, un contrattempo tecnico. In programma un’immersione profonda: – 55 metri. Ci caliamo che già all’orizzonte si vedono i soliti nuvoloni color pece. Facciamo la nostra immersione, cominciamo la risalita, a tre metri dalla superfice ultima sosta di decompressione. E a quel punto, dopo essermi stabilizzato con il gav per potere stare fermo per qualche secondo a quella profondità, alzo gli occhi verso l’alto. E fuori ha cominciato a piovere. Ed io improvvisamente sento, con una forza con la quale non lo avevo mai sentito prima, di abitare un universo parallelo. La mia superficie non è quella sulla quale impattano le gocce di pioggia, è quella opposta, quella nella quale le gocce penetrano per un brevissimo tratto e poi ribalzano nuovamente all’esterno, in quell’altro mondo. Sono dentro “Alice allo specchio”, sono in una di quelle misteriose ed inquietanti opere di Escher nelle quali non sai più chi sei tu, se sei il pesce sotto la superficie, se quella è superficie, dove finisce il cielo e comincia il mare, se sei osservatore od osservato. Ma più di tutti, più di ogni altra cosa io allora (e per quei pochi metri che mi separavano da quel confine) sono stato felice, ho sentito che il Pianeta mi parlava con una lingua mai sentita prima, ho partecipato di una meraviglia che ti cambia per sempre. Ecco, questo “è uno di quei ricordi che resteranno con me fino a quando vivo”.

I Quattro Precetti

Deve esserci una preghiera

per ogni boccone di pane,

una preghiera a narici

ed occhi spalancati

per cogliere il miracolo,

per sentirne il profumo.

Un grazie per ogni dono,

fosse anche un respiro,

e un altro respiro,

e poi un battito,

e un altro respiro ancora.

E grazie, grazie, grazie,

e di nuovo grazie,

e poi un canto

intonato ogni volta

che sull’orizzonte

apparirà il sole.

Un canto sommesso

ed uno a squarciagola

a respingere le ombre

e fare spazio alla luce.

E infine un racconto

quando si inoltra la sera,

un altro durante la cena,

uno con la voce che trema

quando ti accorgi

che tutto ciò che ami

è ancora lì

davanti ai tuoi occhi.

Ed infine l’ultimo,

bisbigliato,

sul confine del sonno.

L’Apoteosi

In queste ore Palermo vive la sua apoteosi. E’, al contempo, un’apoteosi divina e ferina e d’altra parte non potrebbe andare diversamente in questa città. Nelle stesse ore in cui il Santo attraversa le vie della città e viene esposto per la pubblica adorazione, sempre nella stessa città, sempre fra le stesse strade, viene catturato il Mostro ed immediatamente offerto al pubblico ludibrio.

E noi palermitani dove siamo?

Noi palermitani siamo dove siamo sempre stati (e dove probabilmente saremo per sempre), siamo nel mezzo, siamo nella comoda zona grigia, quella che più di tutti amiamo abitare.

Siamo il mostro? Non sia mai (nsa ma DDiu)!!! Noi siamo brava gente e l’esistenza del mostro ci fa sentire tanto più buoni. Noi quelle cose lì non le faremmo mai e uno come lui ci serve per sentirci automaticamente redenti dai nostri piccoli peccati, dai nostri egoismi sdruccioli che continuiamo, sdoganati dalla sua inarrivabile malvagità, a coltivare immersi nel traffico di questa città o all’ombra delle nostre case.

Siamo il Santo? No il Santo no. E come potremmo d’altra parte? Lui solo è il Santo, di Santo ne nasce uno ogni morte di papa (vedi un po’ le coincidenza inverse) e noi, poveri mortali, mai e poi mai potremo aspirare a tanta santità. In questi giorni continuiamo a dire e scrivere “non preoccuparti Santo, continueremo noi il tuo lavoro…portiamo noi la tua croce sulle nostre spalle…le tue idee cammineranno sulle nostre gambe” ma è chiaro che ognuno di noi sta pensando alle spalle degli altri, alle gambe degli altri.

E così continuiamo, redenti e salvati dal Santo e dal Mostro, nel nostro sereno incedere in tanto urbano grigiume. Peccato che per completare la trinità del nostro pantheon palermitano manch

Della felicità, del calcio e dello stadio Diego Armando Maradona

Della felicità, del calcio e dello stadio Diego Armando Maradona

Quello della felicità è territorio impervio. Ti sembra di mettere i piedi su terreno solido e sei già per metà immerso nelle sabbie mobili. Ti sembra di nuotare in acque limpide e aperte ed improvvisamente ciò che era liquido si trasforma attorno a te in sostanza vischiosa e impenetrabile. Quello della felicità è veramente territorio impervio ed io già lo sapevo mentre organizzavo questa tre giorni con il Mio Adorato, forse l’ultimo tempo congruo assieme, io e lui da soli, prima del tempo del distacco, di questo agosto che viene troppo in fretta, calzando gli stivali delle sette leghe.

Allora mettendo da parte la mia avversione per il calcio, ché a me piace pensare che risalga al tempo in cui Berlusconi diventò presidente del Milan (che era la squadra per la quale prima del suo avvento tifavo), gli ho detto “che fa, ci vuoi venire con me tre giorni a Napoli in occasione della partita dell’anno Napoli-Juve” (lui per ragioni misteriose tifa Napoli). Figurarsi se quello perdeva questa occasione. Solo che lui non lo sapeva, o forse sì, che era un viaggio che ne replicava un altro fatto più di cinquant’anni fa, con una nave simile a quella, in una città simile a quella, con l’unica differenza che colui che adesso è padre allora era figlio come è lui adesso e l’acquario di Napoli, che allora mi sembrò enorme, oggi assume le sue reali dimensioni (o forse no, e le sue reali dimensioni erano quelle di allora?). E poi ieri sera eravamo finalmente nel “catino del Diego Armando Maradona” (lo vedete che se anche non mi interesso più di calcio parlo ancora perfettamente il linguaggio del telecronista sportivo!?!?!) e per quanto mio cugino avesse fatto un miracolo nel trovarci i biglietti non eravamo seduti accanto e nemmeno vicini. Io in un punto della zona distinti e lui ad una quarantina di metri da me accanto a cugina e fidanzato della cugina. Ed io a rosolarmi per tutto il primo tempo in quella sostanza grassa come la sugna che è il rimpianto: “quanto sarebbe stato bello vedere accanto a lui la partita…ma in fondo è la sua felicità che conta e non la mia e lui in questo momento è sicuramente felice anche se io non sono accanto a lui”. E poi un posto si libera accanto a me e tutto il tempo da quel momento a friggere nell’olio leggero del rimorso futuribile: “e se gli dico di venire e poi il Napoli perde? Lasciamo stare e teniamolo lì tranquillo dove è”. E poi nell’intervallo un salto da lui per dirgli facendo finta di niente: “guarda Zacco che c’è un posto libero accanto a me”, e lui che mi risponde “lascia stare papà, resto qui con Giorgia”. E poi venti secondi prima che ricominci la partita me lo vedo arrivare, scomposto e confuso come è sempre, che ci ha ripensato e che vuole stare vicino a me. Ma il posto nel frattempo se lo è preso un signore che anche lui aveva il suo un po’ distante dalla sua famiglia e che però, anche lui padre, una volta visto i miei occhi supplichevoli ha detto: “va bene, io in fondo sono più vicino ai miei di lei, preferisco che siate voi a stare vicini”. E ho pensato che certe volte il mondo funziona per come dovrebbe, e ho messo da parte ogni grasso di cottura, e abbiamo esultato assieme per il 3 a 1 e per il 4 a 1 e poi ancora per il 5 a 1 e avrei voluto che il Napoli non finisse mai di segnare, non che me ne freghi niente del calcio, ma per unire alla sua la mia voce, per sentirmi uno con lui anche in una situazione così insulsa, per prolungare ancora per un po’ questa “nostra infanzia” che è dono della divinità e dell’umana perseveranza. Lo vedevo accanto a me così grande ed io mi sentivo così piccolo, così piccolo e così fragile ma al tempo stesso così felice.

Dicevo che la felicità è un territorio impervio ed io ieri sera lo ho attraversato, lo ho percorso in tutte le direzioni, accanto all’uomo della mia vita senza sapere se quella vita ci darà ancora la possibilità di affrontare altri cimenti simili in futuro.

E per quanto, come ho già scritto diverse volte, a me del calcio non me ne freghi niente, vuoi mettere la soddisfazione di vedere quegli stronzi della Juventus perdere 5 a 1!?!?