Le ragioni di questo blog

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Uomo sono. Anch’io, ad intervalli, <<ad ora incerta>>, ho ceduto alla spinta: a quanto pare, è inscritta nel nostro patrimonio genetico”. 

Questo scrive Primo Levi nel 1984, ad introduzione della sua raccolta di poesie che ha come titolo appunto “Ad ora incerta” e lo fa per giustificare il bisogno che ci coglie, a volte, e che ci induce a scrivere in versi. Continua a leggere “Le ragioni di questo blog”

Alla fine di ogni sguardo

A questo punto del tempo

non resta niente di ciò che ero.

Adesso sono la casa che abito,

il mio eterno incedere per crinali,

loro che mi camminano davanti,

gli istanti che mi separano dall’alba.


Osservo tutto come dall’esterno

e trovo il me di adesso

nell’odore umido del bosco

una volta traversato il suo confine.


Alla fine di ogni sguardo

a volte lancio un grido silenzioso,

altre sorrido.

Il senso del presepe

Il senso del presepe

Il senso del presepe si coglie più nel disfarlo che nel comporlo. Mentre lo fai tutto ti sembra incongruo, un assemblaggio improprio attuato a partire da pezzi che non appartengono allo stesso disegno, allo stesso progetto. Metti tutto assieme nel tentativo di creare un paesaggio, di trasformare quello che fino a poco fa erano elementi disomogenei in una storia.
Alla fine, come ogni volta e rispettando quello che è rito nel rito, dirai che bello come quest’anno non è venuto mai, ma dentro lo senti che solo l’erba e il muschio disposti strategicamente coprono i buchi di qualche cosa che non è struttura ma semmai racconto stentato. Poi passano i giorni, il presepe diventa prima di tutto elemento componente la casa. Smette quasi subito di essere corpo estraneo e si annida in un angolo dal quale comincia a produrre i suoi effetti. Le luci accese di sera, Gesù e i Re Magi a tempo debito, lo sguardo, tuo e dei bambini, che indugia su quello che non è già più il pezzo o il personaggio ma che ha cominciato a configurarsi come una scena: il pescatore che cala la sua lenza nel laghetto, la signora che vende le verdure e accanto a lei il venditore di angurie (che mai e poi mai si sarebbero incontrati visto che lei arriva in tempi recenti da un negozietto di Spaccanapoli e l’origine di lui si perde invece nella notte dei tempi), i gemelli (frutto di un secondo acquisto incauto di mia madre che aveva dimenticato di avere già comprato il primo) che appaiati entrano nell’osteria.
E poi viene il momento di smontarlo ed è allora che ti accorgi che qualche cosa è cambiato, che si è verificata una sorta di magia e che ciò che prima ti era sembrato incoerente adesso è racconto, è villaggio, è indirizzo al quale è possibile inviare una lettera, al quale rivolgere un pensiero.
Mentre lo disfi ti accorgi che le case si sono fuse con le rocce di sughero, il pastore è coerente al proprio gregge, la natività emana un significato che pervade e unifica il racconto. I pezzi hanno trovato la loro conformità ad un disegno, il disegno si è elevato a progetto, il progetto ha modellato la realtà, la realtà si è fatta narrazione. E mentre riavvolgi ad una ad una le statuine nella carta di giornali vecchi di cinquanta, trenta, dieci anni ti chiedi se quella che racconterai è una strana storia sul presepe oppure una metafora della tua vita.

Ilice di Carrinu

Ilice di Carrinu

Sono qui

e cerco rime

per parole fra di loro

troppo lontane.

Immane

mi sembra la notte

e il mio pensiero

non va oltre il minuto.

Coltre è la coperta.

Avrei fatto meglio

a restare

sotto quei rami spirali,

sopra quelle radici

piantate

sul basamento del mondo,

con quell’essere eterno

che dimora nel vento.

Contro l’entropia

Contro l’entropia

Questa storia partecipa al Blogger Contest 2021

Sento la pioggia che batte forte sulle persiane.

Ride di me e dice: <<io ti so capace di salire fino alla cima del monte in un giorno di vento, di discendere la grotta di cui non conosci il fondo, di amare meglio di così. Esci dunque>>.

Io le rispondo: <<ridi ancora un po’ e non smettere di spronarmi mentre io mi preparo>>.

—–

A mettere un decimo di grado

fra noi e lo zero assoluto,

a strappare un minuto

a questa eternità che odora di nulla.

A riempire la culla

di disperate speranze

e le stanze

di impaurite risate

per scacciare l’inverno.

E girare sul perno di promesse

che devi mantenere

ché una messe di bisogni

non ti travolga.

E frammenti di gioia

a comporre il mosaico

che hai incollato sul soffitto

della camera da letto.

E uno sguardo retto,

una carezza senza un perché,

un gradino a salire

e ancora un altro.

Vestire abiti puliti,

avere sempre pronta

qualche cosa da cantare,

raccontare una storia.

Principio uno – 21.12.74 – Presepe

Forse ti lasciano andare se prometti di tornare. Forse è il patto che hai fatto quarantacinque anni fa, il beneficio che ti hanno concesso per quella partenza troppo precoce. Forse ti muovi quando senti l’odore del muschio e del sughero antichi che si sprigiona dalla valigia che conteneva il tuo piumone in raso, corredo di giovane sposa. Forse è il tintinnio delle palline di vetro colorato, la bellezza delle quali i miei non riescono a comprendere e che si stanno estinguendo, due in frantumi ad ogni anno che passa. Allora, con il tuo viatico celeste e attratta da una memoria che non si può cancellare, lasci la casa gelata, lasci la casa sulla collina, lasci il letto sporco e, per strade che non conosco, vieni a casa mia.

Ti vedo, mamma, ogni mattina, con la coda dell’occhio, come si vede Mizar, stella troppo fioca solo perché lontana, seduta in un angolo della mia cucina. Ti vedo, con la camicia da notte e la vestaglia (ché non ti permettono di indossare altro) che guardi critica ciò che quell’anno sono riuscito a produrre, sono riuscito a mettere assieme. E sposti i gemelli un po’ più vicini, una pecora su quella balza, il povero un po’ più prossimo al fuoco.

Poi a sera viene il momento in cui devo spegnere le lucine del presepe, e allora ti vedo ancora per un attimo e appena esco tu ti rannicchi sul divano e ti copri con quello che trovi. Io ti lascio sempre sesamo tostato, mamma, in piccoli sacchetti bianchi, e acqua fresca di tutte le sorgenti che nascono dai monti sui quali vorrei sempre andare, e dove ti cerco e non ti trovo.
Di notte poi ti muovi poco, tentando di non farci spaventare, e sembra che ogni tanto ti siedi ai piedi del letto del grande e lo guardi con identico amore al mio e carezzi piano il piccolo per fargli passare la tosse e i pensieri pesanti.

Per un mese intero saremo ancora assieme. Non potremo toccarci, non potrò baciarti, che nemmeno mi ricordo più che profumo avevi. Tu lontana dalla casa sulla collina, io vicino a te per come i sogni e i desideri ce lo permettono.

Principio due – 21.12.20 – Terra rossa

Questo è un voto. Non indosserò altro che magliette della “terra rossa”. Fino a quando non avremo chiuso l’associazione oppure fino a quando non saremo stati capaci di farla rinascere io non indosserò altro che le nostre magliette. In questi due anni che ci hanno distrutto, in questi due anni nei quali ogni nostro singolo progetto è sembrato non reggesse all’impatto della paura, del disinteresse, dell’insipienza, in questi due anni siamo scesi, un giorno dopo l’altro, al fondo del pendio. Ci siamo fatti togliere il senso dell’agire comune e in relazione come si tolgono le cose quando vogliono che non ce ne accorgiamo, un giorno dopo l’altro. Adesso io voglio riappropriarmene. Dove sono le energie per farlo? Non lo so. Dove sono le risorse, dove la speranza, dove la visione e il disegno conformi alla nostra idea? Non lo so. So una cosa, una cosa sola, che è poco ed è tutto allo stesso tempo: non indosserò altro che magliette della “terra rossa” fino a quando non saremo stati capaci di fare rinascere la nostra associazione. Questo è un voto.

Principio zero – 21.12.20/21.12.21 – Lei

<<Questo anno sta per finire e quello che sta per arrivare non sappiamo come sarà. Di sicuro non sta partendo bene neppure questo.

Io stanotte per fortuna ho dormito un po’ di più anche se ho avuto alcune sveglie in cui ho faticato a riaddormentarmi.

Sono così triste che davvero non so come potrò fare a muovermi nelle giornate.

Io non credo più in te e non credo più in noi. Ci ho creduto sempre, anche nei momenti più bui. Ho sempre cercato di richiamarti verso di me, anche quando più volte te ne sei andato. Adesso invece non ne ho forza, non saprei su che basi ricostruire. Nulla di quello che c’era (o che pensavo ci fosse) c’è più.

Avrei bisogno di nuovo di psicoterapia. Non ce la faccio da sola. Devo capire come muovermi>>.

—–

<<Buongiorno Amore Mio. Questa poesia è per te. Come tutte d’altra parte.

Il vento dai monti

intona distanti

dolcissimi canti.

Minuscoli istanti

mi scorron davanti

in sogni vibranti.

E scaccio i rimpianti

nemici insinuanti

di voli e di incanti.


Nei passi esitanti,

di stelle cadenti

rimangon soltanto

Gli stenti di tanti

che tirano avanti

preda dei venti.>>

<<È bellissima. Un po’ malinconica ma molto bella. Sei molto bravo Franci e con questo, sai come la penso, dovresti creare qualcosa. Spero di poterti aiutare.>>

<<Spero che mi aiuterai>>.

—–

<<Io ti amo tantissimo e voglio che la nostra vita continui in modo sempre migliore. So che per questo serve impegno e ti ringrazio per tutte le volte che nel passato mi hai tirato fuori dall’entropia e perché continui a farlo ancora.

Abbiamo vite confuse e strumenti limitati ma è una sfida quotidiana. Finché avremo voglia di sfidare saremo salvi>>

<<…che forse dovremmo appunto provare a riempire quei silenzi cercando di stare più in contatto fra di noi piuttosto che con il resto dell’umanità sparpagliata nel ciberspazio, che dovremmo provare ad abbattere delle barriere e ad immaginare modalità nuove a costo di fatica e sacrificio.

Ne vale la pena Amore Mio? Io credo di si. Mi dirai tu se per te è lo stesso>>.

<<Per finire sono d’accordo con te sulla necessità di ritagliarci degli spazi per stare insieme anche in silenzio. Per questo come ti ho promesso, ridurrò drasticamente i viaggi nello spazio tecnologico per vivere il presente. Se poi potremo concederci come siamo riusciti a fare qualche mese fa un tempo ed uno spazio fuori dalla quotidianità tutto sarebbe più facile. Ma intanto proviamo a restaurare giorno per giorno questa casa fatta di mattoni, anima e sentimento. È quello in cui vale senza dubbio la pena investire, ne sono certa anch’io.

Salgo a prendere quella creatura misteriosa che è atterrata da un pianeta nuovo (oggi in un negozio, che non posso dirti quale sia, c’era un mappamondo in cui lui cercava la mezzaluna fertile con grande sorpresa del commesso).

Ti amo tanto>>.

—-

Lo zaino è quasi pronto.

Fatto il conto,

ho messo dentro,

per quando andrò lontano,

quel poco che mi serve,

tutte cose che si contano

sulle dita di una mano.

Io non dimentico nulla,

non ti preoccupare:

i sandali ai piedi,

il bastone nella destra.

E tu non dimenticare,

per quello che ti diedi,

di porre ogni tanto a sera

un lume dietro la finestra.

Principio tre – 21.07.91 – Sibilla

E alla fine valicammo l’ultima portella e fummo in vista dei Laghi di Pilato. L’ascesa era stata lunga e faticosa. Reduci da cinque giorni di trekking, quest’ultima salita richiese risorse ed energie che forse avevamo speso in precedenza ed altrove. Ma la Sibilla accordò il permesso e noi entrammo nella conca dove giacciono i due laghi trasparenti. Eravamo partiti tardi e tardi arrivammo.

Già il sole tramontava e breve fu la gioia della conquista, breve il riposo, ché già altre cure ci assillavano, altri bisogni richiedevano la nostra attenzione. Preparare il bivacco, provvedere alla cena, procurarsi un po’ di fuoco ché a quelle quote anche d’estate fa freddo.

Ci rendemmo subito conto che per le prime due cose, per quanto il tempo fosse poco, portavamo con noi tutto ciò che ci serviva a soddisfare i nostri bisogni. Ma non così per la terza. La notte che oramai incombeva, l’avere superato da chilometri e da tempo la quota della vegetazione, il non avere provveduto lungo il cammino a raccogliere un po’ di legna, ci mise nella condizione di avere un bisogno significativo e non avere al tempo stesso gli strumenti per soddisfarlo.

Poi improvvisamente, quando anche l’ultima luce del giorno stava spegnendosi, qualcuno di noi si accorse che tutto attorno era cosparso di bastoni più o meno improvvisati che gli escursionisti giunti fin li nel tempo avevano abbandonato una volta completata l’ascesa. Punteggiavano le rocce bianche, abbandonati una volta in un anfratto, un’altra appoggiati ad una cengia. Li raccogliemmo in fretta ed in poco tempo accanto al nostro bivacco c’era un bel mucchio di questa legna imprevista ed eterogenea, di questo combustibile improprio e chissà quanto esotico che per quella notte illuminò il nostro campo e riscaldò i nostri corpi.

Allora noi lo interpretammo come una specie di tributo che ogni escursionista che ci aveva preceduto nel tempo aveva voluto, in maniera inconsapevole, dare al nostro fuoco di quella notte, un piccolo, singolare, impersonale, dono che veniva da lontano e che noi consumammo, senza troppo rifletterci, in una notte sola. Quando poi nel tempo sarei tornato al ricordo di quella notte avrei pensato che, forse, invece, avevamo commesso una specie di sacrilegio, un offesa grossolana e ingorda nei confronti delle tante storie che ognuno di questi bastoni raccontava e che noi non ci eravamo preoccupati di trovare e di ascoltare. Ma quella notte trascorse tiepida e riposante e allora quello ci bastò.

Questo ricordo torna stamattina, preso dalle mie tante canzoni, dalle mie tante poesie, dalle mie tante storie, accumulate in una vita, reduci di altrettanti cammini a volte impervi, altre volte consumati sotto un sole generoso.

E dentro sento, senza paura sento, senza offesa sento, senza privazione sento, che quella sera facemmo bene, perché è così che funziona la vita, generosa fino quasi ad essere sprecona, madre dello sperma, del polline e degli ovuli, molto più dissipativa che conservativa nel suo disperato bisogno di risalire ogni volta la china entropica e, a conti fatti e prima di tutto, di sopravvivere.

Per questo non so davvero cosa sarà di tutti questi bastoni che ho portato fino a qui sopra, ma davvero sarei felice se domani qualcuno, al bisogno, volesse adoperarli tutti e in un sol colpo, anche e soltanto, per scaldarsi un po’ le mani.

Principio 4 – 21.12.21 – contro l’entropia

Fosse anche l’ultimo dono, io ringrazierei.

Per la pioggia di questi giorni che impregna il suolo,

per il freddo che riconduce a ragione insetti e sorgenti,

io ringrazierei.

Per il dono dell’alba fedele, fosse anche l’ultima,

io ringrazierei.

Fosse anche l’ultima speranza, io partirei.

Prenderei per mano i bambini,

e con le poche cose necessarie al bisogno dentro un passeggino,

con le cose strette in un fagotto e avvolte nella plastica,

affinché l’acqua salata non le guasti,

io partirei, fosse anche l’ultima speranza,

in lunga fila con gli altri ad attraversare confini,

dentro improbabile fasciame ad attraversare il mare,

io partirei.

Fosse anche l’ultimo torto da subire, io griderei.

Griderei “io sono l’ultimo compagni!”,

oppure “no bastardi no!”,

ma io griderei.

Mi garantissero che questo, proprio questo qui, adesso,

è l’ultimo torto che subiremo,

e poi pace per sempre e per sempre gioia e per sempre famiglia,

io comunque griderei

e con la gola gonfia e troppe lacrime a scendere

stringerei, fosse l’ultima volta, al petto

coloro che amo.

Ché nessuno abbia a dire domani,

fossi io stesso di me stesso,

che non ho ringraziato,

che non sono partito,

che non ho gridato.

Di nuvole e petali

Voglio vivere questo inverno
come uno che aspetta la primavera.
Della sfera del sole
cogliere ogni indugio
sul filo dell’orizzonte.
Del monte ogni singola variazione
nella giornata uggiosa
così come nei mattini cobalto.
Quello che per altri
è il salto fra le stagioni
sarà per me una sequenza perfetta
di nuvole e petali,
un ponte sottile come uno stelo
sospeso sul tempo solstiziale.

Come Giacobbe

Come Giacobbe

Nel mattino che avanza

la stanza dove ho dormito

riordino per il giorno.

Tolgo di torno incubi e sogni

e li ripongo tutti nello stesso sacco.

Stacco con pazienza,

uno ad uno, i pensieri

ché la melassa della notte

li ha incollati alle pareti.

Reti di valori e principi tesso

a proteggere il letto.

Sistemo vicino al mio lato

l’acqua, il libro, il coraggio,

le mie speranze, come ciabatte,

ad un raggio parallele.

Infine il sasso, usato per cuscino,

sollevo come fosse stele.

Niente di speciale

Niente di speciale:
una cambiale firmata al futuro,
il muro dei gechi e delle falene,
le pene del giorno che si spengono
in un abbraccio plurale.

Niente di speciale:
l’opale della luna che sospende la notte,
rotte inattese che il cuore percorre
e forre, profonde come sogni,
dove ogni incertezza risulta fatale.

Niente di speciale:
il manuale d’uso di una vita intera
che per mera sciatteria un fattorino distratto
all’atto della consegna
mi diede in stesura parziale.

Niente di speciale:
l’essenziale scambiato per una rima,
una cima dalla quale mi pare
di scorgere il tuo viso,
un momento, una parola, un sorriso.

Piccola canzone d’amore per la pioggia

E poi, quando te ne vai,

mi resta dentro la sensazione

di non avere trascorso con te abbastanza tempo,

mi resta dentro il rammarico

di non averti contemplata a sufficienza.

E poi, quando te ne vai,

mi affligge la paura che non tornerai più a trovarmi,

mi tormenta il rimpianto delle tue carezze

che non sono stato capace di accogliere.

E poi, quando te ne vai,

mi nutro per un po’ della tua assenza,

in questa azzurrità illusoria,

e già la sete mi assilla

e vivo nell’attesa che tu torni

a percuotere la terra che cammino,

in cui cerco ancora il tuo profumo.