Prima che giunga l’inverno

Prima che giunga l’inverno

devo sistemare l’esterno della mia casa.

La cuccia del cane ripulire,

rinforzare il pollaio

contro gli attacchi

della volpe e della faina.

Devo dare spazio alla mattina

e costringere la notte

nel rettangolo del balcone,

ché già troppo,

nel tempo che viene,

gliene concederà la stagione.

Prima che giunga l’inverno

l’eterno incedere delle cento zucche dell’orto

mi toccherà mortificare,

all’albero storto dovrò affiancare un tutore

affinché nelle ore più buie di tempesta

il vento non possa abbatterlo.

Per le mie api devo restringere l’arnia

affinché in essa la temperatura

si mantenga costante,

e nell’istante in cui ruberò loro il miele

ricordarmi delle larve e della regina

che nel cuore del favo aspettano.

Prima che l’inverno giunga

devo trovare un vano intimo e sicuro

dove conservare al caldo

i sogni della lunga estate e il mio cuore.

Ammesso che per allora

i sogni ancora servano,

ammesso che per allora

io abbia ancora un cuore.

Madre Terra

Adesso so.
Quando ti dissero che dovevi andare
tu chiedesti di tornare
sotto un’altra forma.

Adesso so.
Tu non sei mai andata via dalla mia vita,
hai solo cambiato stato
per restarmi vicina.

Nel momento breve della scelta
avrai pensato a me in salopette sul fico,
avrai pensato a me sotto il cipresso solitario,
avrai pensato a me felice sotto la pioggia.

Avrai pensato di me
cose che non ricordo più,
cose che sapevano di vento,
cose che sapevano di acqua.

Per questo nel mondo selvaggio
sempre mi ritrovo,
perché sento la tua voce
che alle mie domande di nuovo risponde,
perché ritrovo le tue mani
che a me stesso mi restituiscono.

Le nostre notti

Fu nostra la notte,

la prima dico,

e tante a seguire.

Che ti staccavo dal seno della mamma,

addormentati entrambi,

per natura uno,

per stanchezza l’altra,

e per un po’ mi deliziavo

delle tue manine,

della tua fronte,

dei tuoi occhi chiusi.

Era nostra la notte

nelle notti di febbraio,

nelle notti di febbre.

Che non era possibile dormire

accanto a te disteso

e le mani ti stringevo

a fermare i brividi,

e la fronte toccavo

in cerca di un segno,

e nei tuoi occhi socchiusi

intravedevo un mondo

dove impossibile era seguirti.

Quante notti nostre

ogni volta che mi hai detto:

“resta ancora un po’ con me

qui nel mio letto”,

ogni volta stelle a spiare

su un vecchio materasso distesi

o sulla spalletta di quel ponte.

Ed io a stringere le tue mani belle,

e stelle vedere riflesse nei tuoi occhi,

e la tua fronte larga

la luna a riflettere.

Ancora nostra è la notte

e ancora veglio

in attesa di udire la tua voce

“Papà puoi venire a prendermi”.

E il buio che scorre sull’auto,

e tu che mi dici poche parole

“Come è andata?

È stata una bella serata?”

E ti scruto negli occhi,

e una carezza rubata alle mani,

e il bacio della buonanotte,

sempre sulla fronte.

Sarà ancora nostra la notte,

quell’ultima dico,

mio per sempre Adorato.

Che seduto

mi starai accanto,

ed io ancora un sorriso fugace,

e il tuo bel nome a ripetere,

e tu che mi stringi la mano,

e tu a me una carezza sulla fronte

a tergere il sudore,

e un bacio sugli occhi, tu a me,

all’ultimo momento.

Ti vesti in fretta

Ti vesti in fretta

ché il giorno avanza.

Una piccola danza

a piedi nudi

fra il bagno e la stanza

sul legno del parquet.

Un pegno al trucco,

sorridi senza un perché,

un pensiero ai bambini

che, nel regno dei sogni,

ancora respirano

i vapori della notte.

Fuori i galli, le foglie, il mattino,

a sinistra la luna,

a destra l’aurora,

Per un attimo ancora

mi appari, bella come sei,

sullo specchio della finestra.

Poi scompari nel giorno.

Poi d’alzarsi è il mio turno.

Più forte di così

Non sono mai stato
più forte di così.
Adesso so che il giorno e qui
e poi viene la notte.
So delle innumerevoli rotte
che la nostra barca può prendere,
so che posso scendere,
che posso cadere,
so che posso sbagliare.
So del fiume
che arriva sempre al mare,
delle tare del tempo,
della salita dura
che è costante del viaggio.
So che posso avere paura,
avere una vita
da piccolo cabotaggio.
Un vicolo come letto,
un sospetto, un dubbio,
un retaggio.
So che posso perdere tutto,
le scarpe ai piedi,
il tetto sulla testa.
Posso disertare la festa,
essere retto nel torto,
giusto nell’errore.
Posso essere morto
oppure vivo,
nello stesso momento.
Posso fare un commento,
scrivere una poesia,
commettere un reato,
ché più forte di così,
come vi dicevo,
io non sono mai stato.

Settembre è

Settembre è

una storia sospesa

fra un diamante e una scoria,

fra il successo e la resa.

È un posto

lontano dal mondo,

a portata di mano

ma nel buio profondo.

È l’inverno che giunge,

è l’estate passata,

primo freddo che punge

nella notte stellata.

È un ricordo vicino,

una speranza lontana,

e nel primo mattino

il suo spago dipana

perché al figlio mai pago

di racconti e sentieri,

di carezze e di mani,

possa giungere domani

con le brezze d’autunno

una briciola appena

della gioia di ieri.

To belong

Rinvengo oggi

sul campo dei miei pensieri

una messe di ricordi.

Ognuno di essi

mi parla di lei.

Quando l’acqua mi toccò

e io fui mio nonno

che accoglieva nudo

sotto quel quadrato di cielo

la prima pioggia di settembre.

Quando l’acqua mi toccò

e i piedi per sempre

incatenò al fiume

nel quale ancora oggi vado

in cerca della pace e del senso.

Quanto l’acqua mi toccò

e fui ancora sotto la cascata al Miri,

e fui ancora nel lago profondo di Bau,

e fui ancora fra le scintille colorate

nella prima caletta e nell’ultimo lago.

Quando l’acqua mi toccò

e mi disse, liquida,

che io le appartengo

anche soltanto

per il diritto affermato

in una rima lontana.

Le Train Bleu

Le Train Bleu

Non ti ho ubbidito, lo confesso, questa volta non ti ho ubbidito. Alla fine ieri sera ci sono stato. Probabilmente, fosse stato per me, magari non ci sarei mai andato. Ma sai com’è Veronica? E poi, in tutti questi anni, da quando sei andato via, ogni volta che ti pensavamo (e ti abbiamo pensato tanto) ti immaginavamo seduto lì, immerso in tanta magnificenza che solo tu sapevi trattare con l’ironia che ti era propria, aspettando il tuo treno che ti avrebbe riportato in Sicilia. E allora ieri sera ci siamo andati, e c’erano i bambini, vedessi quanto sono cresciuti, ed ad un tratto mentre eravamo in uno di quei non luoghi nei quali ti abbandona il GPS (ché una mappa di pergamena dovresti usare per andare in un posto così non il GPS!) ha cominciato a diluviare ed eravamo bloccati, incerti sul da farsi. E allora io improvvisamente ho girato a destra e sono entrato in stazione perché in fondo io la strada l’ho sempre saputa e in pochi secondi eravamo sulla scalinata che immette al Train Blue. Ci aspettavano.È stata una sera fantastica. Il nostro tavolo a ridosso di una delle grandi finestre e per ieri sera Parigi aveva invitato un paio di quegli odiosi artisti britannici e Turner si dava il cambio con Constable per dipingere quel nostro cielo. Diverse volte ti ho intravisto anche se i miei occhi sembrava non avessero luce per altro che non fossero coloro che amo, gli affreschi e gli stucchi, le nubi ad aprire la strada a la sera che si inoltrava. Eppure diverse volte ti ho scorto. Una volta parlavi con un cameriere con il tuo francese perfetto, un’altra sorridevi fra te e te con quella faccia da Maigret interpretato da Gino Cervi, una volta mangiavi qualche cosa canticchiando. Poi la cena si è conclusa. Ci siamo alzati per andare via e Veronica mi ha detto: “voglio farti una foto al Train Blue”. Le ho risposto: “fammela di spalle però, di spalle mentre esco”. E siamo andati via. Filippo io adesso la strada la so. Tu aspettami lì, io ti assicuro che non tardo troppo. Questa volta il nostro treno blu lo prendiamo assieme, te lo prometto. Tu intanto ordina anche per me “du escargò e un filone di pane” che arrivo.