25 gennaio 2021

25 gennaio 2021

Andrò verso il varco

Quando il sole avrà compiuto l’arco

Che lo conduce alla casa del tramonto.

Il conto dei secondi finalmente pari,

Rari pensieri in mente che non fanno più male,

Natale lontano giusto un mese,

Sul bordo mi sporgerò un poco.

E intonerò un canto roco come fosse un richiamo,

Nella speranza disperata che di coloro che ancora amo,

Come nell’ora prima, così nell’ultima ora,

Appaiano per un attimo i volti,

E raccolti dall’aria del mio universo 

ancora un respiro e un po’ di vita

Immobili sulla soglia

Un bacio poggiato sulle dita

verso di me, come fosse foglia d’autunno, 

Sospingano.

Troppopieno

Troppopieno

Dopo tanta pioggia…

adoraincertablog

Ma che bellissima parola composta è “troppopieno”!
Troppopieno è la condotta della Gristia che non regge la pressione e i guardiani della centrale che sono costretti ad aprire la chiusa e l’acqua che salta di balza in balza per decine di metri e poi si incontra e si fonde con il fiume a valle.

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La regola dello stucco

La regola dello stucco

Non so quanti, fra quelli che leggeranno questo post, hanno consumato almeno una volta nella propria vita l’esperienza della ritinteggiatura di casa o anche di un solo ambiente.

È questione complessa che richiede una certa manualità ed un’adeguata preparazione psico fisica.

All’inizio è un’opera di eliminazione. Bisogna togliere infatti tutto ciò che il tempo ha inevitabilmente alterato e corrotto, base sulla quale mai e poi mai aderirebbe anche la più tenace delle vernici. E già questa è opera difficile e duramente neo platonica perché quando si inizia a togliere si sa quando si comincia ma non si sa dove si va a finire. La spatola e la spugna abrasiva tendono a prenderti la mano e a condurti nei territori inesplorati delle sovrapposizioni storiche dell’intonaco (soprattutto se come me vivete in una casa antica).

Finito ciò si potrebbe pensare che è venuto il momento di cominciare a ritinteggiare non fosse per le scabrosità, i vuoti, gli avvallamenti che il lavoro di eliminazione ha prodotto.

È qui che arriva la fase dello stucco e della spatola, che è anche quella che mi induce oggi a scrivere. L’obiettivo è essenzialmente quello di riportare la parete tutta allo stesso livello evitando quell’effetto “carta geografica” o peggio “plastico tridimensionale” che hanno le pareti mal stuccate.

Lo stucco da parte sua è sostanza strana. Sorprende infatti come materia così magmatica e dinamica possa essere stata ricondotta a staticità e dignità quasi marmorea da quel genio siciliano che era Giacomo Serpotta.

Nella prima fase di riempimento ci si accontenta. Dentro di noi lo sappiamo che la prima mano di stucco per natura sua non può che essere imperfetta ed approssimativa. Ma intanto il nostro cuore si prepara, a nostra insaputa, a quella della rifinitura.

E qui è necessario introdurre l’altro protagonista della storia: la spatola.

La spatola che, usata in fase di eliminazione, è una compagna fedele e spietata in questa fase (cosa che per il resto accade anche agli uomini) si dimostra oggetto infido e capriccioso.

Ogni volta che ti convinci che il colpo che stai dando possa essere l’ultimo ti sembra invece che la spatola abbia prodotto un rilievo oppure un vuoto o comunque un’asperità che ti fa pensare che sia necessario ancora un passaggio di spatola e stucco. Senza che tu te ne renda conto essi ti stanno conducendo in un paradosso dell’anima all’interno del quale rischi di restare prigioniero di un’eterna incompiuta nella quale il prossimo colpo peggiora la situazione rispetto al precedente, il prossimo ancora la migliora ma non abbastanza, il prossimo ancora migliora ancora un po’ ma si potrebbe fare meglio, il prossimo ancora riporta tutto nuovamente alla condizione primordiale.

E mentre rileggo questo strano post chiedendomi come è che certe volte mi determini a scrivere cose del genere mi rendo conto di due cose.

La prima è che c’è tanta vita vissuta non solo nel giardinaggio ma anche nel bricolage.

La seconda è che forse avrei potuto ampliare un po’ il titolo di questo post titolando: “La regola dello stucco ovverosia di come l’ottimo sia nemico del buono”.

Inopinata fioritura

Inopinata fioritura

Ci sono esseri che vivono nel tempo, altri che vivono il tempo.

I primi sono quelli che subiscono ed interpretano in maniera errata le informazioni che gli giungono dal tempo atmosferico, dal meteo.

Essi non sono dotati di sistemi, o nel tempo li hanno perduti, che gli consentano una lettura complessiva e analitica delle informazioni dalle quali sono raggiunti. Percepiscono un flusso frammentato e contingente che arriva dall’oggi meteorologico nel quale sono immersi e a questo reagiscono producendo delle azioni e delle idee sdrucciole e fallaci: prendere l’ombrello, copririsi di più, dire “questo inverno mi sembra più freddo del precedente…ho la sensazione che la stagione quest’anno sia stata più piovosa”.

Questi sono gli uomini, questo sono io. E questa inconsapevolezza è inevitabilmente metafora d’altro.

Poi ci sono gli altri, gli esseri che vivono il tempo e come tali non si preoccupano del meteo ma si relazionano e reagiscono al clima.

Essi si aprono a stella nei confronti di un flusso sottilissimo ma ininterrotto di informazioni, di stimoli, di sollecitazioni che giungono senza sosta dal cuore, dal cervello, dai polmoni del nostro pianeta.

A questo flusso reagiscono con azioni composte e conseguenti, dando risposte coerenti e definitive che però risultano spesso ineffabili ed inconcepibili per gli esseri umani.

A questa condizione, credo, questi ultimi dovrebbero restituirsi.

Così in una mattina di metà gennaio, lungo la strada che porta a lavoro, incontro questa mimosa che mi sembra “inopinatamente fiorita”. E’ da questo incontro che nasce questa riflessione.

Salvia splendens

Salvia splendens

È già passato quasi un anno. Difficile da credere.

adoraincertablog

Siamo a tavola, noi tre. Voi hamburger, io pasta con la verdura. Zaccheo canticchia “Italia” di Mino Reitano, l’ha sentita in “Tolo Tolo”. Gli dico che è una canzone ridicola, piena di retorica, ma nel film c’era anche “Viva l’Italia” di Francesco De Gregori che è bellissima e che voglio sentire con loro.

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Irrigare e carezzare

Irrigare e carezzare

Ho scorto tante piccole piante delicate

che crescevano negli interstizi dei giorni.

Le ho lasciate lì, senza raccoglierle,

affinché, chi veniva dopo di me, potesse vederle.

Fatto è che la gente raccoglie senza darsi pena

anche ciò che non ha piantato.

Stupido io, che ostinato, me ne prendo ancora cura,

che la paura mi assale quando si alza il vento,

dovesse mai strapparle e portarle lontano.

Io che con il pianto non mi pento

di continuare ad irrigare e carezzare.

Soprattutto il vento

Soprattutto il vento

Tanti possibili finali…

adoraincertablog

Questo racconto nasce veramente da innumerevoli sollecitazioni: la lettura dell’ultimo libro dal titolo “Sicurezza” del mio amico Michele Nardelli, uno dei personaggi de “L’estate Incantata” di Ray Bradbury che o più amato, il racconto “Walter” di Michele Serra. C’è anche dentro un po’ del Piccolo Principe e tanto della mia vita, naturalmente.

Lo dedico a tutti quelli che avranno voglia e pazienza per leggerlo ma soprattutto ai miei Piccoli e a Veronica nella speranza che presto torneremo insieme al Passo del Vento. Lo dedico inoltre al mio amico Giovanni al quale a quel passo ho dato, fra trent’anni (anzi adesso 29), un appuntamento, e al mio amico Giancarlo chiedendogli di venirmi a strappare dal “contenitore” se domani dovesse avere la sensazione che io non sia più capace di farlo da solo.

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Bisogna dire all’inverno

Bisogna dire all’inverno

Tre mesi fa. Quando ancora l’inverno non c’era. Adesso che l’inverno è arrivato la voglio ripetere, prima di tutto a me stesso.

Bisogna dire all’inverno

che crediamo nella gemma,

nello stemma di una primavera

che intera ritorna ad ogni giro dell’astro.

Bisogna dire all’inverno

che crediamo nell’incastro perfetto

che ad angolo retto

si apre alla speranza.

Bisogna dire all’inverno

che crediamo nella stanza

dove arde il fuoco

e in quel poco di calore

che strappiamo all’universo.

Bisogna dire all’inverno

che abbiamo già pronto un verso

a celebrare il nostro essere vivi,

fino a prova contraria,

e l’aria pura che respiriamo.

Bisogna dire all’inverno

che ci prendiamo cura comunque

del figlio, dell’amico, dell’amato

e che col nostro stesso fiato

commiato daremo all’arsura del gelo.

Bisogna dire all’inverno

che noi non abbiamo paura.