Distanziamento e densità

Distanziamento e densità

Giorni di studio a fianco del grande per preparare una serie di verifiche del suo primo anno da liceale. Ieri il primo tema di italiano, oggi la prima verifica di chimica. E quindi nei giorni scorsi ho provato a recuperare quella piccola percentaule di conoscenza chimica che ancora residua nel mio cervello e ci siamo cimentati in questioni riguardanti il Sistema Internazionale di misurazione, gradi Kelvin e Celsius e un po’ di unità di misura riguardanti il lavoro, la temperatura, la massa, ecc.

Ci sono stati tanti “cortocircuiti” che ci hanno fatto riflettere, altri che ci hanno fatto ridere.Lui mi prende in giro dicendo che io per il mondo ho una sola chiave di lettura che si chiama “fotosintesi clorofilliana” ed io naturalmente a tirargli fuori, ad ogni pié sospinto, come tutta l’energia arrivi dal sole e la partita sul nostro pianeta se la giochino tutta l’energia cinetica ed l’energia poteziale con il ruolo occulto dell’energia gravitazionale.Ma devo dire che anche sulla densità ci siamo molto divertiti: all’aumentare della temperatura diminuisce la densità di un corpo, qualunque sia il suo stato (ma con qualche eccezione).

Credo che in questo momento sia uno di quei principi dei quali possiamo constatare la bontà e la correttezza nella contingenza storica e sociale che tutti noi viviamo.Le norme sul distanziamento infatti ci permettono di assistere a convegni (da domani neanche più a quelli per la verità), eventi pubblici, manifestazioni di piazza, dai quali riceviamo la sensazione di una notevole ed aumentata partecipazione. Convegni che fino a ieri ci sembravano deserti oggi sembrano riscuotere un significativo successo di pubblio, manifestazioni di piazza da “quattro amici in un angolo” oggi tendono a coprire notevoli estensioni di suolo pubblico.Eppure nulla è cambiato in termini di partecipazione, l’unica cosa che è cambiata è la densità e la nostra alla fine è solo la soddisfazione del pallone gonfiato in una giornata di calura estiva.

Doppio nodo

Doppio nodo

Era la mia dodicesima estate. Quella del dopo, quella del “da qui in poi”. Lungo la riva del fiume che avrebbe attraversato tutta la mia vita. Campo scout, in otto dentro la stessa tenda. Afflitto da un sonnambulismo incoercibile che un medico ottimista disse sarebbe finito da li a poco (e invece dura ancora oggi). Una notte di quelle mi sono svegliato. Un attimo per capire dove ero, cosa stava succedendo, per percepire il lento, rassicurante fluire del fiume a pochi metri dalla tenda. Ma a quel punto mi rendo conto che c’è qualche cosa di strano. E’ buio e scopro con le mani quello che non posso vedere con gli occhi: sono completamente vestito. E non vestito a caso. Ho indosso l’uniforme completa: i pantaloncini, i calzettoni, la camicia, il fazzolettone e anche il cappello. Poi tocco i piedi e ho persino gli scarponcini e gli scarponcini sono allacciati con il doppio nodo. Avete presente il doppio nodo? Uno fa il nodo normale delle scarpe e poi prende le due asole e le stringe ancora una volta attraverso un nodo semplice. Per una ragione misteriosa ed incomprensibile, nel sonno, mi ero vestito di tutto punto ed avevo, alla fine, allacciato gli scarponi con il doppio nodo.

Non ho mai avuto cura nella mia vita delle precauzioni. Mai pensato ad accumulare per il domani, mai avuto interesse nei confronti delle assicurazioni, delle garanzie e di tutto ciò che rendesse la prospettiva più probabile, il futuro un po’ meno incerto.

L’unica cosa che ho sempre fatto è il doppio nodo alle scarpe. Quella notte lo feci persino nel sonno, stamattina ancora, dopo tanti anni, come tutte le mattine in cui ho messo scarpe con i lacci, lo ho fatto nuovamente prima di andare in montagna. Prima tutte le incombenze del mattino, attraverso una serie che conosco bene fatta soprattutto di alimentazioni di svariati esseri viventi che popolano la mia casa, sono giunto al momento in cui, fuori dalla casa, dovevo mettere gli scarponi. Chinato verso terra ho dedicato quel secondo in più che ci vuole per il doppio nodo, quella cura aggiuntiva che da sempre dedico all’unica azione che destino ad una sicurezza aggiuntiva, ad un “non si sa dovesse servire…” che comincia con una scomparsa precoce durante l’undicesima estate e che nel tempo mi ha accompagnato in luoghi dove avere o non avere scarpe, che si leghino o meno, ha una stretta connessione con la sopravvivenza.

Il Greco invita un Primo Levi incapace di fare fronte da solo ai propri bisogni a non preoccuparsi in primo luogo del cibo, ma di pensare prima di tutto alle scarpe. Perché poi con le scarpe è possibile recuperare il cibo, ma non viceversa.

Un doppio nodo, che tenga assieme i lembi di una scarpa buona per sfuggire al terremoto o alla tsunami, buona per prendere la via della montagna dovesse giungere alle porte un nemico più o meno atteso, un doppio nodo che leghi a me coloro che amo con la certezza aleatoria e un po’ disperata con cui le stringhe assicurano le scarpe ai nostri piedi.

SI

SI

Ieri sera il Grande non stava troppo bene. Forse uno “street lunch” di troppo. Poi con lui è veramente difficile capire quello che succede. Se si tratta di un problema psicologico, se si tratta di un problema psicologico che ha refluenze sul suo corpo, se si tratta di un problema fisico che refluisce sulla sua psiche, se si tratta di cacarella da interrogazione imminente, o più semplicemente, voglia tardiva di dormire con i genitori. Fatto sta che la lettura risulta sempre più complessa e ancora di più la decodifica e l’interpretazione.Stamattina, mogio e apatico, guadagna il sedile posteriore della macchina (non è insignificante che il fratello piccolo invece segga in quello a fianco del guidatore) e partiamo per il quotidiano servizio di scuola bus.Io, che anche in questo gli assomiglio, a fronte della sua opacità colposa sviluppo un’apprensione dolosa e dolente che mi porta a chiedergli ogni cinque minuti: “Zac come va? Zac come ti senti? Stai meglio?. Lui ad ogni “stai meglio?” si limita a bofonchiare un appena udibile “si…si”. Forse al decimo “stai meglio Zac?” seguito dal decimo “si…si” Cesare, fino a quel momento apparentemente disinteressato alla cosa, esce per un attimo dal suo isolamento naturalistico (oggi per fortuna l’argomento del giorno verte su certe scimmie che ci sono solo in India e che prima l’uomo stava distruggendo ma che adesso ha deciso di proteggere…) e rivolto al fratello dice: “Zac se dici si si non sei CREDIBILE…se vuoi essere CREDIBILE devi dire SI e basta”. Il grande tenta sommessamente di argomentare circa il fatto che il fratello piccolo sia senza scrupoli, che troppo poco si preoccupa dei tanti pensieri famigliari ai quali lui non vuole aggiungerne di nuovi. Ma è fatica sprecata. Il Piccolo ha già ripreso perfettamente il possesso di se stesso e della situazione e forte dei suoi SI lapidari e monolitici si rende credibile agli occhi del mondo che lo circonda.

L’autorizzazione

L’autorizzazione

John Muir nel suo “La mia prima estate sulla Sierra” racconta di un pomeriggio nel quale si avventura sul bordo di una cascata per guardare di sotto. Non può farlo senza esporsi, non può farlo senza correre un rischio. Basterebbe un piede in fallo, la superficie della roccia resa viscida dall’acqua e il rischio di finire di sotto e morire diventerebbe concreto. Eppure John Muir lo fa, si espone. Lui stesso dice di non avere alternativa se vuole veramente entrare in contatto con il mondo selvaggio, se vuole veramente sentire il boato emesso dalla cascata nel salto, se vuole godere del leggero aerosol prodotto dall’incontro fra l’aria e l’acqua polverizzata che si deposita sul suo viso.

Ieri ho visto le immagini e i video che i miei amici Fabio e Giancarlo hanno condiviso dopo una domenica trascorsa in cima al nostro vulcano. Anche li si vede come per godere della vista dell’interno dei crateri sia necessario spingersi sul bordo, sia necessario porre in qualche modo a rischio se stessi, mettersi in discussione, concedere spazio ad “altro”, fare un passo avanti verso il pianeta che in realtà consiste in un passo in dietro rispetto a noi stessi. Ho visto anche l’espressione dei loro volti. E’ un espressione che conosco bene. Una gioia silenziosa, un sorriso riservato, quasi timido di chi sente crescere dentro un significato che sa già di potere condividere con pochi e mai attraverso l’uso di tante parole.

Oggi con il Piccolo in macchina alla ricerca continua di argomenti che superino in qualche modo l’intensità delle sollecitazioni che un bimbo della sua generazione subisce continuamente e che lo porterebbero, fosse per lui, a parlare continuamente di video e giochi elettronici (cito testuale sua affermazione di oggi conseguente a specifici e recenti studi scolastici: “Papà io credo che le fonti visive siano molto più interessanti di quelle orali…”). Mi tiro fuori la mia antica esperienza in Malesia. Contestualizzo: la spedizione scientifica, i tre mesi fra Borneo e arcipelaghi della penisola della Malacca, le attività di costruzione della torre di avvistamento ornitologica nella giungla del Borneo (mi raccomando Francesco cerca sempre riferimenti a “fonti visive” del Piccolo se vuoi colpirlo e interessarlo!) durante le quali ho vissuto come quelli del programma “Nudi e Crudi”, il mese sull’isola deserta al sud del mare della Cina (c’era solo una grande casa da pesca…esatto, proprio come quella che abbiamo visto l’altra volta nel documentario su Discovery Chanel) e poi, nel mezzo, un mese nuovamente a Sarawak a fare ricerca speleologica. E li il racconto. “Ho fatto questa spedizione con Giulia…ti ricordi Giulia? Cercavamo grotte nuove perse nella giungla. Ogni volta che ne trovavamo una facevamo il rilievo topografico…che vuol dire fare la mappa. Un giorno, dopo qualche tempo che non pioveva, siamo passati da una grotta che era sempre sommersa e quel giorno non lo era completamente e allora abbiamo deciso di esplorarla e rilevarla. Eravamo in quattro, la grotta era una specie di tubo forse di un metro di diametro e quasi completamente piena d’acqua. Ci siamo immersi. Uno davanti con la rollina metrica…si, il metro quello con cui giochi sempre…gli altri tre dietro, uno con la bussola, uno a scrivere i dati su una tavoletta che si può usare anche in acqua e l’altro a tenere l’altra estremità della rollina. Primi 50 metri di tunnel tutto bene. Forse 30 centimetri di spazio per respirare…le lampade ad acetilene che immerse nell’acqua danno un po’ di problemi…ma tutto bene. Una curva, altri 50 metri…tutto a posto. Un’altra curva. A metà di questo altro tratto di tunnel (papà cosa è un tratto?…questa parte del tunnel…ah va bene…) chi va avanti improvvisamente lancia un urlo. Alla luce delle nostre lampade che si spengono in continuazione vediamo su una cengia (cosa è una cengia? E’ una sporgenza…) il serpente più grosso che abbia mai visto in vita mia. Ci blocchiamo…è un secondo…quello ci guarda e si cala in acqua…l’acqua dove siamo noi…l’acqua fangosa nella quale non si vede ad un centimetro…le lampade si spengono tutte assieme. Qualche secondo per riaccenderle…Cecio io ricordo che, immerso in acqua quasi del tutto, sentivo il sudore colare dalla mia fronte”. “Avevi paura papà?”. “Si Cecio, forse un poco, ma ero anche felice, felice come sarei stato altre, poche, volte in vita mia” (Giulia ma le cose sono andate proprio così? Oppure la mia memoria ha trasformato il ricordo?). Da li fino a scuola abbiamo parlato solo di animali.

David Le Breton nel suo “sociologia del rischio” prova a dare una risposta alla domanda “perché amiamo il rischio?” e perché soprattutto nel nostro tempo assistiamo al continuo nascere di tutta una serie di “Challenge” (si chiamano così) da parte dei giovani, molte delle quali mettono in pericolo la loro stessa vita. Le Breton, con la lucidità e capacità narrativa che ne fanno uno dei miei saggisti preferiti, recupera nel tempo concetti come quello dell’ordalia o del giudizio di dio, e analizza pratiche più recenti come quelle dei voli con la tuta alare, per provare a trovare significati a qualche cosa che ci riguarda fin dagli albori della nostra specie.

Una volta tanto però mi sembra che qualche cosa nella sua analisi manchi. Io infatti credo, come John Muir, che il rischio non è altro che il pedaggio che il pianeta ci richiede per entrare in relazione con lui, il pedaggio che alcuni di noi pagano volentieri e che finiscono per considerare una sorta di rinnovo dell’autorizzazione a potere vivere, parte di questo pianeta, su questo pianeta

Il senso di Cesare per il tempo

Il senso di Cesare per il tempo

La vita è un crocevia telefonico. Mia moglie chiama me e mi dice: “chiama il Piccolo che è da mia madre e convincilo a fare un po’ di compiti”. Chiamo mia suocera ma è occupato. Chiamo il Grande: “Zac passami Cesare che devo dirgli una cosa…papà che c’è?” dice il Piccolo. “Cecio devi fare un po’ di compiti”. A quel punto la parola che in quanto ad uso a casa mia surclassa anche la frequenza del verbo “fare” nella lingua italiana: “DOPO papà”. Tento allora uno stratagemma pedagogico aritmetico: “Senti Cesare…io fra tre ore ti vengo a prendere…entro tre ore, non mi interessa quando, tu dovrai avere fatto i compiti…se appena vengo scopro che non è così sono guai”. “Va bene papà”, dice lui, e poi dimentica di staccare la comunicazione e sento che dice al fratello: “Zac metti un timer che suona fra due ore e mezzo così nell’ultima mezz’ora mi faccio i compiti”. Uno dei segreti della vita è avere un corretto senso del tempo.

La via di casa

La via di casa

Ci sono tante strade che conducono dal ristorante di mia moglie a casa mia. Alcune più brevi e meno trafficate alcune lunghe e caotiche. L’altro giorno Veronica me ne ha anche fatta scoprire una che sembrerebbe essere la migliore eppure io faccio sempre la stessa, che di sicuro non è la migliore, ma io la amo più delle altre e per questo la percorro. Essa congiunge più di ogni altra gli episodi di una storia ed è una storia che io voglio continuare a raccontarmi.

Comincia con quella curva che immette in Piazza San Francesco di Paola e passa davanti ad un posto che adesso tutti conoscono come Villa Filippina ma allora non è che lo sapevamo che si chiamava così e noi la chiamavamo cinema Aaron (mi sembra proprio con due a) e c’era sto cinema assurdo con una fila di forse 5 sedili che come in una tabellina dei folli si moltiplica per un’altra, che andava verso lo schermo, di 50 sedili e in questo corridoio cinematografico io vedendo “Il dormiglione” di Woody Allen stavo morendo dalle risate, ma proprio morendo, e i miei amici mi guardavano pensando “ma guarda quanto si diverte Francesco” e io se avessi potuto gli avrei gridato “cretini fatemi smettere di ridere che sto morendo soffocato” e quelli invece niente.

E poi ancora un poco avanti in via Dante prima e poi su fino all’incrocio con via A. Veneziano che per farci fighi chiamavamo via Anonimo Veneziano quando c’era ancora qualcuno che lo sapeva cosa era Anonimo Veneziano mentre chi fosse Antonio Veneziano non lo sapevamo né allora né adesso e lì c’è una delle tante scuole di Claudia che la andavo a prendere, a lei e alle sue amiche, con la prima macchina della mia vita, che non era manco mia e si vedeva che era invece di mio nonno che era una 850 special beige con il carburatore bicorpo che consumava quanto lo Space Shuttle in fase di decollo e quelle si vergognavano che le prendevo con quella macchina e quando salivano si distendevano sui sedili per non farsi vedere dalle amiche.

E poco più avanti c’era Discobum e credetemi c’è ancora adesso e ogni volta che ci passo lo guardo e qualche volta, raramente, lo vedo aperto, e qualche volta, raramente, vedo lei, la proprietaria, quella signora dalla faccia stranissima, e se fossi grato per come dovrei essere, se la vita ammettesse queste deviazioni che non ammette, dovrei scendere, ed entrare nel negozio e togliermi la giacca (ammesso che io la porti e che la vita ammetta queste deviazioni) e dirle “adesso ti aiuto e ricominciamo tutto assieme e vedrai che la città riscoprirà questo posto e fra qualche giorno ci sarà di nuovo la fila fuori e do not cry for me Argentina…” ché io qua ci ho comprato i dischi, si i dischi, quelli che adesso li chiamano “vinili”, più belli della mia vita, quelli che poi me li sentivo per 4 settimane e mi ci facevo certi film sopra, ci tiravo fuori certe filosofie che quali Aristotele e Kant e lì ho comprato “Robinson” di Roberto Vecchioni.

E quel disco me lo sono portato nella casa, che è sempre sulla strada, più avanti, l’ultima casa con quella specie di miei genitori, con quella specie di mia famiglia, la casa di Via Rubens, la strada misteriosamente privata ma con un nome, e in quella casa fra il piano terra e il terzo piano (inconcepibile trasloco della famiglia Picciotto) mi preparai ai viaggi di una vita e “stavolta parto davvero con un vento leggero che mi soffia alle spalle, tu dormi bene il tuo sonno dove vado lo sanno solo le stelle” e dopo ci fu il sogno della Malesia ma prima ci fu l’America e li scoprii che forse si poteva amare senza lasciarsi sedare il cuore dalla paura della perdita, li rinacqui con la consapevolezza di un ventenne e scoprii che ero vivo e mi fu fatto il dono di un’immortalità a tempo determinato.

In quella strada c’e la casa dell’amore dantesco solo che lei non si chiamava Beatrice ma si chiamava come la città del poeta e di quella notte che la sognai, una delle due volte in tutta una vita, proprio su quella strada e le vedevo solo il viso e lei mi diceva “Francesco io posso vederti tutto” e io continuavo a dirle che no, io non ci riuscivo e piangevo mentre glielo dicevo e piangevo pure nel sonno.Quella strada che una mattina, che forse era l’81, uscii sul balcone e fuori c’erano 10 centimetri di neve e prima presi gli sci da fondo e feci tre volte avanti e indietro sulla via Rubens, che tanto era privata e non c’era nessuno, e poi presi il mio Kawasaki 125 enduro arrivato di contrabbando dalla Germania, carburatore rotax, miscelatore e Joe bracchetto incollato sulla tanga che mi sentivo veramente troooppo toco, e percorsi la strada sulle tracce lasciate dagli sci per non scivolare.

E poi quando si va avanti sono già in terra di nessuno, sono già su quel tratto di strada che va bene per tutti i tempi e per tutte le stagioni. Sono in vista di casa, quella vera, l’ultima, quella “che sai e non sai”, anche se casa dista ancora chilometri. Quella casa che risuona e vibra con quelle altre due, quella sulla collina al confine della sera e l’altra sullo spartiacque di due fiumi esigui in un Africa che non c’era messa.

La mia casa, quella del dopo, quella che mi ha fatto capire che l’amore non è tempesta e furore ma è appunto la donna che aspetta sulla porta di casa, quella che custodisce i miei sigilli bambini che rendono il prima buono da essere raccontato ma che al tempo stesso quasi lo annullano o che tuttalpiù lo trasformano in un miele dolce amaro che alimenta questo tempo che urge da presso ed è dono impareggiabile.

Ci sono tante strade che portano dal ristorante di mia moglie a casa mia. So bene che questa è solo una delle tante linee, come in quei giochi che c’erano sulla settimana enigmistica, che unisce alcuni dei tanti puntini e che compone uno dei frammenti della mia anima.

Bisogna dire all’inverno

Bisogna dire all’inverno

Bisogna dirlo all’inverno…si è necessario che lo sappia, ancora prima di arrivare.

Bisogna dire all’inverno

Bisogna dire all’inverno

che crediamo nella gemma,

nello stemma di una primavera

che intera ritorna ad ogni giro dell’astro.

Bisogna dire all’inverno

che crediamo nell’incastro perfetto

che ad angolo retto

si apre alla speranza.

Bisogna dire all’inverno

che crediamo nella stanza

dove arde il fuoco

e in quel poco di calore

che strappiamo all’universo.

Bisogna dire all’inverno

che abbiamo già pronto un verso

a celebrare il nostro essere vivi,

fino a prova contraria,

e l’aria pura che respiriamo.

Bisogna dire all’inverno

che ci prendiamo cura comunque

del figlio, dell’amico, dell’amato

e che col nostro stesso fiato

commiato daremo all’arsura del gelo.

Bisogna dire all’inverno

che noi non abbiamo paura.

Verso l’infinito e oltre

Verso l’infinito e oltre

Mattina di fuoco tipica da genitori/lavoratori in tempo di pandemia. Il grande per il terzo giorno di lezioni a distanza è per fortuna a casa, il piccolo invece deve essere portato a scuola entro un tempo decente per lui e per il mio arrivo in ufficio. Davanti la solita sfilza di incombenze, la stessa che ti si para davanti ogni mattina quando apri il primo occhio e ti dici (come direbbe una mia cara amica) “un ma siento”. Mentre sfreccio a destra e sinistra percorrendo ogni possibile diagonale che connette la casa con il giardino, mi accorgo che Cesare è ancora in mutande, immobile davanti ad una TV inopinatamente accesa ed evidentemete e strumentalmente impegnato nello sbottonamento del colletto della polo che avrebbe giù dovuto indossare almeno 7 minuti fa. Nel tentativo di mitigare la partenza dell’embolo provo a rivolgermi a lui con la giusta dose di ironia: “Cesare quante ore pensi che ci vogliano per sbottonare quel colletto?”. Lui resta con lo sguardo fisso sullo schermo e con voce piatta e priva di ogni emozione mi dice: “Papà io non riesco a sbottonarlo e quindi (cito testuale n.d.r.) l’attività che sto facendo potrebbe durare teoricamente all’infinito”. Ciò che meriterebbe un significativo approfondimento, un plauso genitoriale che riconosca il valore dei termini usati e del pensiero prodotto, finisce per essere mortificato dala quotidiana pena e a me non resta che dire: “Cesare vedi di camminare e dammi questa maglietta che se no a scuola ti ci porto in mutande”. Alla fine aveva ragione Marco Messeri quando ne “La messa è finita” diceva che “la vita è volgare”.

Gli uomini degli altopiani

Gli uomini degli altopiani

Gli uomini degli altopiani sono strani. Io ne conosco due, a me particolarmente cari, che vivono solo apparentemente a grande distanza l’uno dall’altro. Questa poesia è dedicata a loro.

GLI UOMINI DEGLI ALTOPIANI

Gli uomini degli altopiani

scendono le cave

invece di salire al monte,

del pane una strana idea

confonde loro la mente

siano d’Africa o della Contea.

La fonte non conoscono

ma un velo di stelle

ricopre la lavagna

dei loro pensieri

e sui sentieri del cielo

sempre li accompagna.

Frammenti di gioia

Frammenti di gioia

Una gioia intera a volte si compone, come fosse un mosaico, di tanti piccoli frammenti di gioia. E quando in un tempo così avaro ci si trova davanti ad una “gioia completa” quasi ci si vergogna, quasi non si osa riconoscerla, per paura di svegliare la giustizia del mondo.

FRAMMENTI DI GIOIA

Il tempo di una vacanza

Nel tempo che danza

Il tempo di un istante

Di tempo vacante.

Di gioia frammenti

Del giorno i momenti

Dal mattino alla sera

Fanno una gioia intera.

E a crederci non osare,

Nemmeno per un secondo,

Per timore di svegliare

La giustizia del mondo.