L’autorizzazione

L’autorizzazione

John Muir nel suo “La mia prima estate sulla Sierra” racconta di un pomeriggio nel quale si avventura sul bordo di una cascata per guardare di sotto. Non può farlo senza esporsi, non può farlo senza correre un rischio. Basterebbe un piede in fallo, la superficie della roccia resa viscida dall’acqua e il rischio di finire di sotto e morire diventerebbe concreto. Eppure John Muir lo fa, si espone. Lui stesso dice di non avere alternativa se vuole veramente entrare in contatto con il mondo selvaggio, se vuole veramente sentire il boato emesso dalla cascata nel salto, se vuole godere del leggero aerosol prodotto dall’incontro fra l’aria e l’acqua polverizzata che si deposita sul suo viso.

Ieri ho visto le immagini e i video che i miei amici Fabio e Giancarlo hanno condiviso dopo una domenica trascorsa in cima al nostro vulcano. Anche li si vede come per godere della vista dell’interno dei crateri sia necessario spingersi sul bordo, sia necessario porre in qualche modo a rischio se stessi, mettersi in discussione, concedere spazio ad “altro”, fare un passo avanti verso il pianeta che in realtà consiste in un passo in dietro rispetto a noi stessi. Ho visto anche l’espressione dei loro volti. E’ un espressione che conosco bene. Una gioia silenziosa, un sorriso riservato, quasi timido di chi sente crescere dentro un significato che sa già di potere condividere con pochi e mai attraverso l’uso di tante parole.

Oggi con il Piccolo in macchina alla ricerca continua di argomenti che superino in qualche modo l’intensità delle sollecitazioni che un bimbo della sua generazione subisce continuamente e che lo porterebbero, fosse per lui, a parlare continuamente di video e giochi elettronici (cito testuale sua affermazione di oggi conseguente a specifici e recenti studi scolastici: “Papà io credo che le fonti visive siano molto più interessanti di quelle orali…”). Mi tiro fuori la mia antica esperienza in Malesia. Contestualizzo: la spedizione scientifica, i tre mesi fra Borneo e arcipelaghi della penisola della Malacca, le attività di costruzione della torre di avvistamento ornitologica nella giungla del Borneo (mi raccomando Francesco cerca sempre riferimenti a “fonti visive” del Piccolo se vuoi colpirlo e interessarlo!) durante le quali ho vissuto come quelli del programma “Nudi e Crudi”, il mese sull’isola deserta al sud del mare della Cina (c’era solo una grande casa da pesca…esatto, proprio come quella che abbiamo visto l’altra volta nel documentario su Discovery Chanel) e poi, nel mezzo, un mese nuovamente a Sarawak a fare ricerca speleologica. E li il racconto. “Ho fatto questa spedizione con Giulia…ti ricordi Giulia? Cercavamo grotte nuove perse nella giungla. Ogni volta che ne trovavamo una facevamo il rilievo topografico…che vuol dire fare la mappa. Un giorno, dopo qualche tempo che non pioveva, siamo passati da una grotta che era sempre sommersa e quel giorno non lo era completamente e allora abbiamo deciso di esplorarla e rilevarla. Eravamo in quattro, la grotta era una specie di tubo forse di un metro di diametro e quasi completamente piena d’acqua. Ci siamo immersi. Uno davanti con la rollina metrica…si, il metro quello con cui giochi sempre…gli altri tre dietro, uno con la bussola, uno a scrivere i dati su una tavoletta che si può usare anche in acqua e l’altro a tenere l’altra estremità della rollina. Primi 50 metri di tunnel tutto bene. Forse 30 centimetri di spazio per respirare…le lampade ad acetilene che immerse nell’acqua danno un po’ di problemi…ma tutto bene. Una curva, altri 50 metri…tutto a posto. Un’altra curva. A metà di questo altro tratto di tunnel (papà cosa è un tratto?…questa parte del tunnel…ah va bene…) chi va avanti improvvisamente lancia un urlo. Alla luce delle nostre lampade che si spengono in continuazione vediamo su una cengia (cosa è una cengia? E’ una sporgenza…) il serpente più grosso che abbia mai visto in vita mia. Ci blocchiamo…è un secondo…quello ci guarda e si cala in acqua…l’acqua dove siamo noi…l’acqua fangosa nella quale non si vede ad un centimetro…le lampade si spengono tutte assieme. Qualche secondo per riaccenderle…Cecio io ricordo che, immerso in acqua quasi del tutto, sentivo il sudore colare dalla mia fronte”. “Avevi paura papà?”. “Si Cecio, forse un poco, ma ero anche felice, felice come sarei stato altre, poche, volte in vita mia” (Giulia ma le cose sono andate proprio così? Oppure la mia memoria ha trasformato il ricordo?). Da li fino a scuola abbiamo parlato solo di animali.

David Le Breton nel suo “sociologia del rischio” prova a dare una risposta alla domanda “perché amiamo il rischio?” e perché soprattutto nel nostro tempo assistiamo al continuo nascere di tutta una serie di “Challenge” (si chiamano così) da parte dei giovani, molte delle quali mettono in pericolo la loro stessa vita. Le Breton, con la lucidità e capacità narrativa che ne fanno uno dei miei saggisti preferiti, recupera nel tempo concetti come quello dell’ordalia o del giudizio di dio, e analizza pratiche più recenti come quelle dei voli con la tuta alare, per provare a trovare significati a qualche cosa che ci riguarda fin dagli albori della nostra specie.

Una volta tanto però mi sembra che qualche cosa nella sua analisi manchi. Io infatti credo, come John Muir, che il rischio non è altro che il pedaggio che il pianeta ci richiede per entrare in relazione con lui, il pedaggio che alcuni di noi pagano volentieri e che finiscono per considerare una sorta di rinnovo dell’autorizzazione a potere vivere, parte di questo pianeta, su questo pianeta

22 settembre 2020, ore 15,30

22 settembre 2020, ore 15,30

Il tempo conosce il tempo, ed anche la natura lo conosce. Le prime foglie cadono nelle ore che precedono l’equinozio. Per le 15,30 di oggi vogliono già essere segno per un’umanità distratta.
Felici per il solstizio d’estate che non è altro che il trampolino con il quale ci tuffiamo verso la notte boreale. Inquieti sul confine della rinascita celeste durante quel solstizio d’inverno che in pochi oramai celebrano per quello che è: il sole che smette di immergersi ogni giorno di più, ogni giorno più presto, oltre quell’orizzonte di cui non riconosciamo il confine.
Scambiamo la morte per rinascita, la rinascita per morte. E il tempo ci è nemico e la sua lettura è sempre alterata dal pensarci vecchi di 50, 60 o 70 anni e mai antichi di 10 miliardi e 50, 60, 70 anni.
E quando ci troviamo sull’orlo dell’autunno siamo colti da una sensazione ancestrale: “perché l’autunno è così triste…perché l’autunno genera in me tanta nostalgia…perché?”. Lontani dalla matrice, sconnessi dal flusso nel quale siamo stati immersi da almeno 300.000 anni e che siamo stati capaci di dimenticare in soli due secoli di inurbamento, non comprendiamo neanche, e soprattutto, il senso di questo evento solstiziale che urla in silenzio, che ci dice che nella discesa cosmica intrapresa con il solstizio d’estate fino ad oggi avevamo la consolazione di giorni un po’ più lunghi delle notti ma che da oggi questo rapporto si inverte. Che ci dice che da domani, nella disperazione primitiva che coglie colui che percepisce un sole sempre più debole senza più nemmeno la certezza che domani ricomparirà sull’orizzonte, rischiamo di entrare a fare parte della schiera crepuscolare del “popolo dell’autunno”. Che ci dice che è facile e perfino consolante ritornare nei campi con le bestie selvagge, ritornare nell’acqua con il barracuda, riprendere in mano la zampa calda del gorilla. Che ci impone un giogo oppressi dal quale sarà difficile ricordare quella notte di migliaia di anni fa nella quale ci siamo svegliati in una grotta e mentre dormivano abbiamo guardato la nostra compagna, i nostri figli e abbiamo capito che un giorno sarebbero scomparsi per sempre. Quella notte in cui per la prima volta ci siamo resi conto di essere umani e abbiamo pianto.
Sarà arduo, soprattutto in questo tempo così difficile ed incerto, mantenere vivo questo ricordo durante la sera autunnale e la notte invernale ma se ci riusciremo, nutrendo dentro di noi la pietà e la misericordia, di sicuro saremo ancora capaci domani di “risparmiare gli altri per i benefici più complessi e più misteriosi dell’amore”.
(Foto di Zaccheo Picciotto)

Il triangolo

Il triangolo

C’è una ghiandaia che arriva qui sulla costa da chissà quale querceta dell’entroterra. Ha posto anni fa un’ipoteca sul leccio nato da una ghianda pantesca e che adesso trionfa e copre gran parte del patio. Ogni mattina arriva dalla sua sconosciuta abitazione per rivendicare il privilegio e controllare la sua proprietà gracchiando poche volte con la discrezione e l’autorevolezza di chi vanta un diritto che nessuno può mettere in discussione. Aspetta il tempo in cui le ghiande saranno mature e dopo pianterà boschi. Continua a leggere “Il triangolo”

La prima famiglia

La prima famiglia

La famiglia antica, la mia prima famiglia è andata via. Agirandomi nell’orto in questi giorni avevo avuto la sensazione che ci fosse troppo poco movimento agli ingressi dell’arnia. Oggi mi sono deciso ad aprirla e semplicemente la famiglia antica era andata via. La ferocissima famiglia che per quanto io potessi coprirmi riusciva ad “azziccarmi” sempre almeno una puntura, si è involata, letteralmente.

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E se gli animali smettessero di morire?

E se gli animali smettessero di morire?

Il post che segue è frutto di una riflessione che in più momenti e forme si è presentato negli ultimi mesi nella mia testa. Una riflessione immatura che proprio per questo ha bisogno di una fase di confronto con chi vorrà prestarsi qui e altrove. Una riflessione immatura che per forza di cose nella sua forma scritta presenterà una punteggiatura fatta più da punti interrogativi che da altro.

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E adesso tutti zitti. Silenzio tutti.

E adesso tutti zitti. Silenzio tutti.

E adesso tutti zitti, silenzio tutti.
Perchè possiamo parlare a lungo prima, possiamo dissertare sul rischio che prima o poi il fiume esondi. Possiamo impantanarci in lunghe ed inutili discussioni sul rischio idrogeologico, su fiumi che dovremmo cementificare ed altri che dovremmo rinaturalizzare. Prima possiamo dire tante cose, questo ed altro, ma appena il fiume straripa, appena il fiume esonda, appena spezza la diga, stravolge il greto e impetuoso ed incontenibile scende a valle, allora, se non siamo fiume, se non siamo parte della corrente, possiamo solo stare zitti, possiamo solo in silenzio ritirarci sull’argine e guardarlo, tremebondi, passare. Continua a leggere “E adesso tutti zitti. Silenzio tutti.”

Lento ritorno a casa

Lento ritorno a casa

Come è bella la bioregione dell’Oreto. Con quella corona di monti che le regala acqua e nuvole e quei prati alti dove è bello distendersi ad aspettare che il giorno finisca.
Come è bella la bioregione del Nocella che guarda il mare come si guarda la libertà irragiungibile e quei pani di roccia che trasudano acqua e gli amici che preparano il cibo e allevano le api.

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