Il miracolo della neve

Il miracolo della neve

Forse era uno di questi giorni. Oppure era in febbraio, un po’ più avanti di adesso. Di sicuro ero in una scuola elementare, in una scuola elementare di Montevago (i miei amici Antonella e Giuseppe ricorderanno sicuramente). Conducevo un momento di formazione di quelli che noi educatori alla Terra chiamiamo “sessioni di interesse” e che ci servono a condividere un metodo che quasi trenta anni fa mi folgorò letteralmente sulla “via di Civitella Alfedena”.

Loro, le insegnanti (ricordo con chiarezza che erano tutte donne) sedevano davanti a me dando le spalle alla grande vetrata che ricopriva per intero uno dei lati corti della classe. Io in piedi, nella mia “dancing zone” (è così che il mio Maestro chiama lo spazio dove ci muoviamo un po’ convulsamente durante i nostri interventi ed è così che mi piace chiamarlo), guardavo e parlavo con loro e al tempo stesso potevo vedere quello che accadeva fuori, nel muto giardino invernale (poco più di un aiuola) che circondava la scuola.

Già, quando ero partito da Palermo, la mattina si apriva su quello che sarebbe stato un bel giorno di inverno, per come devono essere i giorni e per come dovrebbe essere l’inverno.

Poi, quando ero in classe già da diversi minuti, impegnato nella sessione, i miei occhi, che avevano indugiato per qualche minuto sui partecipanti, si sollevarono di pochi gradi per guardare fuori: e fuori nevicava. Non una nevicata così, non qualche fiocco tanto per dire, non grandine che la nostra immaginazione e speranza vuole farci credere sia neve, ma proprio una nevicata “come si deve”, una cortina fitta e leggera di fiocchi determinati a raggiungere il suolo e a restarci per tanto tempo e che, solo di tanto in tanto, si offrivano, in una danza leggiadra, ai capricci di una folata di vento. Ed io mi interruppi di colpo perché davvero non c’erano parole che potessero sostituirsi a tanta meraviglia. Chiesi soltanto alle maestre di lasciare perdere le mie fregnacce e che si girassero invece per assistere, in silenzio, al miracolo. E restammo così, seduti, per un tempo che non riesco a definire. Improvvisamente davanti ai nostri occhi ed in pochi secondi la classe (che già di suo è luogo sacro) si trasformò in santuario e noi in umili sacerdoti resi muti dal voto che l’uomo ha fatto con la divinità immanente all’inizio dei tempi: a lei la parola creatrice, all’uomo il silenzio che induce alla contemplazione. Il miracolo, quello vero, quello che non si presta a giochi di statue piangenti, quello che si annida nella nostra vita di ogni giorno, invisibile per chi è cieco, palese per gli altri, si dispiegava davanti ai nostri occhi, e noi eravamo lì per quello, ognuno di noi si era svegliato quella mattina e aveva compiuto la strada necessaria per arrivare in quel luogo, per quello, solo per quello.

Lentamente la nevicata ebbe fine. Senza parlare ognuno riprese la propria posizione e continuammo la nostra sessione.

Oltre lo specchio

Oltre lo specchio

Le cose ti tornano in mente per vie misteriose: un odore, il sapore di un dolcetto francese, alcune parole scambiate con l’osteopata, il rumore della pioggia che ti ha accompagnato tutta la notte e che ancora ti porti dentro. E oggi recupero un ricordo, uno di quelli che ogni volta che torna mi fa dire: “è uno di quei ricordi che resteranno con me fino a quando vivo”. E poi, finito di dirlo, finito di ricordarlo, anche lui torna in quel luogo di nessuno (neanche mio che lo porto dentro) dal quale non sai mai se riuscirai a recuperarlo nuovamente. L’oblio d’altra parte a questo punto è un rischio concreto visto che è un ricordo risalente a trentacinque anni fa.

Ero in Malesia durante la mia mitica Operation Raleigh, una spedizione scientifica internazionale che coinvolgeva giovani di tutto il mondo in spedizioni sparpagliate per tutto il mondo. Ero nella seconda fase della spedizione, isola deserta nel mare al sud della Cina, nome dell’isola: Pulau Tinggi, ricerca subacquea per conto del governo malese che in quella zona di barriere coralline voleva creare (cosa che poi fece) un’area protetta. Due immersioni al giorno, qualunque fosse il tempo, fuori e dentro il reef, innumerevoli transetti sulla barriera. Per le 17 però tutti dentro perché verso quell’ora si scatenava sempre una specie di piccola tempesta che da lì a pochi minuti ci avrebbe restituito ad un cielo limpido e stellato.

Poi un giorno usciamo un po’ più tardi nel pomeriggio, forse qualche inconveniente, un contrattempo tecnico. In programma un’immersione profonda: – 55 metri. Ci caliamo che già all’orizzonte si vedono i soliti nuvoloni color pece. Facciamo la nostra immersione, cominciamo la risalita, a tre metri dalla superfice ultima sosta di decompressione. E a quel punto, dopo essermi stabilizzato con il gav per potere stare fermo per qualche secondo a quella profondità, alzo gli occhi verso l’alto. E fuori ha cominciato a piovere. Ed io improvvisamente sento, con una forza con la quale non lo avevo mai sentito prima, di abitare un universo parallelo. La mia superficie non è quella sulla quale impattano le gocce di pioggia, è quella opposta, quella nella quale le gocce penetrano per un brevissimo tratto e poi ribalzano nuovamente all’esterno, in quell’altro mondo. Sono dentro “Alice allo specchio”, sono in una di quelle misteriose ed inquietanti opere di Escher nelle quali non sai più chi sei tu, se sei il pesce sotto la superficie, se quella è superficie, dove finisce il cielo e comincia il mare, se sei osservatore od osservato. Ma più di tutti, più di ogni altra cosa io allora (e per quei pochi metri che mi separavano da quel confine) sono stato felice, ho sentito che il Pianeta mi parlava con una lingua mai sentita prima, ho partecipato di una meraviglia che ti cambia per sempre. Ecco, questo “è uno di quei ricordi che resteranno con me fino a quando vivo”.

L’Antico Testamento secondo Cesare

In cammino sul sentiero costiero dello Zingaro. Raggiungo i due fratelli e cugino che già, chissà da quando e perché, hanno cominciato uno dei loro sproloqui attorno al concetto “Sul Livello del Mare”. Le affermazioni sono del seguente tenore: “in realtà uno non sarà mai al livello del mare…anche quando è immerso in acqua ha una parte al di sopra del livello del mare e una al di sotto…anche su una tavola da surf sei 3 centimetri sopra il livello del mare” e via dicendo. Ad un tratto Zaccheo con chiaro intento triviale dice “in realtà l’unico che si può dire fosse al livello del mare era Gesù quando camminava sulle acque”. Il Piccolo naturalmente abbocca: “ma che dici…tanto lo sai pure tu che Gesù è una legenda!”. Suo fratello lo incalza:”non ti azzardare a dire una cosa simile alla nonna”. Il Piccolo si schernisce: “no…figurati…una volta che le ho detto una piccola cosa blasfema (e giuro che io mai e poi mai vorrò sapere quale è questa piccola cosa blasfema che ha detto alla nonna) quella mi ha tenuto un’ora in cucina raccontandomi di una volta che GESÙ gli ha detto ad UNO di AMMAZZARE SUO FIGLIO (il maiuscolo è a cura del redattore)”. Io e Zaccheo a quel punto, in un’accorata difesa dei testi sacri, di Abramo, di Isacco e di quattromila anni di tradizione cristiana, quasi all’unisono gli diciamo: “Cesarino, anche senza l’obiettivo della prima comunione, forse una passaggetto al catechismo male non ti farebbe”.

Sabato, domenica e lunedì

Sabato, domenica e lunedì

Come spesso avviene durante il fine settimana, stretto fra il tetto e il cielo, quando le premure del tetto me lo hanno concesso mi sono dedicato a quelle del cielo.

Nel primo giorno del fine settimana ho completato i filari dell’orto mettendo a dimora ciò che la stagione mite era ancora disposta ad accettare. Ma soprattutto ho tolto le infestanti che già invadevano l’orto, che già sottraevano alle plantule, che fra qualche settimana saranno le protagoniste di una delle fantasmagoriche cene offerte dalla “cuoca”, la luce e le sostanze nutritive. Per lo più inermi acetoselle ma ogni tanto agguerrite piccole ortiche già dotate di minuscoli ma aggressivi vacuoli.

Nel secondo giorno del fine settimana ho dovuto eliminare un gigantesco fico d’india che a causa del peso, del vento e della terra impregnata d’acqua, ha perso la sua battaglia con la gravità, invadendo parte della stradella. Mi è venuta in soccorso la mia vecchia sega a motore e dopo qualche ora di lavoro un mucchio di cladodi giacevano al di là della recinzione già pronti a riprodurre, in quella zona e con pedissequo intento genetico, lo sradicato genitore.

Oggi e lunedì e le mie mani sono il diario di quelle due giornate. La punteggiatura del racconto sono le spine di fico d’india e le piccole ustioni d’ortica. Posso sentirle distintamente mentre pigio sui tasti, posso sentirle quando prendo un oggetto. Costituiscono in se un bel ricordo? No. Rappresentano un dolore troppo grande? No. Stanno da qualche parte in mezzo alla memoria dei giorni passati, da qualche parte fra il bisogno e il desiderio. Sono memento, sono paradigma in fondo, sono come i graffi sulle gambe alla fine di una bella escursione, sono il prolungamento nell’oggi di ciò che è stato ieri, sono sintesi di quello che la vita può permettersi, di ciò a cui, nell’esiguità del giorno e nella fugacità del tempo, possiamo aspettarci dal nostro essere umani.

Il rito

Il rito

In una casa dove i riti sono fondamentali ce ne è uno che per noi è il rito dei riti: “8 dicembre – fare il Presepe”. Il rito presuppone una sequenza precisa di azioni e parole alle quali non si può derogare, che devono per forza essere agite e dette in quel preciso ordine. D’altra parte ogni hanno il rito si arricchisce di nuove azioni e di nuove parole invariabilmente frutto di alcune variabili impazzite che quasi come i riti sono elementi strutturali della mia famiglia. Una di queste è certamente l’ateismo praticante e primigenio del Piccolo. E quindi fra le azioni e le parole oramai stabilizzatesi dentro il rito certamente quelle che riguardano l’esistenza di due personaggi identici (frutto di qualche svista di mia madre) che io spaccio per “i gemelli che entrano dentro la locanda” e che i miei derubricando a semplici doppioni. L’eterna questione riguardante la collocazione del “pastore brutto e di plastica” che comincia sempre con una posizione intransigente di tutti (“quest’anno non lo mettiamo… è troppo brutto”) che si smorza poi, nell’atmosfera natalizia, in una pacata compassione che ci convince, non sia mai che anche il presepe smetta di essere inclusivo, ad inserirlo magari in posizione defilata e poco visibile. Poi ci sono, appunto, le novità dell’anno che per lo più sono figlie del Piccolo deicida, cose del tipo: gara a chi trova per primo la statuina di Maria. Quasi alla fine dello spacchettamento il Grande la trova, il Piccolo tenta di recuperare qualche punto dicendo “io però avevo trovato prima quello…come si chiama…il marito insomma”. Oppure quando il Grande propone per quest’anno un presepe “destrutturato”, per esempio con Gesù che gattona nella piazza del paesino con tanto di ciuccio e pannolino, il Piccolo con greve metafora “marvelliana” dice “si così lo chiamano l’amichevole Gesù di quartiere”. In ogni caso però, ogni anno da quando vivo in questa vita in cui io sono il padre e non più il figlio, il rito si conclude sempre nella stessa maniera: inserito l’ultimo ciuffo di muschio, l’ultima pecorella, io faccio tre passi indietro e dico: “bello come quest’anno mai!”. I due mi guardano e sempre, da quando esistono e parlano, dicono: “papà ma che dici!?!? Ma se è uguale a quello dell’anno scorso!!!”.

L’Età dell’Oro

L’Età dell’Oro

In ogni epoca l’uomo di quell’epoca ha la sensazione che l’epoca precedente sia stata migliore della sua. Woody Allen con “Midnight in Paris” descrive questa distorsione dell’umana percezione. La nostra epoca celebra i meravigliosi anni 60 (per la verità mio figlio mi chiedeva l’altro giorno: “ma perché tutti parlano dei fantastici anni 80”, individuando così una sorta di scorrimento tellurico che sovrappone una piastra temporale sull’altra), negli anni 60 si parlava con nostalgia degli impareggiabili anni compresi fra i 70 dell’800 e l’inizio della prima guerra mondiale, mitizzandoli fino al punto da definire quell’epoca come la “Belle Epoque”. E così via di seguito andando indietro nel tempo fino alle mitiche “Età dell’Oro” presenti in quasi ogni cultura e tradizione, tempi ormai appartenenti alla mitologia e ai quali si attribuivano caratteristiche di purezza, fortuna e felicità “ormai” sconosciute nella società di questo tempo.

Questo non vale unicamente per le epoche nella loro interezza ma anche per quanto riguarda singoli frammenti di quei tempi felici: “la frutta di oggi non ha più il sapore di quella di una volta…le famiglie un tempo erano compatte, durature e felici…i film, i libri, la musica di una volta non ci sono più in questo tempo”.

Oggi, percorrendo la strada che percorro ogni giorno per andare a lavoro, mi sono nuovamente imbattuto in un ambulante (che evidentemente non ambula tanto visto che è sempre allo stesso punto di via Regione Siciliana da anni) che vende essenzialmente rotoloni di carta e stoviglie usa e getta. E oggi promuoveva con grandi cartelli colorati quelli che sembravano con tutta evidenza dei pacchi di piatti di plastica non biodegradabile (sarebbe interessante capire come se li è procurati). Sui cartelli c’era scritto: “Piatti all’Antica”. Dalla surreale Palermo per oggi è tutto.

Coltivare il miracolo

Coltivare il miracolo

Sei uno dei miracoli della mia vita. Un miracolo piccolo, niente di eclatante, niente di trascendentale. Proprio come dovrebbero essere i miracoli, proprio come sono i miracoli di cui le nostre vite sono piene, e dei quali, spesso, finiamo per non accorgerci.
Ma come tutti i miracoli sei una storia complessa, una storia che parte da lontano, ché nessuno creda che l’emorroissa guarisce proprio in quel momento in cui tocca il Cristo, quando invece la sua guarigione viene da lontano, dal tempo in cui matura la sua capacità di credere nel potere che hanno gli altri di restituirci a noi stessi. E anche questo è appunto “piccolo miracoli complesso”, cominciato trenta anni fa su un sentiero pietroso di Pantelleria. Un giorno in cui stavo andando in un posto segreto e mi sono calato a raccogliere ghiande enormi sotto la chioma di un leccio. Ed una di quelle ghiande ho posta in una vaso, quando ancora non avevo un giardino, e in quel vaso è germogliata e ha posto in essere (che non è solo gergo burocratico) il suo progetto di diventare albero. E qualche anno dopo è venuto il giardino, proprio nel tempo in cui arrivava il primo bambino, ed è bellissimo che giardino e bambino facciano rima, e nel giardino il piccolo leccio è stato posto a dimora (che non è solo gergo agronomico). Quel leccio adesso è enorme. Il mio vicino vaccaro che si chiama “Signor Angelo”, e la cui saggezza agreste tengo particolarmente da conto, ha detto una volta “quest’albero si prenderà tutta la casa”, lui non sa che io per quel momento vivo. E negli ultimi anni sei arrivata tu: lampo azzurro di remiganti a impavesate il mattino, fulmine crestato che lascia sempre il dubbio di averti realmente scorta o che tu fossi solo un’illusione ottica. Da quando il leccio a sua volta si è intestato un progetto riproduttivo, con le ghiande sono arrivate, neanche a dirlo, anche le ghiandaie. Non fosse che il mio leccio ha una collocazione impropria, cresce a pochi passi dal mare, lontanissimo da altri suoi simili, dove, a ragione, abitano le ghiandaie. Eppure almeno una di queste ghiandaie arriva ogni anno da “non sappiamo dove”, un “non sappiamo dove” che però deve essere un luogo lontano, e con la sua voce insolente e gracchiante pretende da patrona la propria mercede, rimproverandoci quasi la nostra umana presenza che per storia naturale e diritto di nicchia ecologica invece appartiene solo a lei. Nelle mattine frettolose d’autunno, quando le ghiande sono mature e la ghiandaia viene a riscuotere il proprio tributo, noi non riusciamo mai ad “avere il tempo di scorgerla”. Sentiamo il gracchiare irritato e da ciò deduciamo la sua presenza. Poi le lasciamo campo libero e torniamo a sera quando già da tempo il suo andirivieni si è compiuto.
Né lei né io avevamo previsto però la mia permanenza forzata a casa per giorni. E adesso, durante queste mattine, io ho il miracolo davanti agli occhi e da esso non riesco a staccarmi. Ti osservo, protetto dalla prospettiva di un muro e di un vetro, e tu arrivi (o forse siete voi, ma si sa noi uomini siamo incapaci di distinguere a volte persino i nostri simili, figuriamoci le ghiandaie) e prima lanci il tuo grido, tanto per capire se c’è qualcuno nelle vicinanze, poi ti posi su un ramo ed estrai dal cappello il seme, che quest’anno come in quel tempo lontano, è grandissimo, e fai un breve volo fino ai cavi della luce. Lì ti fermi un attimo come a scegliere la direzione verso la quale muoverti alla ricerca di un nuovo nascondiglio dove sotterrare il tuo bottino, che se sarà figlio di quei cinque punti percentuali della tua smemoratezza, potrà aspirare a diventare un nuovo leccio. Ed io, scomodo in cima alle scale, non smetterei mai di guardarti. Ed io, scomodo in questo tempo, penso che per ricevere e cogliere il miracolo nella sua interezza, sia necessario coltivarlo, dentro e fuori di noi.

Le Train Bleu

Le Train Bleu

Non ti ho ubbidito, lo confesso, questa volta non ti ho ubbidito. Alla fine ieri sera ci sono stato. Probabilmente, fosse stato per me, magari non ci sarei mai andato. Ma sai com’è Veronica? E poi, in tutti questi anni, da quando sei andato via, ogni volta che ti pensavamo (e ti abbiamo pensato tanto) ti immaginavamo seduto lì, immerso in tanta magnificenza che solo tu sapevi trattare con l’ironia che ti era propria, aspettando il tuo treno che ti avrebbe riportato in Sicilia. E allora ieri sera ci siamo andati, e c’erano i bambini, vedessi quanto sono cresciuti, ed ad un tratto mentre eravamo in uno di quei non luoghi nei quali ti abbandona il GPS (ché una mappa di pergamena dovresti usare per andare in un posto così non il GPS!) ha cominciato a diluviare ed eravamo bloccati, incerti sul da farsi. E allora io improvvisamente ho girato a destra e sono entrato in stazione perché in fondo io la strada l’ho sempre saputa e in pochi secondi eravamo sulla scalinata che immette al Train Blue. Ci aspettavano.È stata una sera fantastica. Il nostro tavolo a ridosso di una delle grandi finestre e per ieri sera Parigi aveva invitato un paio di quegli odiosi artisti britannici e Turner si dava il cambio con Constable per dipingere quel nostro cielo. Diverse volte ti ho intravisto anche se i miei occhi sembrava non avessero luce per altro che non fossero coloro che amo, gli affreschi e gli stucchi, le nubi ad aprire la strada a la sera che si inoltrava. Eppure diverse volte ti ho scorto. Una volta parlavi con un cameriere con il tuo francese perfetto, un’altra sorridevi fra te e te con quella faccia da Maigret interpretato da Gino Cervi, una volta mangiavi qualche cosa canticchiando. Poi la cena si è conclusa. Ci siamo alzati per andare via e Veronica mi ha detto: “voglio farti una foto al Train Blue”. Le ho risposto: “fammela di spalle però, di spalle mentre esco”. E siamo andati via. Filippo io adesso la strada la so. Tu aspettami lì, io ti assicuro che non tardo troppo. Questa volta il nostro treno blu lo prendiamo assieme, te lo prometto. Tu intanto ordina anche per me “du escargò e un filone di pane” che arrivo.

Il senso del presepe

Il senso del presepe

Il senso del presepe si coglie più nel disfarlo che nel comporlo. Mentre lo fai tutto ti sembra incongruo, un assemblaggio improprio attuato a partire da pezzi che non appartengono allo stesso disegno, allo stesso progetto. Metti tutto assieme nel tentativo di creare un paesaggio, di trasformare quello che fino a poco fa erano elementi disomogenei in una storia.
Alla fine, come ogni volta e rispettando quello che è rito nel rito, dirai che bello come quest’anno non è venuto mai, ma dentro lo senti che solo l’erba e il muschio disposti strategicamente coprono i buchi di qualche cosa che non è struttura ma semmai racconto stentato. Poi passano i giorni, il presepe diventa prima di tutto elemento componente la casa. Smette quasi subito di essere corpo estraneo e si annida in un angolo dal quale comincia a produrre i suoi effetti. Le luci accese di sera, Gesù e i Re Magi a tempo debito, lo sguardo, tuo e dei bambini, che indugia su quello che non è già più il pezzo o il personaggio ma che ha cominciato a configurarsi come una scena: il pescatore che cala la sua lenza nel laghetto, la signora che vende le verdure e accanto a lei il venditore di angurie (che mai e poi mai si sarebbero incontrati visto che lei arriva in tempi recenti da un negozietto di Spaccanapoli e l’origine di lui si perde invece nella notte dei tempi), i gemelli (frutto di un secondo acquisto incauto di mia madre che aveva dimenticato di avere già comprato il primo) che appaiati entrano nell’osteria.
E poi viene il momento di smontarlo ed è allora che ti accorgi che qualche cosa è cambiato, che si è verificata una sorta di magia e che ciò che prima ti era sembrato incoerente adesso è racconto, è villaggio, è indirizzo al quale è possibile inviare una lettera, al quale rivolgere un pensiero.
Mentre lo disfi ti accorgi che le case si sono fuse con le rocce di sughero, il pastore è coerente al proprio gregge, la natività emana un significato che pervade e unifica il racconto. I pezzi hanno trovato la loro conformità ad un disegno, il disegno si è elevato a progetto, il progetto ha modellato la realtà, la realtà si è fatta narrazione. E mentre riavvolgi ad una ad una le statuine nella carta di giornali vecchi di cinquanta, trenta, dieci anni ti chiedi se quella che racconterai è una strana storia sul presepe oppure una metafora della tua vita.

Contro l’entropia

Contro l’entropia

Questa storia partecipa al Blogger Contest 2021

Sento la pioggia che batte forte sulle persiane.

Ride di me e dice: <<io ti so capace di salire fino alla cima del monte in un giorno di vento, di discendere la grotta di cui non conosci il fondo, di amare meglio di così. Esci dunque>>.

Io le rispondo: <<ridi ancora un po’ e non smettere di spronarmi mentre io mi preparo>>.

—–

A mettere un decimo di grado

fra noi e lo zero assoluto,

a strappare un minuto

a questa eternità che odora di nulla.

A riempire la culla

di disperate speranze

e le stanze

di impaurite risate

per scacciare l’inverno.

E girare sul perno di promesse

che devi mantenere

ché una messe di bisogni

non ti travolga.

E frammenti di gioia

a comporre il mosaico

che hai incollato sul soffitto

della camera da letto.

E uno sguardo retto,

una carezza senza un perché,

un gradino a salire

e ancora un altro.

Vestire abiti puliti,

avere sempre pronta

qualche cosa da cantare,

raccontare una storia.

Principio uno – 21.12.74 – Presepe

Forse ti lasciano andare se prometti di tornare. Forse è il patto che hai fatto quarantacinque anni fa, il beneficio che ti hanno concesso per quella partenza troppo precoce. Forse ti muovi quando senti l’odore del muschio e del sughero antichi che si sprigiona dalla valigia che conteneva il tuo piumone in raso, corredo di giovane sposa. Forse è il tintinnio delle palline di vetro colorato, la bellezza delle quali i miei non riescono a comprendere e che si stanno estinguendo, due in frantumi ad ogni anno che passa. Allora, con il tuo viatico celeste e attratta da una memoria che non si può cancellare, lasci la casa gelata, lasci la casa sulla collina, lasci il letto sporco e, per strade che non conosco, vieni a casa mia.

Ti vedo, mamma, ogni mattina, con la coda dell’occhio, come si vede Mizar, stella troppo fioca solo perché lontana, seduta in un angolo della mia cucina. Ti vedo, con la camicia da notte e la vestaglia (ché non ti permettono di indossare altro) che guardi critica ciò che quell’anno sono riuscito a produrre, sono riuscito a mettere assieme. E sposti i gemelli un po’ più vicini, una pecora su quella balza, il povero un po’ più prossimo al fuoco.

Poi a sera viene il momento in cui devo spegnere le lucine del presepe, e allora ti vedo ancora per un attimo e appena esco tu ti rannicchi sul divano e ti copri con quello che trovi. Io ti lascio sempre sesamo tostato, mamma, in piccoli sacchetti bianchi, e acqua fresca di tutte le sorgenti che nascono dai monti sui quali vorrei sempre andare, e dove ti cerco e non ti trovo.
Di notte poi ti muovi poco, tentando di non farci spaventare, e sembra che ogni tanto ti siedi ai piedi del letto del grande e lo guardi con identico amore al mio e carezzi piano il piccolo per fargli passare la tosse e i pensieri pesanti.

Per un mese intero saremo ancora assieme. Non potremo toccarci, non potrò baciarti, che nemmeno mi ricordo più che profumo avevi. Tu lontana dalla casa sulla collina, io vicino a te per come i sogni e i desideri ce lo permettono.

Principio due – 21.12.20 – Terra rossa

Questo è un voto. Non indosserò altro che magliette della “terra rossa”. Fino a quando non avremo chiuso l’associazione oppure fino a quando non saremo stati capaci di farla rinascere io non indosserò altro che le nostre magliette. In questi due anni che ci hanno distrutto, in questi due anni nei quali ogni nostro singolo progetto è sembrato non reggesse all’impatto della paura, del disinteresse, dell’insipienza, in questi due anni siamo scesi, un giorno dopo l’altro, al fondo del pendio. Ci siamo fatti togliere il senso dell’agire comune e in relazione come si tolgono le cose quando vogliono che non ce ne accorgiamo, un giorno dopo l’altro. Adesso io voglio riappropriarmene. Dove sono le energie per farlo? Non lo so. Dove sono le risorse, dove la speranza, dove la visione e il disegno conformi alla nostra idea? Non lo so. So una cosa, una cosa sola, che è poco ed è tutto allo stesso tempo: non indosserò altro che magliette della “terra rossa” fino a quando non saremo stati capaci di fare rinascere la nostra associazione. Questo è un voto.

Principio zero – 21.12.20/21.12.21 – Lei

<<Questo anno sta per finire e quello che sta per arrivare non sappiamo come sarà. Di sicuro non sta partendo bene neppure questo.

Io stanotte per fortuna ho dormito un po’ di più anche se ho avuto alcune sveglie in cui ho faticato a riaddormentarmi.

Sono così triste che davvero non so come potrò fare a muovermi nelle giornate.

Io non credo più in te e non credo più in noi. Ci ho creduto sempre, anche nei momenti più bui. Ho sempre cercato di richiamarti verso di me, anche quando più volte te ne sei andato. Adesso invece non ne ho forza, non saprei su che basi ricostruire. Nulla di quello che c’era (o che pensavo ci fosse) c’è più.

Avrei bisogno di nuovo di psicoterapia. Non ce la faccio da sola. Devo capire come muovermi>>.

—–

<<Buongiorno Amore Mio. Questa poesia è per te. Come tutte d’altra parte.

Il vento dai monti

intona distanti

dolcissimi canti.

Minuscoli istanti

mi scorron davanti

in sogni vibranti.

E scaccio i rimpianti

nemici insinuanti

di voli e di incanti.


Nei passi esitanti,

di stelle cadenti

rimangon soltanto

Gli stenti di tanti

che tirano avanti

preda dei venti.>>

<<È bellissima. Un po’ malinconica ma molto bella. Sei molto bravo Franci e con questo, sai come la penso, dovresti creare qualcosa. Spero di poterti aiutare.>>

<<Spero che mi aiuterai>>.

—–

<<Io ti amo tantissimo e voglio che la nostra vita continui in modo sempre migliore. So che per questo serve impegno e ti ringrazio per tutte le volte che nel passato mi hai tirato fuori dall’entropia e perché continui a farlo ancora.

Abbiamo vite confuse e strumenti limitati ma è una sfida quotidiana. Finché avremo voglia di sfidare saremo salvi>>

<<…che forse dovremmo appunto provare a riempire quei silenzi cercando di stare più in contatto fra di noi piuttosto che con il resto dell’umanità sparpagliata nel ciberspazio, che dovremmo provare ad abbattere delle barriere e ad immaginare modalità nuove a costo di fatica e sacrificio.

Ne vale la pena Amore Mio? Io credo di si. Mi dirai tu se per te è lo stesso>>.

<<Per finire sono d’accordo con te sulla necessità di ritagliarci degli spazi per stare insieme anche in silenzio. Per questo come ti ho promesso, ridurrò drasticamente i viaggi nello spazio tecnologico per vivere il presente. Se poi potremo concederci come siamo riusciti a fare qualche mese fa un tempo ed uno spazio fuori dalla quotidianità tutto sarebbe più facile. Ma intanto proviamo a restaurare giorno per giorno questa casa fatta di mattoni, anima e sentimento. È quello in cui vale senza dubbio la pena investire, ne sono certa anch’io.

Salgo a prendere quella creatura misteriosa che è atterrata da un pianeta nuovo (oggi in un negozio, che non posso dirti quale sia, c’era un mappamondo in cui lui cercava la mezzaluna fertile con grande sorpresa del commesso).

Ti amo tanto>>.

—-

Lo zaino è quasi pronto.

Fatto il conto,

ho messo dentro,

per quando andrò lontano,

quel poco che mi serve,

tutte cose che si contano

sulle dita di una mano.

Io non dimentico nulla,

non ti preoccupare:

i sandali ai piedi,

il bastone nella destra.

E tu non dimenticare,

per quello che ti diedi,

di porre ogni tanto a sera

un lume dietro la finestra.

Principio tre – 21.07.91 – Sibilla

E alla fine valicammo l’ultima portella e fummo in vista dei Laghi di Pilato. L’ascesa era stata lunga e faticosa. Reduci da cinque giorni di trekking, quest’ultima salita richiese risorse ed energie che forse avevamo speso in precedenza ed altrove. Ma la Sibilla accordò il permesso e noi entrammo nella conca dove giacciono i due laghi trasparenti. Eravamo partiti tardi e tardi arrivammo.

Già il sole tramontava e breve fu la gioia della conquista, breve il riposo, ché già altre cure ci assillavano, altri bisogni richiedevano la nostra attenzione. Preparare il bivacco, provvedere alla cena, procurarsi un po’ di fuoco ché a quelle quote anche d’estate fa freddo.

Ci rendemmo subito conto che per le prime due cose, per quanto il tempo fosse poco, portavamo con noi tutto ciò che ci serviva a soddisfare i nostri bisogni. Ma non così per la terza. La notte che oramai incombeva, l’avere superato da chilometri e da tempo la quota della vegetazione, il non avere provveduto lungo il cammino a raccogliere un po’ di legna, ci mise nella condizione di avere un bisogno significativo e non avere al tempo stesso gli strumenti per soddisfarlo.

Poi improvvisamente, quando anche l’ultima luce del giorno stava spegnendosi, qualcuno di noi si accorse che tutto attorno era cosparso di bastoni più o meno improvvisati che gli escursionisti giunti fin li nel tempo avevano abbandonato una volta completata l’ascesa. Punteggiavano le rocce bianche, abbandonati una volta in un anfratto, un’altra appoggiati ad una cengia. Li raccogliemmo in fretta ed in poco tempo accanto al nostro bivacco c’era un bel mucchio di questa legna imprevista ed eterogenea, di questo combustibile improprio e chissà quanto esotico che per quella notte illuminò il nostro campo e riscaldò i nostri corpi.

Allora noi lo interpretammo come una specie di tributo che ogni escursionista che ci aveva preceduto nel tempo aveva voluto, in maniera inconsapevole, dare al nostro fuoco di quella notte, un piccolo, singolare, impersonale, dono che veniva da lontano e che noi consumammo, senza troppo rifletterci, in una notte sola. Quando poi nel tempo sarei tornato al ricordo di quella notte avrei pensato che, forse, invece, avevamo commesso una specie di sacrilegio, un offesa grossolana e ingorda nei confronti delle tante storie che ognuno di questi bastoni raccontava e che noi non ci eravamo preoccupati di trovare e di ascoltare. Ma quella notte trascorse tiepida e riposante e allora quello ci bastò.

Questo ricordo torna stamattina, preso dalle mie tante canzoni, dalle mie tante poesie, dalle mie tante storie, accumulate in una vita, reduci di altrettanti cammini a volte impervi, altre volte consumati sotto un sole generoso.

E dentro sento, senza paura sento, senza offesa sento, senza privazione sento, che quella sera facemmo bene, perché è così che funziona la vita, generosa fino quasi ad essere sprecona, madre dello sperma, del polline e degli ovuli, molto più dissipativa che conservativa nel suo disperato bisogno di risalire ogni volta la china entropica e, a conti fatti e prima di tutto, di sopravvivere.

Per questo non so davvero cosa sarà di tutti questi bastoni che ho portato fino a qui sopra, ma davvero sarei felice se domani qualcuno, al bisogno, volesse adoperarli tutti e in un sol colpo, anche e soltanto, per scaldarsi un po’ le mani.

Principio 4 – 21.12.21 – contro l’entropia

Fosse anche l’ultimo dono, io ringrazierei.

Per la pioggia di questi giorni che impregna il suolo,

per il freddo che riconduce a ragione insetti e sorgenti,

io ringrazierei.

Per il dono dell’alba fedele, fosse anche l’ultima,

io ringrazierei.

Fosse anche l’ultima speranza, io partirei.

Prenderei per mano i bambini,

e con le poche cose necessarie al bisogno dentro un passeggino,

con le cose strette in un fagotto e avvolte nella plastica,

affinché l’acqua salata non le guasti,

io partirei, fosse anche l’ultima speranza,

in lunga fila con gli altri ad attraversare confini,

dentro improbabile fasciame ad attraversare il mare,

io partirei.

Fosse anche l’ultimo torto da subire, io griderei.

Griderei “io sono l’ultimo compagni!”,

oppure “no bastardi no!”,

ma io griderei.

Mi garantissero che questo, proprio questo qui, adesso,

è l’ultimo torto che subiremo,

e poi pace per sempre e per sempre gioia e per sempre famiglia,

io comunque griderei

e con la gola gonfia e troppe lacrime a scendere

stringerei, fosse l’ultima volta, al petto

coloro che amo.

Ché nessuno abbia a dire domani,

fossi io stesso di me stesso,

che non ho ringraziato,

che non sono partito,

che non ho gridato.