Sulle scale di scuola

Sulle scale di scuola

Domani è il giorno. Come sempre li lascerò all’inizio della rampa di scale che immette nell’edificio scolastico ed andrò via.
Ho tenuto da parte, nel cuore e nel cervello, questa immagine per mesi. Facendo finta di niente, prendendo in giro me stesso, provando così a fermare il tempo che invece implacabile si muove.
Ma la notte appena passata è quella in cui avevo deciso di riaprire la comunicazione con quel pezzo di me che avevo isolato, in cui ho accettato di essere presente al mio piccolo appuntamento con la storia.
Ho rivisto tutti i miei primi giorni di scuola, ho rivissuto quell’emozione, la mia timidezza di bambino orso prima e di ragazzo orso dopo chiuso in un angolo nella speranza che un voce amica, sopravvissuta alla lunga estate, lo riportasse a quel mondo scolastico che era sempre e comunque una fantastica avventura.
Ho rivissuto tutti i primi giorni dei miei bambini, la gioia del reicontro, quell’incertezza sottile sulla quale prevaleva sempre la curiosità, la sensazione di una strada che per quanto difficile, per quanto faticosa, più di ogni altra rappresentava il futuro.
A tutto questo ho pensato sapendo che in questo tempo pandemico per la prima volta abitavo un confine che non era confine solo mio o solo dei mie figli, ma confine per tutti i genitori, per tutti gli insegnati e per tutti i figli del mondo.
Un confine oltre il quale, per la prima volta (almeno nella nostra vita, almeno nel nostro tempo) c’è un mondo sconosciuto, oltre il quale il rito di festa cede il passo ad uno vagamente luttuoso, oltre il quale poggeremo tutti il nostro piede quando domani li lasceremo alla base di quella scala nella speranza di rivederli apparire, sempre li, eccitati e scarmigliati, alla fine della giornata.
Eppure quale genitore, anche nell’assoluta incertezza, anche all’inizio di un tempo che si presenta incondificabile per ognuno di noi, non riserva ai suoi figli le medesime cure, le stesse attenzioni del tempo migliore?
In questa tregua che finisce noi oggi compreremo, facendone un piccolo rito di allegria, quaderni, matite, diari, svuoteremo, puliremo, e riempiremo nuovamente gli zaini, fodereremo i libri, prepareremo la merenda.
E domani, alla base di quella scala, sorrideremo come se nulla fosse, ci raccomanderemo sottovoce, agiteremo la mano in un saluto e spereremo, fino all’ultimo spereremo, anche in un bacio distratto che illumini la nostra giornata.

Magnifying glass

Magnifying glass

Gli inglesi, una volta tanto pià aderenti alla matrice latina di noi, la chiamano “magnifying glass”, il vetro che magnifica. Mi è sempre sembrato un nome meraviglioso così come meraviglioso mi è sempre sembrato l’oggetto in se. Un oggetto per vedere le cose più grandi di quanto non siano, capace di “magnificare” il sole e accendere, se è necessario, un fuoco. Con l’età ho cominciato ad apprezzarne anche altre virtù tese a “magnificare” ciò che la vista invece inesorabilmente riduce.

Nei giorni del mio cinquantasettesimo compleanno ho ricevuto dei regali bellissimi. Alcuni talmente intimi da non potere essere mostrati su questa vetrina. Ho ricevuto il più bello degli inviti a cena della mia vita quando il mio Grande mi ha detto “papà stasera vorrei che fossi mio ospite in panineria” e li siamo stati tutta la sera, dopo un bagno in un mare limpidissimo, io, il Piccolo e il Grande a fare infiniti indovinelli sul Signore degli Anelli.

Poi ieri pomeriggio ho ricevuto questo regalo, tanto tardivo quanto gradito, dalla mia “amata suocera”. Io lo so quanto questa definizione possa sembrare stridente ai più, ma chi mi conosce (e soprattutto chi la conosce) sa che la definizione è letterale e da quando la conosco io nutro nei confronti di questa persona una stima incrollabile e un genuino affetto filiale.

Potrei veramente oggi “magnificare” le sue doti di donna forte, coraggiosa, sempre grata anche nei momwnti difficili, dotata di uno spirito lucente che le permette di uscire apparentemente indenne da tutte le avversità. Ma anche quello è spazio intimo e inaccessibile che riservo a chi la conosce e come me non può fare a meno di apprezzarla.

Oggi mi basta concludere con le parole che Nanni Moretti fa dire a se stesso, protagonista di “La messa è finita”, durante l’omelia che chiude il film e che prelude alla sua partenza per terra di missione: “La mia vita è bella, perché sono stato molto amato. Io sono un uomo fortunato.”

Incontro

Incontro

Ti ho aspettata tanto, ma facendo finta di niente, come si fa con colei del cui arrivo non siamo certi.

Ti ho aspettata e poi ieri sera ho sentito che arrivavi. Una scusa per uscire a fare una passeggiata: “ma sta per piovere!”, “appunto”.

Solo poche gocce all’inizio, quelle che fanno sperare, quelle che fanno temere che sarà ancora una volta un incontro mancato.

Poi però ho sentito che arrivavi dal fondo della campagna. Ho sentito quel ruggito leggero, le fusa di un gatto cosmico, come di qualche cosa che sta già accadendo lontano da noi e che piano si avvicina.

E poi sei arrivata, tutta, in un colpo solo, con la tua veste estiva fatta di gocce enormi e mi hai fatto letteralmente tuo in pochi secondi aggiungendo a quel 65% di te che mi porto già dentro un’indefinibile percentuale celeste che ha inzuppato i miei vestiti e ripulito la mia anima in pochi secondi. Per fortuna avevo tagliato i capelli a zero il giorno prima.

E mentre tutto attorno gioiva con me del tuo arrivo ho deciso di proseguire fino alla vasca di raccolta che in questi mesi ho guardato ogni giorno sperando in un miracolo liquido che non poteva essere. E quando sono arrivato ogni singola gronda, ogni singolo tubo gorgogliavano e ridevano proprio come facevo io in quel momento e la vasca era un tripudio di getti, di gocce, di minuscole dirompenti onde, di spruzzi che gridavano “grazie…grazie…grazie”.

Sono tornato piano verso casa e mentre rientravo, letteralmente immerso in quella benedizione che è forse la cosa più bella che accade su questo pianeta in cui avviene un miracolo grande: cade acqua dal cielo, mi sono rimproverato perché per un poco, durante questa estate così lunga di gradi e di pensieri, forse mi ero dimenticato di te per lo stesso motivo per il quale ci si dimentica, forse, della donna sopra ogni altra amata: perché, quando la si incontra nuovamente, il nostro cuore possa balzarci in petto ed i nostri occhi farci dire “quasi non ricordavo più che fosse tanto bella”.

Ancora pochi metri e lascio il fiume che adesso sostituisce la strada che conduce a casa mia per svoltare nella rada tranquilla che introduce al mio giardino. Qui mi fermo un attimo per ringraziare la divinità che ancora una volta ha mandato la pioggia a guarire ogni singolo male non tanto per un suo effettivo potere taumaturgico me perché più di ogni altra cosa sa farci fare pace con la morte.

L’Oca Martina e Cesare

L’Oca Martina e Cesare

Lessi tanti anni fa con grande interesse e partecipazione il bellissimo “Io sono qui, tu dove sei?” di Konrad Lorenz. Un dei suoi tanti testi illuminanti di etologia (lui che ne è “l’inventore”) nel quale ripercorreva la sua lunga storia ed esperienza con le oche selvatiche, la cui vita e il cui comportamento avevano fatto nascere in lui la teoria dell’imprinting.In questo libro racconta delle sue primissime esperienze ed in particolare di quella con l’Oca Martina. Lorenz è li quando l’ochetta mette il becco fuori dal guscio e questa quindi pensa bene di scambiarlo per sua madre e di pretendere da lui quello che qualunque pulcino pretenderebbe dalla propria mamma oca.Lorenz racconta la prima notte in cui decide, da buona madre adottiva, di sistemare l’Oca Martina in una piccola scatola/nido nella stanza dove lui dormiva.La notte si presenta subito molto complicata e certamente insonne, ogni venti secondo infatti l’Oca Martina lancia un “qua qua” che Lorenz, alle prime armi con le oche selvatiche, in un primo momento non riesce a decodificare.Lorenz si alza, accende la luce, cerca di capire se Martina ha bisogno di qualche cosa, acqua, cibo, riparo, ma ogni volta che spegne la luce e torna a letto, dopo pochi secondi ricomincia il solito “qua qua” senza tregua.Poi, per caso, Lorenz capisce cosa sta succedendo quando all’ennesimo “qua qua” di Martina Lorenz a sua volta risponde con un “qua qua”. Questo è esattamente quello che Martina si aspetta dalla sua inesperta ed incerta madre adottiva, per il resto della notte Martina lancerà ancora qualche raro “qua qua” al quale basterà che Lorenz risponda a tono per ottenere il silenzio e il sonno di Martina.Lorenz a questo punto traduce l’ochesco “qua qua” di Martina con l’umano “Io sono qui…tu dove sei?”, al quale corrisponde il suo “qua qua” che per Martina equivale ad un rasserenante “eccomi…va tutto bene…sono qui anche io…dormi…”. Martina infatti non ha bisogno di nulla altro che non sia una rassicurazione, la conferma che la sua “mamma” si trovi nei paraggi e che lei quindi sia al sicuro.
E’ mattina. Come sempre gli unici due svegli in casa siamo io e Cesare. Lui davanti la TV, io a raccogliere tenerumi nell’orto. Fa già caldo, un po’ confuso mi aggiro nel mio orto che è a questo punto una specie di giungla, in tutto simile ad essa anche e soprattutto nelle zanzare. Un po’ infangato e un po’ sudato cerco di abbreviare il più possibile l’incombenza, quando dalla casa arriva un urlo: “Papà dove sei?”. Abbandono coltello, mi districo con difficoltà dalle liane/tenerumi e attraverso il prato di fretta per rispondere con sollecitudine paterna al richiamo di aiuto del figlio capace di farsi male anche stando disteso sul divano. Trafelato varco la porta di casa: “Cesare che succede?”, lui non mi guarda neanche, neanche stacca lo sguardo e la sua attenzione dalla schermo per un attimo: “niente papà…volevo solo sapere dove eri”.“Qua qua papà…qua qua Cesare…eccomi…va tutto bene…sono qui anche io”.

Bartolo

Bartolo

Conservo queste foto nella tasca di davanti dello zaino. Le conservo da quando, qualche sera fa, mia sorella Viviana me le ha date. Mia sorella Claudia mi ha fatto sapere poco dopo che le rivuole. Lei in quelle foto c’è. Io le ho scansite entrambe. Una la conoscevo, l’altra no. Sono state scattate durante quel 1973 che io considero il mio personale buco nero. Da qualche parte ho scritto come poco tempo fa mi sono stupito di avere scoperto solo di recente “Vincent” di Don McLean e di come la ragione di questa mia tardiva scoperta sia il fatto che quella canzone arrivò in Italia come sigla di uno sceneggiato che, immerso nel mio buco nero, io non avevo avuto modo di vedere, alla stregua di tante altre cose che quell’anno non vidi, non feci, non capii, non imparai.


Delle due conoscevo la foto nella quale siamo io e Claudia da soli nel mezzo di una piazza Duomo un po’ veneziana. Ma non conoscevo l’altra.
Difficile dire cosa provo guardando questa foto e forse non voglio dirlo nemmeno, non voglio nemmeno provarci. Ma c’è un grumo che mi costringe da giorni a togliere e rimettere nella tasca dello zaino le foto, un grumo che sembra fatto di frammenti di vetro e che devo espellere. Io lo faccio scrivendo e condividendo con chi ha voglia di leggere. Sono fatto così.

Non è mia sorella, troppo bambina in quella foto, come me d’altra parte, che in quanto tale non poteva sapere, non poteva capire fino in fondo la tragedia nella quale eravamo immersi, cosa esattamente stesse succedendo.
Non è mia nonna, troppo semplice e al contempo dotata di un suo servofreno dentro il cuore che le consentiva, come è giusto che sia, di sopravvivere a tutto.
E’ mio nonno. Bartolo che non aveva mai prima di allora lasciato la sua isola. Bartolo che era andato via dal suo paese sulle montagne e che, pur di garantire alla sua famiglia un inurbamento dignitoso, si era sottoposto all’umiliazione di fare gli esami di terza media nello stesso giorno e nella stessa classe in cui lo fecero le sue figlie e in questo modo vincere il concorso al Banco Di Sicilia dal quale, tanti anni dopo, sarebbe uscito come cassiere capo della sede centrale di Palermo. Bartolo che nonostante tutto prese il primo aereo della sua vita e con genero, moglie, nipoti, si trasferì per settimane a Milano per seguire questa figlia così amata e che da li a quale mese, e questo lui lo sapeva, noi no ma lui si, lo avrebbe lasciato per sempre.
E’ mio nonno che non riesco a guardare e dal quale al tempo stesso non riesco a distogliere lo sguardo. Perché per quanto mi sforzi non riesco a capire dove quest’uomo, che se è possibile ho amato più di mio padre, abbia trovato la forza, il respiro, il senso che da il ritmo al nostro passo per andare da un punto ad un altro. Perché, se provo ad immaginare quello che lui provava in quel momento, non riesco a comprendere come abbia potuto vestirsi quel giorno, e fare colazione, e condurci, in qualche modo, in quella piazza, acquistare i bruscolini, distribuirli sulle nostre mani bambine, sulle sue, su quelle di sua moglie, e farsi fare questa foto.

Credo che Bartolo fosse in gioventù un uomo dalle passioni focose. Poi, raccontano, una notte a 40 anni accadde qualche cosa per cui lui decise che era venuto il momento che la sua vita doveva cambiare. Fu allora che spense una prima parte di se. Trenta anni dopo, quando mia madre morì, io credo che Bartolo abbia spento la seconda parte e tutto quello che rimase in apparenza fu un uomo che passava le sue giornate a fare eterni solitari con le carte, a sentire la radio a transistor ricoperta di cuoio, a diluire il vino con la gazzosa, a raffreddare il brodo con i cubetti di ghiaccio. E invece rimase dell’altro, lasciò una fiammella accesa alla quale poi ancora per anni io e mia sorella ci saremmo scaldati. Mi piace pensare che quel giorno, in piazza Duomo, lui abbia messo da parte il poco carburante che restava affinché quel fuoco, almeno quello, non si spegnesse mai. La divinità, che generosa con me mi ha concesso di condividere con lui l’ultimo respiro, ha dato a me e a mia sorella un’altra possibilità: quella di crescere per anni al riparo del suo silenzio, protetti dalla sua ironia sorridente, al caldo di quella fiamma che era tutto ciò che restava di lui e che lui, senza pensarci su troppo e senza sprecare parole, destinò interamente a noi due.

Attacco e difesa

Attacco e difesa
Cuccioli maschi che ruzzano sui divani della casa o sul prato. E’ questa l’immagine che ho di loro due negli ultimi mesi. Quasi quattordicenne e di dimensioni spropositate il Grande, otto anni appena compiuti ed esiguo da fare pena il Piccolo, nel tempo in cui sarebbe stato ragionevole pensare che avrebbero perso contatto hanno invece sviluppato, fra quarantena e un’estate anomala, una relazione intima e profonda che quando non li vede impegnati ad ammazzarsi a legnate ce li offre alla vista distesi da qualche parte, l’uno all’altro avvinghiato, immersi in discorsi la cui comprensione è a noi adulti preclusa.

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La mia famiglia ed altri animali

La mia famiglia ed altri animali

Gerald Durrel conoscendoci avrebbe probabilmente riscritto “La mia famiglia ed altri animali”. Io infatti vivo immerso in una nuvola animale che comprende me, una moglie, due figli, un numero inquantificabile di galline vive e galline fantasma (quelle che negli anni sono state fatte fuori dai cani randagi, dalle volpi e dalle martore ma che in una maniera o in un’altra continuano ad aleggiare nella nostra vita), due tartarughe di nome Darwin ed Ugo, un criceto “stabile” di nome Panzottino, un altro “pensionante” di nome Puffo, due famiglie di api per un numero complessivo di circa 60.000 individui e, fino a ieri, un gatto battezzato da me Teofilo e, in spregio ad ogni mia rimostranza, abitualmente chiamato Teo. Questa lista naturalmente difetta di tutta la parte “naturale” del nostro serraglio che fra ghiandaie, gabbiani, poiane, merli, insetti di ogni genere, rettili vari, basterà, dovesse essercene mai bisogno, a riempire tutta, esclusi come sempre i poveri leocorni, l’arca di Noè. Continua a leggere “La mia famiglia ed altri animali”

Significato di “marinare”

I miei figli non hanno ereditato né da me né dalla mamma il dono della lettura. Non ancora almeno. Sarà che io ero bambino di pochi giocattoli, molta città e pure monocanale televisivo, ma il piacere della lettura è qualche cosa che in me è nato prestissimo. Per loro, figli di questo tempo oltre che miei, la lettura è pratica troppo articolata, silenziosa, apparentemente poco interattiva, per poterseli contendere efficacemente con un mondo di sollecitazioni elettroniche ed informatiche fuori scala. Continua a leggere “Significato di “marinare””

L’odore del Montana

l giorno del mio compleanno c’era ancora il sole e stiedi a lungo seduto su una delle panchine del campus universitario in coraggiose maniche corte. Ma il 15 settembre mi svegliai che i prati erano già coperti di neve. Da quel momento e fino a quando, a fine dicembre, non avrei lasciato il Montana, la neve, il ghiaccio, il gelo sarebbero state le costanti climatiche di quel luogo che avrei tanto amato. Continua a leggere “L’odore del Montana”

Artigianato ed animismo

Artigianato ed animismo

A Carini c’è un centro per il “fai da te” dove normalmente mi rifornisco. Non è una di quelle catene che adesso spopolano ma piuttosto un piccolo negozio di paese che con il tempo è cresciuto nelle ambizioni, nelle dimensioni e nell’assortimento.

E’ perennemente presidiato da tutta una serie di giovani commessi scostanti e presuntuosi che ti guardano con la faccia di chi pensa: “ma cosa c’è venuto a fare uno come te nel tempio del bricolage?”. Continua a leggere “Artigianato ed animismo”