Coincidenze e regole

Coincidenze e regole

Con lui le cose altamente improbabili divengono assolutamente possibili, e la più spuria delle coincidenze diventa regola che orienta in questo angolo di universo lo svolgersi degli eventi. Lui naturalmente è Cesare, il mio bambino piccolo.

Sul prato compare all’improvviso una pianta di menta d’acqua, che il Signore lo sa con che difficoltà sono riuscito a rubarne alcuni germogli in natura e farli attecchire in due vasi che tengo d’occhio manco fossero l’ingresso di Fort Knox. E lui, fresco come un quarto di pollo, mi dice: “ah sì…ora che mi ricordo…ho trovato un semino accanto ai tuoi vasi e l’ho piantato”. Ma come un semino? Le mie piante hanno fatto semini? E solo tu te ne sei accorto?

Poi ieri: “sai papà (me lo dice mentre sono sovrappensiero e quindi non colgo subito l’assurdità fulminante della correlazione) quante volte mangio i fiori di tarassaco? Ecco, per ben quattro volte ne ho mangiati di più acidi ed ogni volta nelle vicinanze c’era della legna buona per fare il fuoco…quattro volte, capisci papà? Questa non può essere una semplice coincidenza, deve essere per forza una regola”.

E ancora una volta mentre me lo guardo tutto, diritto in quel corpicino esile ed inflessibile, e me lo carezzo con gli occhi, mi rendo conto che il miracolo non sta in statue lacrimanti e grumi di sangue che si sciolgono ma nella quotidianità di chi lo sa vedere ed accogliere e nell’eccezionalità di chi con le sue parole, le sue azioni e i suoi pensieri è capace di imprevedibili ed inimmaginabili epifanie.

Astronautica e dichiarazione dei redditi

Astronautica e dichiarazione dei redditi

Non passo. E’ inutile continuare a provare, non riuscirò mai a convincerlo a fare l’astronauta. Ma procediamo con ordine. Anche stamattina ci prepariamo con il Piccolo all’usata fatica cominciando ad inanellare i nostri riti del giorno. Il primo si consuma appena entrati in macchiane e superato il cancello di casa. Si chiama “termic game” e consiste nel tentare di indovinare la temperatura dell’aria in quel momento. Il Piccolo, come sempre, ha cominciato qualche settimana fa snobbando la cosa e sparando temperature a caso. Ma poi ha cominciato ad appassionarsi e a reagire da par suo. In pochi giorni ha sviluppato potentissimi sensori che a questo punto gli permettono di indovinare con precisione chirurgica la temperatura del momento. “Termic game!!!” grido io, in preda al solito non condiviso entusiasmo paterno. Lui, senza staccare gli occhi dall’oggetto che in quel momento attrae la sua attenzione, manda giù il finestrino e tira fuori la mano. Poi sentenzia: “18 gradi”. “Ma quali 18 gradi!!!” dico io, “ce ne sono almeno 22!!!”. Sarà come ogni giorno il termometro esterno dell’auto a dirimere la contesa. Pigio il tasto, qualche secondo di attesa e poi sul display appare un lapidario “18° C”, non un decimo in più non uno in meno. Anche per nascondere la mia delusione e per cogliere ancora una volta l’occasione per tornare sull’argomento che più di tutti mi sta a cuore gli dico subito “Cecio io già me lo immagino: tu su Marte, tutte le televisioni del mondo puntate su di te, il giornalista che ti chiede <Astronauta Cesare che temperatura c’è oggi su Marte> e tu che tiri il dito fuori dalla tua e dici <ma…direi circa 141 gradi> e ti bruci il dito come un pollo”. Ride ma subito mi ridimensiona “miiiii…sei fissato con questa storia degli astronauti…e comunque io te lo ho detto cento volte che non lo voglio fare…e poi oramai gli astronauti non è che fanno gli astronauti…”. “Come no?!?!” dico io sdegnato, “e che fanno allora?”. “Niente…stanno tutto il giorno davanti al computer a compilarsi la dichiarazione dei redditi”. Non passo. E’ inutile continuare a provare, non riuscirò mai a convincerlo a fare l’astronauta.

Il bacio

Il bacio

Hai cercato quel sentiero con tutto te stesso perché sai che è l’unico che può tirarti fuori da quella pietraia o da quella macchia di rovi. E poi lo vedi e sai che è lui perché lo conosci o perché è l’unico possibile e per un attimo ti assale una gioia grande. Ma dura appunto solo un attimo e ti rendi subito conto che quello è un confine sul quale il mondo selvaggio ti dà l’ultimo bacio. Per adesso o per sempre.

Perseveranza e Ingenuità

Perseveranza e Ingenuità

In questi giorni gran parte della conversazione famigliare verte su Marte. Da quando Perseverance ha toccato il suolo del pianeta rosso si può dire che non abbiamo pensieri per altro, ancora di più adesso che abbiamo scoperto che il Rover fa coppia fissa con uno specie di drone fornito di elica che si chiama, nientepopodimeno che, Ingenuity. Continuiamo a rivedere il video dell’ammartaggio e un paio di giorni fa ci siamo emozionati nell’assistere ai primi passi di Perseverance sulla sabbia marziana.

Anche stasera torniamo sull’argomento. E ad un certo punto Cesare, per nulla scherzoso, ci chiede: “ma se su Marte trovano persone quelle che stanno a sud del pianeta le chiameranno Martoni (con un chiaro riferimento al nostro essere terroni)?”. Zaccheo (senza neanche sollevare lo sguardo dal piatto): “e questo non è ancora niente…vedrai che appena scoprono che il piatto tipico di quelli del nord di Marte è lo Splutz li chiameranno subito Splutzoni”. E per stasera direi che può bastare.

I padri del deserto

I padri del deserto

Credo di avere commesso un errore, credo di avere fatto una valutazione errata. Sono stato convinto fino a questo momento che la divinità a mo’ di nemesi e per punire probabilmente la mia incapacità di evolvere dalla mia posizione ormai incrostata di “aspirante cristiano”, mi avesse inviato in dono un figlio dotato di una forma di ateismo naturale e incrollabile. Cesare infatti da quando è nato propugna uno scetticismo rigoroso e militante nei confronti di qualunque teoria che sia in odore di misticismo, dall’esistenza di Dio a quella di Babbo Natale. E, anche a giustificazione di quel “militante”, si fa obbligo di portare “la cattiva novella” in giro per il mondo e soprattutto presso i suoi coetanei: “guardate che qui la questione non è che Dio è morto…ma proprio che non è esistito mai”. Per fare proseliti si preoccupa di imbastire raffinatissime prove anti ontologiche che propone in tutte le occasioni nelle quali ha a disposizione un pubblico disposto ad ascoltarlo. Ho dedicato un altro post alla sua prova anti ontologica che demolisce in maniera definitiva la figura di Babbo Natale.

Ma come dicevo all’inizio: forse mi sono sbagliato. Due giorni fa ho avuto la fortuna di accompagnarlo ad una festa di compleanno di una sua compagnetta che si teneva in una villa cittadina. Inutile soffermarsi sulle condizioni del bene pubblico dopo il loro passaggio e sul rischio di sovraccaricare ulteriormente il sistema sanitario nazionale per via di tutti i danni che si autoproducevano e si producevano a vicenda.

Proprio questo commentavo con lui il giorno dopo. “Cesare ieri ho visto che c’era la tua compagna bionda che penzolava a testa in giù da un albero rischiando di farsi molto male”. Lui: “papà non hai visto niente…io e due miei compagni ci passavamo sotto tipo tunnel!”. Commento io un po’ disperato: “meno male che c’è l’angelo dei bambini che vi protegge”. Lui mi guarda improvvisamente con quella faccia che viene subito fuori quando qualche mia affermazione misticheggiante fa scattare in lui il servo freno dello scetticismo: “e che sarebbe sto angelo dei bambini?”. “Cesare ma è l’angelo che manda Gesù per proteggere tutti i bambini…me lo vedo con le sue manine aperte sotto la testa della tua compagna per proteggere lei e voi”. Mi guarda e mi dice: “voglio vedere se salgo in un palazzo e mi butto dal terzo piano se l’angelo dei bambini mi salva”. Un brivido mi è corso lungo la schiena. Davanti a me non c’era l’ateo impenitente, c’era piuttosto colui che aspira alla verità assoluta, colui che sfida la divinità dicendole: “mi vuoi? Allora mi devi convincere della tua esistenza andando oltre le regole che tu stessa hai fissato per la natura che tu hai creato”, c’era l’anacoreta, il padre del deserto che sullo sdirupo, da qualche parte nel cuore del deserto egiziano, apre le braccia e grida al suo Signore: “Padre, se ci sei, dammi prova della tua esistenza…io nelle tue mani mi affido”.

Il primo uomo su Marte

Il primo uomo su Marte

Cesare è coraggioso, volitivo, visionario, incline all’avventura e al rischio. Resta pur sempre però un bambino di otto anni e me ne accorgo soprattutto quando provo a portarlo oltre ai suoi limiti.

Io per adesso lo tormento un poco con una di queste improponibili pretese paterne: contino a dirgli che mi farebbe tanto piacere se considerasse seriamente la possibilità di essere il primo uomo su Marte.

Continuo a fargli presente quali sono le condizioni climatiche sul pianeta rosso, gli faccio vedere in tutte le salse le novità e le immagini che nelle ultime ore arrivano da Perseverance, abbiamo persino letto assieme un articolo su un progetto di un razzo a propulsione nucleare che potrebbe accorciare il viaggio verso Marte fino a tre mesi.

Il suo rifiuto alla mia proposta è assoluto e tranciante. Ogni volta che io rilancio la questione lui si indigna e grida dicendo che un padre non dovrebbe neanche sognarsi di proporre una cosa tanto pericolosa ad un figlio.

Dopodiché Cesare è Cesare, e se una parte di lui respinge l’idea l’altra già l’accarezza e cerca ragioni, giustificazioni, risposte e rassicurazioni affinché anche la prima parte cominci a pensare che in fondo questa storia del primo uomo su Marte non è poi così balzana.

Per farlo fa complesse manovre di aggiramento della questione. Non può e non vuole darmi la sensazione che la cosa cominci effettivamente ad interessarlo e quindi “ad ora incerta” fa domande che secondo lui non dovrebbero insospettirmi e difficili da collegare all’oggetto del contendere.

“Papà ma secondo te un missile nucleare è più pericoloso di uno normale?”, con chiaro riferimento alla nuova tecnologia.

Oppure: “papà ma ne sono morti tanti astronauti in fase di decollo?”, eventualità che lo preoccupa non poco.

Credo però che una delle ultime domande che mi ha posto abbia fatto definitivamente pendere la bilancia dalla mia parte: “papà ma secondo te su di un’astronave te li fanno portare i giochi elettronici?”. Quando gli ho risposto che secondo me te ne fanno portare quanti ne vuoi ho visto che veramente qualche cosa cambiava nel suo sguardo.

Montagne verde acqua

Montagne verde acqua

Siamo in macchina. Io immerso in uno dei suoi monologhi che vertono inevitabilmente su argomenti elettronici ed informatici. Fino a che non porrò un limite lui continuerà senza sosta.

Dapprima mi sembra che la questione riguardi la differenza fra una certa “pista arcobaleno” la cui difficoltà cambia molto fra la wii e la switch e se in quest’ultima dopo la prima curva sei ancora primo allora sei una vera “celebrità”.

Poi si torna su una discussione già affrontata la sera prima e che riguarda un certo numero di “bambini di quinta” che sul pulmino “vendono” ai più piccoli partite sulle loro consolle e cellulari di “contrabbando”. Solo a quel punto interrompo un attimo il flusso per ribadire la nostra posizione sull’argomento: “Cesare non sia mai che paghi per giocare”. E lui, qualificandosi per quello che è: “no papà, perché loro sono dietro ed io invece sono davanti e la signora che ci accompagna ci fa alzare solo quando dobbiamo scendere”, dichiarando apertamente che la rinuncia alla possibilità dell’acquisto è legata ad un fatto puramente geografico e non ha nulla a che vedere con qualche, non sia mai, sano principio.

E poi ad un tratto siamo oltre la seconda galleria, nell’altra bioregione, il nostro breve ed urlante “buon giorno al giorno” e uno strano ed inaspettato silenzio che cade fra noi subito dopo e del quale mi accorgo solo passato qualche secondo.

Mi giro e lo vedo con lo sguardo perso verso le montagne, quelle verdi in primo piano e quelle più lontane che già sconfinano nell’azzurrità di questo mattino di quasi primavera.

Da a questa inattesa tregua ancora qualche secondo e poi, senza mai staccare gli occhi dall’orizzonte, dice pari pari, tale e quale a come ve lo sto dicendo: “mi piace quando sto sulle montagne alte tutte piene di erba verde acqua, ed è nuvoloso e piove ed io sono avvolto in una coperta”.

Cesare Amore Mio, farfalla della mia vita, non ti amo per questo più di quanto non ti amassi già un minuto fa, ma adesso sento che vibriamo nella stessa brezza, adesso sento, nella pratica quotidiana della contemplazione che il nostro pianeta ci propone e che troppo spesso noi trascuriamo, di trovarmi veramente al tuo fianco mentre ci teniamo per mano.

Narrazione del dolore, narrazione della gioia

Narrazione del dolore, narrazione della gioia

Gabriel Garcia Marquez nel suo “Vivere per raccontarla” ci dice con forza che alla fine “vivere per vivere” non è sufficiente né bastevole, e che è necessario vivere per trasmettere ciò che si è vissuto, raccontare alla fine di un giorno o di un’esistenza, corrispondere con pienezza al nostro compito di esseri relazionali e magnificare il nostro esserlo proprio attraverso la comunicazione, in qualche modo e purché sia, del nostro vissuto.

Troppo spesso però diamo per scontato che il fatto stesso di vivere un’esperienza, un accadimento, una vita intera, porti in se la capacità di raccontare ciò che abbiamo vissuto. E invece non è così e questo soprattutto per due ordini di ragioni. La prima è che non tutti hanno voglia, tempo, capacità di raccontare. Pochi d’altra parte credono che il racconto sia ciò che da un lato io considero caratteristica fondamentale dell’essere umano e dall’altro pratica che da sostanza alla realtà, che rende il vissuto di ognuno di noi duraturo, trasmissibile e, in fin dei conti, vero e reale.

Pochi in sostanza si spingono, direbbe qualcuno, al di la della propria “prima nascita” e quindi oltre il compito di rispondere alla domanda “cosa sei?” per giungere nel territorio complesso e spesso inospitale della propria “seconda nascita” all’interno del quale diventa obbligatorio ed indifferibile rispondere alla domanda “chi sei?”.

Questa è una convinzione reale, radicata, diffusa: il mio compito è quello di vivere e non di raccontare, nel vivere si esaurisce e se anche avessi voglia di raccontare non è ho gli strumenti, non ne sono capace.

Esiste quindi una sorta di resistenza naturale da parte dell’uomo ad aprirsi al racconto personale che in nessun caso deve essere confuso con le nuove forme di racconto personale che servendosi di nuovi linguaggi imperversano oggi sui social (ma che in quest’ottica vanno comunque analizzate e studiate anche solo per derubricarle a forme patologiche di narrazione).

Esiste però anche una difficoltà oggettiva nella narrazione ed è quella che bene esprime Amitav Ghosh nel suo “La grande cecità”. E’ una difficoltà (che rasenta in alcune situazioni l’impossibilità) data dal fatto che quella narrazione ancora non esiste, che nessuno mai prima si è cimentato nella narrazione di quel accadimento, di quella situazione, di quella determinata circostanza ed esperienza. Ghosh in particolare si sofferma sull’incapacità narrativa del nostro tempo rispetto a quello che si prefigura come il problema globale della nostra epoca: il cambiamento climatico. E in sostanza dice che senza un’adeguata narrazione di questo fenomeno sarà impossibile per l’uomo sviluppare una corretta consapevolezza e di conseguenza agire per contrastarlo.

Questa riflessione nasce all’indomani della “Giornata della Memoria” ed è nutrita soprattutto dai racconti che quasi tutti i sopravvissuti “narranti” (cioè tutti quelli che, una volta scampati alla sorte della maggior parte dei loro simili nei lager, sentono, prima o poi, il bisogno di raccontare) fanno all’indomani del loro ritorno, e che molti addirittura prefigurano ancora prima che quella esperienza si sia conclusa. In questi racconti viene fuori con forza l’impossibilità di raccontare, la paura di raccontare per il timore che gli altri non capiscano, addirittura l’inutilità del farlo. Bene, come sempre, Primo Levi descrive questo timore, che addirittura lui riesce a prefigurare ancora prima che la sua esperienza nel lager si concluda, e che lo affligge soprattutto attraverso sogni molto lucidi e sofferti: “… c’è mia sorella e qualche mio amico non precisato, e molta altra gente. Tutti mi stanno ascoltando, e io sto raccontando proprio questo: il fischio su tre note, il letto duro, il mio vicino che io vorrei spostare, ma ho paura di svegliarlo perché è più forte di me. Racconto anche diffusamente della nostra fame, e del controllo dei pidocchi, e del Kapo che mi ha percosso sul naso e poi mi ha mandato a lavarmi perché sanguinavo. E’ un godimento immenso, fisico,inesprimibile, essere nella mia casa, fra persone amiche, e avere tante cose da raccontare: ma non posso non accorgermi che i miei ascoltatori non mi seguono. Anzi, essi sono del tutto indifferenti: parlano confusamente d’altro fra di loro, come se io non ci fossi. Mia sorella mi guarda, si alza e se ne va senza far parola.
Allora nasce in me una pena desolata, come certi dolori appena ricordati della prima infanzia: è un dolore allo stato puro, non temperato dal senso della realtà e dalla intrusione di circostanze estranee, simile a quelli per cui i bambini piangono; ed è meglio per me risalire ancora una volta in superficie, ma questa volta apro deliberatamente gli occhi, per avere di fronte a me stesso una garanzia di essere effettivamente sveglio.
Il sogno mi sta davanti, ancora caldo, e io, benché sveglio, sono tuttora pieno della sua angoscia: e allora mi ricordo che questo non è un sogno qualunque, ma che da quando sono qui l’ho già sognato, non una ma molte volte, con poche variazioni di ambiente e di particolari. Ora sono in piena lucidità, e mi rammento anche d’averlo raccontato ad Alberto, e che lui mi ha confidato, con mia meraviglia, che questo è anche il suo sogno, e il sogno di molti altri, forse di tutti. Perché questo avviene? Perché il dolore di tutti i giorni si traduce nei nostri sogni così costantemente, nella scena sempre ripetuta della narrazione fatta e non ascoltata?”.

Alla domanda fatta allo storico Alessandro Barbero, durante una trasmissione televisiva in occasione della Giornata della Memoria sul perché, nonostante tanti fossero i segnali che qualche cosa stesse accadendo, le potenze alleate non credettero mai, o comunque non abbastanza da farle reagire adeguatamente, ai racconti riguardanti lo sterminio in corso, lui ha risposto dicendo che probabilmente ciò è conseguenza del fatto che anche durante la prima guerra mondiale giravano innumerevoli racconti riguardanti atrocità commesse dai tedeschi che poi si rivelarono essere tutte frutto della propaganda e che quindi non si volevano commettere gli stessi errori di interpretazione e di lettura della realtà commessi in quel tempo.

Io sono convinto invece che la risposta, anche a questo fatto, stia tutto nella preoccupazione dei sopravvissuti circa l’impossibilità e l’inutilità del racconto a fronte però (e questa è una considerazione mia in accordo con quanto sostenuto da Ghosh) di un nuovo fenomeno per il quale una nuova narrazione non è ancora stata inventata.

In questo senso quindi si rafforza in me la convinzione che oltre a “viverla” è fatto obbligo ad ognuno di noi di “raccontarla” e questo sicuramente ed in primo luogo per il bisogno di comunicare, tramandare, memorizzare ciò che di orribile accade nella nostra storia di uomini e che fino a quel momento non è esistito e quindi non si è potuto narrare. In questo si sostanzia una specie di paradosso che bene corrisponde alla paura contenuta nell’incubo di Primo Levi: è impossibile raccontare un fatto nuovo fino a che non si crea una nuova narrazione di quel fatto, d’altra parte per creare quella nuova narrazione è necessario comunque che qualcuno cominci a narrare per quanto sofferta, difficile, frustrante possa risultare questa azione. Ma credo anche (e direi soprattutto) che ognuno di noi debba offrirsi al racconto, cimentarsi nella narrazione, considerare questa una parte integrante e addirittura strutturante il vivere per provare, continuamente provare, a raccontare ciò che di meraviglioso, incredibile appunto, “inenarrabile” a volte, avviene nelle nostre vite di ogni giorno, su questo pianeta che indegnamente abitiamo, dando così vita non soltanto ad una nuova narrazione del dolore ma anche ad una nuova narrazione della gioia.

Come la scala per raccogliere olive

Come la scala per raccogliere olive

Durante gli ultimi week end mi sono dedicato molto a ritinteggiare la casa. Un ambiente per volta, ieri è stato il turno della camera da letto.

Non so bene per quale ragione quando acquistammo la nostra casa decidemmo che non volevamo il controsoffitto in camera da letto e per questo adesso questa è l’unica stanza dotata di un soffitto altissimo e spiovente.

Da un lato, in fase di programmazione dell’intervento di ritinteggiatura, la cosa mi dava sollievo: non avrei dovuto preoccuparmi di riverniciare quella parte, dall’altra però, soprattutto per gli interventi di rifinitura sapevo che avrei dovuto intervenire a tali altezze da dovermi almeno dotare di una buona, lunga scala.

Da qualche parte ho scritto un post che credo si intitolasse: “Dio benedica i vicini di casa”. Io in particolare ne ho uno che è letteralmente la luce dei miei occhi. Con lui condivido tutto il parco macchine agricolo e lui è talmente bravo e capace in tutto ciò che ha a che fare con il “sopravvivere in una casa di campagna” che quasi quotidianamente mi avvalgo dei suoi consigli, dei suoi stratagemmi e sovente anche della sua attrezzatura.

A lui quindi ho chiesto la scala. Mi ha detto subito che di scale lunghe ne aveva una soltanto, di legno, che utilizza per raccogliere le olive. Me la ha lasciata nella “terra di nessuno” che collega casa mia con la sua assieme ad un’unica raccomandazione: “è un po’ instabile, ti consiglio di bagnarla un po’ prima di usarla”.

Devo dire che la cosa mi ha lasciato un po’ stupito, e ancora di più il mio stupore si è accresciuto nel momento in cui sono entrato in possesso della scala rendendomi conto che era parecchio instabile. Ma la fiducia incrollabile nel mio vicino mi ha portato a produrre un unico pensiero: ” se lui dice così, così deve essere”.

Ho bagnato per un po’ la scala con il tubo, poi l’ho lasciata scolare e la ho portata in casa per cominciare il mio lavoro. Dopo pochi minuti dal trattamento mi ritrovavo una scala completamente diversa: i singoli gradini si innestavano perfettamente sui passamano e la scala aveva assunto una stabilità monolitica e rassicurante.

La giornata è trascorsa in un continuo inerpicarmi sulla “scala per le olive”, restituire candore alle pareti della stanza da letto, riflettere su sta storia delle scale che bisogna bagnare prima di utilizzarle.

E dopo una notte passata a cercare una posizione buona per alleviare il dolore di una muscolatura sottoposta ad un notevole stress da ritinteggiatura adesso, mentre scrivo questo post, mi rendo conto che forse anche io assomiglio a quella scala. Un po’ disarticolato oramai, con i miei pioli laschi e traballanti, eppure quando qualcuno per amore o per amicizia mi mette ancora dentro la corrente di un fiume, mi permette di scendere, appeso ad una corda, le Gole del Drago, mi accompagna, tenendomi per mano, nelle acque verdi della laguna dell’Uomo Seduto, allora anche io mi rinsaldo, i singoli pezzi che mi compongono aderiscono meglio alla struttura portante, ed io per un poco sembro un uomo nuovo, ancora buono per affrontare la vita, buono per raccolgiere le olive.

Sweat lodge

Sweat lodge

Non ho mai fatto uso di stupefacenti. Ma niente, nemmeno una canna. Qualche curiosità “teorica” nei confronti delle droghe psichedeliche ma così, tanto per dire. Troppo bacchettone, in tutta la mia vita mi sono tenuto a distanza di sicurezza persino dal caffè e dal tabacco, e quindi figuratevi. Eppure anche io ho consumato due esperienze discretamente allucinogene, la prima senza sapere a cosa andassi incontro, la seconda con la determinazione di chi vuole riprovare. Ma adesso narrerò solo della prima.

Era il 2000 ed ero in Inghilterra per il Meeting Internazionale dell’Istitute for Earth Education, l’associazione mondiale di educatori ambientali della quale faccio parte dal 1996.

Il ramo inglese aveva organizzato l’incontro al meglio e si era avvalso di un’organizzazione che si chiamava “Green and Avay” che di lavoro faceva proprio questo: organizzava eventi perfettamente ecosostenibili e un po’ selvaggi. Tutto si svolgeva su un infinito prato verde da qualche parte a nord di Londra. Si dormiva in meravigliosi tepee, le cucine da campo sfornavano a ritmo sostenuto immangiabili piatti vegani e crudisti, le sale degli incontri erano di continuo assemblate a partire da enormi balle di paglia che venivano poi coperte con stoffe sontuose e multicolori.

La settimana passava fra incontri con il nostro fondatore, Steve Van Matre, e gli educatori più anziani, gruppi di lavoro, performance artistiche varie. Le giornate poi si concludevano attorno ad enormi falò a bere e chiacchierare.

Una sera giunse notizia che ci si poteva iscrivere per partecipare all’esperienza della “sweat lodge”. Qualcosa avrei dovuto capire dal fatto che la notizia divise l’assemblea dei presenti al fuoco in due gruppi molto netti: la maggior parte di quelli che fecero un passo indietro e che si ritirarono nell’ombra, e una piccola minoranza di entusiasti aspiranti a loro volta composti da coloro che avevano già fatto l’esperienza e volevano rifarla e coloro che non sapevano cosa li aspettava. Io appartenevo a questi ultimi. Da lì a poco una compassata ed occhialuta giovane britannica si materializzò nella notte invitando chi aveva prenotato a seguirla. Ci condusse attraverso il prato e a qualche decina di metri da dove ci aveva prelevati fummo al cospetto della nostra sweat lodge (in italiano “tenda sudatoria”). In maniera un po’ sbrigativa ci disse che chi l’aveva già fatto sapeva già di cosa si trattava, gli altri lo avrebbero capito facendo. A quel punto con pochi gesti rapidi si spogliò completamente nuda ed invitò tutti a fare lo stesso. I neofiti come me non sapevano dove guardare ma in fretta corrispondemmo alle aspettative della nostra guida denudandoci a nostra volta. Eravamo una dozzina e quando tutti fummo dentro la capanna sudatoria mi resi conto che eravamo costretti in uno spazio terribilmente angusto e completamente buio. Accovacciati in cerchio, con le ginocchia al mento, stretti l’uno contro l’altro. La nostra guida entrò per ultima e solo dopo avere accumulato al centro una certa quantità di pietre che chissà da quanto tempo si stavano arroventando in un fuoco poco distante. Quando fu con noi provvide a sigillare completamente la tenda e il rito ebbe inizio. Mentre parlava cominciò a versare innumerevoli mestolate d’acqua sulle pietre arroventate dalle quali si sprigionò una gran quantità di vapore che saturò presto l’atmosfera della tenda. La guida ci chiese se stavamo tutti bene, ci invitò a capire se qualcuno di noi era a disagio e preferiva lasciare la tenda, ci rassicurò circa il fatto che lei possedesse una lampada e in qualunque momento poteva accenderla se fosse stato necessario. Nessuno, impegnati come eravamo a tentare di capire come reagivano a quella condizione surreale, disse nulla. Allora la nostra guida, dopo un ultimo mestolo sulle pietre, cominciò ad intonare uno strano canto. Più una cantilena per la verità, a volte una specie di gemito prolungato, altre un suono reiterato e bassissimo. All’inizio non mi resi quasi conto di questa novità preso come ero a tentare di capire se su di me prevaleva il desidero di scappare via ululando dalla tenda o di continuare immerso in quella umanità sudata e in quel suono che si faceva sempre più insistente. Dopo un poco però la sensazione sonora cominciò a prevalere su tutto e la mia testa letteralmente partì attraverso la galassia. Non racconterò qui di quel viaggio che anche per me resta ancora oggi abbastanza ineffabile ed inenarrabile, dico solo che dopo un tempo inquantificabile tornò a farsi sentire la voce fatta adesso di parole della nostra guida che diceva che l’esperienza stava per finire, che da lì a qualche secondo la tenda sarebbe stata aperta e che a pochi passi, come fosse la cosa più normale del mondo, era stata preparata una piscina di fango dove, se volevamo, potevamo completare la nostra esperienza ricoprendoci appunto di fango. Quando fummo fuori dalla tenda non eravamo più gli stessi, il gruppetto eterogeneo ed internazionale di timidi ed incerti educatori ambientali si era trasformato in una dozzina selvaggia che nuda, fumante e ricoperta di fango si lanciò attraverso l’estiva notte britannica all’assalto dei tanti rimasti attorno al fuoco. I pochi secondi fummo addosso ai malcapitati e chi non riuscì a eclissarsi nelle tenebre fu assalito, abbracciato, strapazzato da questo branco ululante e folle. Nonostante la ridottissima lucidità non dimenticherò mai la faccia del nostro Decano quando ci vide arrivare come spettri urlanti nella notte. Tutto durò pochi minuti, il tempo che ci volle a restituirci alla noiosa e prosaica realtà, a quella parte di universo nella quale la gente va in giro vestita, non si spalma abitualmente di fango, e non si mette ad abbracciare e baciare sconosciuti in una notte d’estate.

La sensazione fu quella che immagino provarono Adamo ed Eva appena buttati fuori dal paradiso terrestre: ci rendemmo improvvisamente conto di essere nudi e ne provammo una grande vergogna.

Sono passati più di vent’anni da quel giorno e da allora solo un’altra volta ho messo piede in una capanna sudatoria per consumare un’esperienza per certi versi ancora più forte della prima. Ma questa è un’altra storia che forse racconterò in un altro tempo.

Oggi, individuato lo spazio più adatto in giardino, per come vanno le cose e per quelli che sono i ricordi che conservo, diciamo che sto valutando seriamente la possibilità di costruire una sweat lodge in zona pollaio.