Almeno

Almeno

Noi trasvolatori transcomunali dobbiamo in qualche modo passare il tempo che consumiamo all’interno dei nostri velivoli. Per questo io e il mio copilota (il nano di 8 anni compagno di molte avventure e di altrettanti post) ogni mattina ci lasciamo ispirare dagli eventi per trovare argomenti dei quali discutere. Una volta le nostre gare con la pioggia (io prevedo che entro tot minuti pioverà e lui naturalmente gioca contro le mie previsioni), un’altra commenti poco edificanti su automobilisti che in qualche modo entrano in relazione con noi. Da qualche giorno prendiamo accuratamente nota di tutta una serie di scritte che appaiono proprio sui muri del tratto di strada che facciamo noi. La scritta per la verità è sempre la stessa: “Ti amo Vale”, ma ogni giorno ne scopriamo di nuove come se l’appassionato grafitaro volesse sfruttare ogni superficie verticale del tratto della nazionale compreso fra Carini e Capaci per ribadire in maniera incontrovertibile il suo amore per la misteriosa Vale. Ed è proprio il mistero che ammanta la figura di Vale che ci ha molto tenuti impegnati ultimamente. Come sarà questa Vale, perché l’anonimo scrivano post moderno la ama tanto, come la starà prendendo Vale la cosa di trovarsi appiccicata più o meno ad ogni angolo di strada, sono le questioni che ci siamo posti e che di volta in volta ci hanno ispirato risposte molto sdolcinate e poetiche (io) ed estremamente esilaranti (il nano).

Poi ieri il colpo di scena: nel sottopassaggio che connette i due comuni costieri e sotto una delle romantiche ma ripetitive attestazioni d’amore è comparso quello che sembra un commento della misteriosa Vale. Cesare non è tanto d’accordo ma per me si evince chiaramente che forse “La Vale” non è proprio innamorata innamorata del suo infaticabile writer, ma con quel impagabile “almeno” ci rivela con estrema chiarezza di essere personcina molto, molto pragmatica.

Costringere alla tenerezza

Costringere alla tenerezza

Il Piccolo è un essere strano, un essere complesso. A volte penso che più che appartenere ad una nuova generazione lui appartenga proprio ad una nuova specie.

E’ dotato di uno spirito anarchico che lo porta a contrapporsi a qualunque regola e al tempo stesso di un rigore morale che lo rende intollerante nei confronti di qualunque ingiustizia da considerare alla luce di un’etica e di una logica personalissime. Il tutto apparentemente innato, some se lo avesse già nel codice genetico, così come impressa nei suoi geni fosse già questa sua volontà di essere lui padrone del suo spazio, essere lui a determinare le distanze decidendo, secondo parametri molto precisi, chi può varcare i confini e chi no.

Fra le righe di questo suo statuto sembra non esserci spazio per la parola “tenerezza” e invece a guardare bene anche quella è per lui soldo da utilizzare con parsimonia, che solo lui sa come amministrare.

Il povero “essere nuovo” si trova invece un padre sdolcinato e melenso, propenso ad un romanticume da libro cuore piuttosto che ad una lucida (e bisogna dirlo, a volte persino utilitaristica) gestione delle relazioni come invece è lui. Oramai persino io ho capito che quando Cesare si avvicina, si struscia un pochettino e dice “Papà ti voglio benissimo” dietro l’angolo è inevitabilmente pronta la richiesta di un qualche gadget Pokemon oppure di un’ora di gioco elettronico senza il pagamento del pedaggio di un’ora di lettura preventiva.

Il padre romanticone è fra l’altro molto propenso all’attribuzione reiterata e compulsiva di “nomignoli” che sciorina durante tutta la giornata con una forte concentrazione nelle prime ore del mattino (ora in cui tranne lui, il padre, gli altri sono dotati di un forte e incrollabile odio nei confronti di qualunque creatura apparentemente vivente che si aggiri per la casa). Alcuni di questi nomignoli hanno fatto la storia e sono sopravvissuti all’usura del tempo. Il nomignolo di “Farfalla”, per esempio, è l’unico che lui stesso rivendica per se stesso (o che almeno usa come deterrente per qualunque altro eventuale e successivo battesimo: “no papà, non puoi chiamarmi così perché già mi chiamo Farfalla”), il nomignolo che avevano finito per usare anche le sue maestre dell’asilo e quello che forse meglio lo definisce in questo suo svolazzare perenne fra il bracciolo di un divano, il ramo di un albero, la schiena di un fratello o di un genitore.

Ma ce ne è uno che io amo moltissimo e che non so nemmeno come è nato e da dove venga. Ogni tanto lo chiamo “Mokit”. E’ il mio nomignolo “sfida”, il nomignolo che uso per costringerlo nel territorio della tenerezza contro la sua volontà, per fargli secernere da questo suo genoma post atomica una goccia di DNA che sappia di miele. E questo è un nomignolo che lui ama ed odia contemporaneamente perché lui sa, ogni volta che lo uso, che funziona come un bastone elettrico (sono questi i paragoni pulp che gli piacciono) che, contro la sua volontà, lo costringe a muoversi verso una zona dell’anima alla quale lui si concede solo raramente, come un lazo che gli imprigiona il cuore e lo porta nel recinto della tenerezza.

A me piace tanto perché, come raramente accade, lo percepisco incerto su un confine e poi perché lo vedo che alla fine si gira e, di nascosto, sorride.

Lucidare l’anello

Lucidare l’anello

Per circa due anni andai dietro una cosa che allora si chiamava Operazione Raleigh: tre mesi di spedizione scientifica con contingenti internazionali nei luoghi più incredibili del mondo. Il problema era trovare uno sponsor che consentisse a me e ad altri tre palermitani di partire. Il problema fu risolto da un giovanissimo sindaco palermitano che credette in questa cosa e ci permise di consumare una delle più belle esperienze della mia vita.

Bellissima appunto, ma molto diversa da come me la ero immaginata. Per uno come me che si innamora dei titoli dei libri per poi scontrarsi quasi sempre con al realtà costituita dal succedersi di decine di pagine a volte ben scritte altre meno, a volte piene di significati altre di strafalcioni, sarebbe stato difficile all’inizio fare i conti con un’esperienza che se di titolo faceva “Incredibile spedizione scientifica in Malesia” poi nella realtà era fatta da tanti disagi, novità, cambiamenti. Condizioni di vita estrema nella giungla, in grotta, sull’isola deserta dove facemmo le attività subacquee, condizioni difficili nella logistica, dal dove dormivamo al cosa mangiavamo, ma soprattutto per me la consapevolezza, acquisita solo una volta arrivato li, che l’organizzazione (giustamente direi adesso) non mi permetteva di trascorrere i tre mesi con la persona con la quale avevo affrontato tutta questa storia e che era in quel tempo anche la mia ragazza.

Arrivato quindi in Malesia, a tirare su una torre di avvistamento ornitologico in un parco di Sarawak, immersi nella giungla dove dormivamo coperti solo da una zanzariera, costretti a subire le delizie culinarie di volontari per lo più britannici e a bere l’acqua del fiume sempre calda perché dopo averla bollita non c’era il tempo di farla raffreddare e tutto ciò senza avere accanto Giulia, mi prese una tale rabbia, un tale magone che rischiavano veramente di farmi perdere il senso della cosa, di non farmi superare gli ostacoli che non mi permettevano di vedere tutto il bello che sarebbe inevitabilmente venuto dopo. Ad un certo punto chiesi di parlare con l’organizzazione altrimenti, minacciavo, me ne sarei tornato a casa.

Fui accontentato e per due giorni trasferito in un villaggio vicino al parco dove risiedevano due dei responsabili britannici della spedizione. Non ricordo il nome di lei, ricordo solo quello dell’uomo: si chiamava Mike. Passai due giorni con loro. Furono gentilissimi e comprensivi. Cucinarono per me cose a loro avviso deliziose che mi convinsero del fatto che in fondo la cucina di campo non era il peggiore dei mali. Ma soprattutto feci lunghe conversazioni con Mike. Mike era un ex militare poi convertito all’ambientalismo attivo. E la sera stessa che arrivai mi disse: “io capisco bene in che condizione psicologica ti trovi adesso…credo che sia simile a quella nella quale mi trovavo io nei primi mesi del mio servizio nell’esercito. Quello che mi ero immaginato non trovava riscontro nella realtà che stavo vivendo e rischiavo di perdere il significato più profondo e autentico dell’impegno che avevo deciso di prendere. Solo che nessuno poteva restituirmi quel significato se non il trascorre del tempo all’interno di quella situazione. Allora decisi che avevo bisogno di una strategia. Di qualche cosa che facesse trascorrere quel tempo e nella quale riversare tutta la mia cura e la mia attenzione nella speranza, domani, che il senso mi sarebbe nuovamente stato svelato e che io avrei portato con me quella cosa per potere dire domani <me ne sono preso cura quando avevo perduto la speranza…è ancora qui con me e continuo a prendermene cura anche adesso che ho ritrovato sia il senso che la speranza>. Avevo con me un vecchio anello che mi aveva regalato mio nonno e ogni mattina dedicavo un certo tempo a lucidarlo con il massimo dell’attenzione. Riservavo a quell’azione una cura quasi religiosa e fu la cura per quell’anello che settimane dopo mi traghettò nuovamente nel territorio del senso ritrovato”.

Quella lezione non mi servì in quell’occasione. Mike probabilmente si rese conto di avere davanti a se un caso di italiano rompi palle ed irrecuperabile che faceva pure le facce strane vedendogli mettere nel sugo ai funghi quattro cipolle tagliate grosse, e alla prassi educativa preferì il negoziato civile. Ebbi la possibilità così di partecipare alla seconda fase della spedizione con Giulia e tutto si sistemò.

Da giorni però mi torna in mente l’anello di Mike. In questi giorni in cui ciascuno di noi rischia di perdere il senso delle cose, di smarrire i significati stessi che ci tengono legati alla vita io credo che ognuno di noi dovrebbe recuperare fra le proprie cose un vecchio anello da lucidare. Qualche cosa che ci consenta di andare oltre il tempo, che metta in fila i secondi all’interno di un’attività che è al tempo stesso cura e distrazione e che ci permetta domani di dire: ciò che ancora oggi stringo fra le mani, così lucente e solido, era con me quando stavo per smarrirmi, è come me adesso che mi sono ritrovato.

Teologia utilitaristica

Teologia utilitaristica

Come ho già avuto modo di dire in altre occasioni il mio Piccolo è un “Ateo Naturale”. Credo che geneticamente tale caratteristica gli sia stata trasmessa dalla sua mamma anch’essa dotata di una congenita incredulità. Sembra però che questa “dote” abbia anche una correlazione generazionale visto che, almeno a dire di Cesare, la maggior parte dei suoi compagni di classe (terza elementare) nutre dubbi altrettanto significativi.Oggi in macchina (i nomi dei compagni sono di fantasia): “Papà io e Marco in classe mia non crediamo in Dio al 100%…poi c’è Giovanni che non crede in Dio ma crede in Gesù…che mi sembra una cosa veramente strana”. Non posso che concordare con lui che non credere al Padre ma credere al Figlio è piuttosto singolare ma ancora non so quello che dirà da li a poco. “Papà ma questo è niente rispetto Giuseppe”. “Perchè Giuseppe cosa pensa?” dico io cominciando a preoccuparmi di non essere all’altezza di affrontare a quest’ora del giorno e già impegnato nel traffico cittadino una questione teologica di così alto livello. “Giuseppe crede a Dio e Gesù all’1% (e le ragioni di un tale residuo di fede resteranno non spiegate) ma crede a Babbo Natale al 100%”. Ora si che la discussione si fa interessante visto che il nostro invece al di la del suo ateismo corrente ha da sempre sbandierato anche un ateismo commerciale che lo rendono perfino ostile a figure come Babbo Natale, Befana, San Nicola e Coniglio delle Uova. “E come mai non crede in Dio e crede a Babbo Natale?” chiedo io al colmo della cuoriosità. “Perché Giuseppe ha ricevuto la Nintendo switch ma mai e poi mai sua madre gliela avrebbe comprata e quindi lui pensa che può avergliela regalata solo Babbo Natale”. Perché se qualcosa accade nella realtà immanente ci dovrà pur essere un’entità trascendente che la fa accadere, no?

Una memoria condivisa

Una memoria condivisa

Finalmente a sera tutti riuniti attorno alla tavola. E’ il momento che aspetto per tutta la giornata. I bambini, Vera, il cibo. Il momento della condivisione, per nulla scontato in questo tempo, per nulla scontata in questo tempo. Il momento di recuperare i fatti del giorno, un’attenta selezione che tenga fuori quelli tossici e che proponga solo quelli felici, buffi, importanti. Un momento fatto soprattutto per ridere e allora per questo non esiste migliore fonte dei discorsi fatti con il Piccolo andando la mattina a scuola.

“Sapete di cosa abbiamo parlato oggi io e Cesare andando a scuola? Abbiamo parlato delle lettere in corsivo. Chi indovina quale è la particolarità delle lettere in corsivo?”

Difficilissimo che il Piccolo non “spoileri” l’ardito indovinello. E’ un continuo fare segni affinché non lo dica e lasci ai due poco entusiasti interrogati tempo per rispondere. Ma la risposta non arriva e allora il Piccolo ha diritto al suo momento di gloria anche perché la mattina era stato lui a farmi notare il particolare: “le lettere in corsivo per essere lettere in corsivo devono avere un attacchino dietro per attaccarsi alla lettera di prima e un attacchino dopo per attaccarsi alla lettera che viene dopo”. L’informazione riscalda la discussione e allora mi sento di proporre la seconda questione trattata nel percorso scuola-casa: le tabelle che da sempre impreziosiscono le pareti delle nostre scuole elementari, quelle con le lettere e un animale o un oggetto il cui nome inizia con quella lettera.

Dentro di me presagisco con disagio che mi sto infilando in una palude generazionale, nonostante tutto mi offro al cimento.

“Ve le ricordate ragazzi?”. Mi guardano con l’aria un po’ afflitta di chi al meglio di una materna pizzata è costretto a recuperare, ognuno dalla sua distanza temporale, un ricordo da tempo messo da parte.

“Ve la ricordate la A? Che disegno c’era?”. “Un’arancia?” dice Zaccheo. Sento che la mia premonizione sta per avverarsi, sono destinato a snocciolare un alfabeto di lettere ed immagini che probabilmente appartiene solo a me. “Come un’arancia?!?! C’era l’ape!” annuiscono poco convinti. “E con la B c’era la barca, e con la C la casa!”. Per evitare una giaculatoria solitaria mi propongo un ultimo tentativo: “E con la D?”. Da destra arriva inattesa la voce di Veronica che (ce lo diremo poco dopo) è comunque distante da me una generazione. “Con la D c’era la figura del dado”. La speranza che rinasce dentro di me mi induce ad andare avanti. “Con la E?”, “l’elefante!” dice Cesare. “Con la F mi sembra la farfalla” dico io. “Con la G c’era il gatto aggiunge ancora Veronica”.”No, c’era la giraffa” dice Zaccheo, e forse ha ragione lui. “Per l’H c’era invece hotel” interviene nuovamente Zaccheo.. “Ed era l’unica concessione esterofila dei miei tempi” aggiungo io aprendo inevitabilmente e brevemente (il brevemente è dovuto alle mie paterne rimostranze) una discussione inerente la mia età avanzata. I con imbuto, L ci costringe ad una pausa fino a quando non recuperiamo dalla nostra memoria lo spicchio di luna che occhieggiava da uno di quei cartelli, e poi M, N, O, P, Q, R, S, T, U, V, fino alla Z che era compagna inseparabile della Zebra. Ognuno una, ognuno a recuperare dal proprio archivio che una volta tanto non è archivio specifico di una delle tre generazioni presenti a tavola, ma è archivio condiviso, piccolo e caldo patrimonio di tutti. Per qualche minuto ci siamo riscaldati tutti assieme alla fiamma di quell’eredità condivisa, come si faceva un tempo, quando le persone davanti al camino condividevano con tutta la famiglia racconti che erano di tutti e che tutti conoscevano bene. Una memoria comune che ancora una volta conserviamo intatta senza nemmeno rendercene conto e che è dono, assieme a tanti altri, che ci sono stati fatti e che continuano ad essere offerti ai miei figli ogni giorno, dalla scuola del nostro paese.

Distanziamento e densità

Distanziamento e densità

Giorni di studio a fianco del grande per preparare una serie di verifiche del suo primo anno da liceale. Ieri il primo tema di italiano, oggi la prima verifica di chimica. E quindi nei giorni scorsi ho provato a recuperare quella piccola percentaule di conoscenza chimica che ancora residua nel mio cervello e ci siamo cimentati in questioni riguardanti il Sistema Internazionale di misurazione, gradi Kelvin e Celsius e un po’ di unità di misura riguardanti il lavoro, la temperatura, la massa, ecc.

Ci sono stati tanti “cortocircuiti” che ci hanno fatto riflettere, altri che ci hanno fatto ridere.Lui mi prende in giro dicendo che io per il mondo ho una sola chiave di lettura che si chiama “fotosintesi clorofilliana” ed io naturalmente a tirargli fuori, ad ogni pié sospinto, come tutta l’energia arrivi dal sole e la partita sul nostro pianeta se la giochino tutta l’energia cinetica ed l’energia poteziale con il ruolo occulto dell’energia gravitazionale.Ma devo dire che anche sulla densità ci siamo molto divertiti: all’aumentare della temperatura diminuisce la densità di un corpo, qualunque sia il suo stato (ma con qualche eccezione).

Credo che in questo momento sia uno di quei principi dei quali possiamo constatare la bontà e la correttezza nella contingenza storica e sociale che tutti noi viviamo.Le norme sul distanziamento infatti ci permettono di assistere a convegni (da domani neanche più a quelli per la verità), eventi pubblici, manifestazioni di piazza, dai quali riceviamo la sensazione di una notevole ed aumentata partecipazione. Convegni che fino a ieri ci sembravano deserti oggi sembrano riscuotere un significativo successo di pubblio, manifestazioni di piazza da “quattro amici in un angolo” oggi tendono a coprire notevoli estensioni di suolo pubblico.Eppure nulla è cambiato in termini di partecipazione, l’unica cosa che è cambiata è la densità e la nostra alla fine è solo la soddisfazione del pallone gonfiato in una giornata di calura estiva.

SI

SI

Ieri sera il Grande non stava troppo bene. Forse uno “street lunch” di troppo. Poi con lui è veramente difficile capire quello che succede. Se si tratta di un problema psicologico, se si tratta di un problema psicologico che ha refluenze sul suo corpo, se si tratta di un problema fisico che refluisce sulla sua psiche, se si tratta di cacarella da interrogazione imminente, o più semplicemente, voglia tardiva di dormire con i genitori. Fatto sta che la lettura risulta sempre più complessa e ancora di più la decodifica e l’interpretazione.Stamattina, mogio e apatico, guadagna il sedile posteriore della macchina (non è insignificante che il fratello piccolo invece segga in quello a fianco del guidatore) e partiamo per il quotidiano servizio di scuola bus.Io, che anche in questo gli assomiglio, a fronte della sua opacità colposa sviluppo un’apprensione dolosa e dolente che mi porta a chiedergli ogni cinque minuti: “Zac come va? Zac come ti senti? Stai meglio?. Lui ad ogni “stai meglio?” si limita a bofonchiare un appena udibile “si…si”. Forse al decimo “stai meglio Zac?” seguito dal decimo “si…si” Cesare, fino a quel momento apparentemente disinteressato alla cosa, esce per un attimo dal suo isolamento naturalistico (oggi per fortuna l’argomento del giorno verte su certe scimmie che ci sono solo in India e che prima l’uomo stava distruggendo ma che adesso ha deciso di proteggere…) e rivolto al fratello dice: “Zac se dici si si non sei CREDIBILE…se vuoi essere CREDIBILE devi dire SI e basta”. Il grande tenta sommessamente di argomentare circa il fatto che il fratello piccolo sia senza scrupoli, che troppo poco si preoccupa dei tanti pensieri famigliari ai quali lui non vuole aggiungerne di nuovi. Ma è fatica sprecata. Il Piccolo ha già ripreso perfettamente il possesso di se stesso e della situazione e forte dei suoi SI lapidari e monolitici si rende credibile agli occhi del mondo che lo circonda.

Il senso di Cesare per il tempo

Il senso di Cesare per il tempo

La vita è un crocevia telefonico. Mia moglie chiama me e mi dice: “chiama il Piccolo che è da mia madre e convincilo a fare un po’ di compiti”. Chiamo mia suocera ma è occupato. Chiamo il Grande: “Zac passami Cesare che devo dirgli una cosa…papà che c’è?” dice il Piccolo. “Cecio devi fare un po’ di compiti”. A quel punto la parola che in quanto ad uso a casa mia surclassa anche la frequenza del verbo “fare” nella lingua italiana: “DOPO papà”. Tento allora uno stratagemma pedagogico aritmetico: “Senti Cesare…io fra tre ore ti vengo a prendere…entro tre ore, non mi interessa quando, tu dovrai avere fatto i compiti…se appena vengo scopro che non è così sono guai”. “Va bene papà”, dice lui, e poi dimentica di staccare la comunicazione e sento che dice al fratello: “Zac metti un timer che suona fra due ore e mezzo così nell’ultima mezz’ora mi faccio i compiti”. Uno dei segreti della vita è avere un corretto senso del tempo.

La via di casa

La via di casa

Ci sono tante strade che conducono dal ristorante di mia moglie a casa mia. Alcune più brevi e meno trafficate alcune lunghe e caotiche. L’altro giorno Veronica me ne ha anche fatta scoprire una che sembrerebbe essere la migliore eppure io faccio sempre la stessa, che di sicuro non è la migliore, ma io la amo più delle altre e per questo la percorro. Essa congiunge più di ogni altra gli episodi di una storia ed è una storia che io voglio continuare a raccontarmi.

Comincia con quella curva che immette in Piazza San Francesco di Paola e passa davanti ad un posto che adesso tutti conoscono come Villa Filippina ma allora non è che lo sapevamo che si chiamava così e noi la chiamavamo cinema Aaron (mi sembra proprio con due a) e c’era sto cinema assurdo con una fila di forse 5 sedili che come in una tabellina dei folli si moltiplica per un’altra, che andava verso lo schermo, di 50 sedili e in questo corridoio cinematografico io vedendo “Il dormiglione” di Woody Allen stavo morendo dalle risate, ma proprio morendo, e i miei amici mi guardavano pensando “ma guarda quanto si diverte Francesco” e io se avessi potuto gli avrei gridato “cretini fatemi smettere di ridere che sto morendo soffocato” e quelli invece niente.

E poi ancora un poco avanti in via Dante prima e poi su fino all’incrocio con via A. Veneziano che per farci fighi chiamavamo via Anonimo Veneziano quando c’era ancora qualcuno che lo sapeva cosa era Anonimo Veneziano mentre chi fosse Antonio Veneziano non lo sapevamo né allora né adesso e lì c’è una delle tante scuole di Claudia che la andavo a prendere, a lei e alle sue amiche, con la prima macchina della mia vita, che non era manco mia e si vedeva che era invece di mio nonno che era una 850 special beige con il carburatore bicorpo che consumava quanto lo Space Shuttle in fase di decollo e quelle si vergognavano che le prendevo con quella macchina e quando salivano si distendevano sui sedili per non farsi vedere dalle amiche.

E poco più avanti c’era Discobum e credetemi c’è ancora adesso e ogni volta che ci passo lo guardo e qualche volta, raramente, lo vedo aperto, e qualche volta, raramente, vedo lei, la proprietaria, quella signora dalla faccia stranissima, e se fossi grato per come dovrei essere, se la vita ammettesse queste deviazioni che non ammette, dovrei scendere, ed entrare nel negozio e togliermi la giacca (ammesso che io la porti e che la vita ammetta queste deviazioni) e dirle “adesso ti aiuto e ricominciamo tutto assieme e vedrai che la città riscoprirà questo posto e fra qualche giorno ci sarà di nuovo la fila fuori e do not cry for me Argentina…” ché io qua ci ho comprato i dischi, si i dischi, quelli che adesso li chiamano “vinili”, più belli della mia vita, quelli che poi me li sentivo per 4 settimane e mi ci facevo certi film sopra, ci tiravo fuori certe filosofie che quali Aristotele e Kant e lì ho comprato “Robinson” di Roberto Vecchioni.

E quel disco me lo sono portato nella casa, che è sempre sulla strada, più avanti, l’ultima casa con quella specie di miei genitori, con quella specie di mia famiglia, la casa di Via Rubens, la strada misteriosamente privata ma con un nome, e in quella casa fra il piano terra e il terzo piano (inconcepibile trasloco della famiglia Picciotto) mi preparai ai viaggi di una vita e “stavolta parto davvero con un vento leggero che mi soffia alle spalle, tu dormi bene il tuo sonno dove vado lo sanno solo le stelle” e dopo ci fu il sogno della Malesia ma prima ci fu l’America e li scoprii che forse si poteva amare senza lasciarsi sedare il cuore dalla paura della perdita, li rinacqui con la consapevolezza di un ventenne e scoprii che ero vivo e mi fu fatto il dono di un’immortalità a tempo determinato.

In quella strada c’e la casa dell’amore dantesco solo che lei non si chiamava Beatrice ma si chiamava come la città del poeta e di quella notte che la sognai, una delle due volte in tutta una vita, proprio su quella strada e le vedevo solo il viso e lei mi diceva “Francesco io posso vederti tutto” e io continuavo a dirle che no, io non ci riuscivo e piangevo mentre glielo dicevo e piangevo pure nel sonno.Quella strada che una mattina, che forse era l’81, uscii sul balcone e fuori c’erano 10 centimetri di neve e prima presi gli sci da fondo e feci tre volte avanti e indietro sulla via Rubens, che tanto era privata e non c’era nessuno, e poi presi il mio Kawasaki 125 enduro arrivato di contrabbando dalla Germania, carburatore rotax, miscelatore e Joe bracchetto incollato sulla tanga che mi sentivo veramente troooppo toco, e percorsi la strada sulle tracce lasciate dagli sci per non scivolare.

E poi quando si va avanti sono già in terra di nessuno, sono già su quel tratto di strada che va bene per tutti i tempi e per tutte le stagioni. Sono in vista di casa, quella vera, l’ultima, quella “che sai e non sai”, anche se casa dista ancora chilometri. Quella casa che risuona e vibra con quelle altre due, quella sulla collina al confine della sera e l’altra sullo spartiacque di due fiumi esigui in un Africa che non c’era messa.

La mia casa, quella del dopo, quella che mi ha fatto capire che l’amore non è tempesta e furore ma è appunto la donna che aspetta sulla porta di casa, quella che custodisce i miei sigilli bambini che rendono il prima buono da essere raccontato ma che al tempo stesso quasi lo annullano o che tuttalpiù lo trasformano in un miele dolce amaro che alimenta questo tempo che urge da presso ed è dono impareggiabile.

Ci sono tante strade che portano dal ristorante di mia moglie a casa mia. So bene che questa è solo una delle tante linee, come in quei giochi che c’erano sulla settimana enigmistica, che unisce alcuni dei tanti puntini e che compone uno dei frammenti della mia anima.

Verso l’infinito e oltre

Verso l’infinito e oltre

Mattina di fuoco tipica da genitori/lavoratori in tempo di pandemia. Il grande per il terzo giorno di lezioni a distanza è per fortuna a casa, il piccolo invece deve essere portato a scuola entro un tempo decente per lui e per il mio arrivo in ufficio. Davanti la solita sfilza di incombenze, la stessa che ti si para davanti ogni mattina quando apri il primo occhio e ti dici (come direbbe una mia cara amica) “un ma siento”. Mentre sfreccio a destra e sinistra percorrendo ogni possibile diagonale che connette la casa con il giardino, mi accorgo che Cesare è ancora in mutande, immobile davanti ad una TV inopinatamente accesa ed evidentemete e strumentalmente impegnato nello sbottonamento del colletto della polo che avrebbe giù dovuto indossare almeno 7 minuti fa. Nel tentativo di mitigare la partenza dell’embolo provo a rivolgermi a lui con la giusta dose di ironia: “Cesare quante ore pensi che ci vogliano per sbottonare quel colletto?”. Lui resta con lo sguardo fisso sullo schermo e con voce piatta e priva di ogni emozione mi dice: “Papà io non riesco a sbottonarlo e quindi (cito testuale n.d.r.) l’attività che sto facendo potrebbe durare teoricamente all’infinito”. Ciò che meriterebbe un significativo approfondimento, un plauso genitoriale che riconosca il valore dei termini usati e del pensiero prodotto, finisce per essere mortificato dala quotidiana pena e a me non resta che dire: “Cesare vedi di camminare e dammi questa maglietta che se no a scuola ti ci porto in mutande”. Alla fine aveva ragione Marco Messeri quando ne “La messa è finita” diceva che “la vita è volgare”.