Il senso del presepe

Il senso del presepe

Il senso del presepe si coglie più nel disfarlo che nel comporlo. Mentre lo fai tutto ti sembra incongruo, un assemblaggio improprio attuato a partire da pezzi che non appartengono allo stesso disegno, allo stesso progetto. Metti tutto assieme nel tentativo di creare un paesaggio, di trasformare quello che fino a poco fa erano elementi disomogenei in una storia.
Alla fine, come ogni volta e rispettando quello che è rito nel rito, dirai che bello come quest’anno non è venuto mai, ma dentro lo senti che solo l’erba e il muschio disposti strategicamente coprono i buchi di qualche cosa che non è struttura ma semmai racconto stentato. Poi passano i giorni, il presepe diventa prima di tutto elemento componente la casa. Smette quasi subito di essere corpo estraneo e si annida in un angolo dal quale comincia a produrre i suoi effetti. Le luci accese di sera, Gesù e i Re Magi a tempo debito, lo sguardo, tuo e dei bambini, che indugia su quello che non è già più il pezzo o il personaggio ma che ha cominciato a configurarsi come una scena: il pescatore che cala la sua lenza nel laghetto, la signora che vende le verdure e accanto a lei il venditore di angurie (che mai e poi mai si sarebbero incontrati visto che lei arriva in tempi recenti da un negozietto di Spaccanapoli e l’origine di lui si perde invece nella notte dei tempi), i gemelli (frutto di un secondo acquisto incauto di mia madre che aveva dimenticato di avere già comprato il primo) che appaiati entrano nell’osteria.
E poi viene il momento di smontarlo ed è allora che ti accorgi che qualche cosa è cambiato, che si è verificata una sorta di magia e che ciò che prima ti era sembrato incoerente adesso è racconto, è villaggio, è indirizzo al quale è possibile inviare una lettera, al quale rivolgere un pensiero.
Mentre lo disfi ti accorgi che le case si sono fuse con le rocce di sughero, il pastore è coerente al proprio gregge, la natività emana un significato che pervade e unifica il racconto. I pezzi hanno trovato la loro conformità ad un disegno, il disegno si è elevato a progetto, il progetto ha modellato la realtà, la realtà si è fatta narrazione. E mentre riavvolgi ad una ad una le statuine nella carta di giornali vecchi di cinquanta, trenta, dieci anni ti chiedi se quella che racconterai è una strana storia sul presepe oppure una metafora della tua vita.

Contro l’entropia

Contro l’entropia

Questa storia partecipa al Blogger Contest 2021

Sento la pioggia che batte forte sulle persiane.

Ride di me e dice: <<io ti so capace di salire fino alla cima del monte in un giorno di vento, di discendere la grotta di cui non conosci il fondo, di amare meglio di così. Esci dunque>>.

Io le rispondo: <<ridi ancora un po’ e non smettere di spronarmi mentre io mi preparo>>.

—–

A mettere un decimo di grado

fra noi e lo zero assoluto,

a strappare un minuto

a questa eternità che odora di nulla.

A riempire la culla

di disperate speranze

e le stanze

di impaurite risate

per scacciare l’inverno.

E girare sul perno di promesse

che devi mantenere

ché una messe di bisogni

non ti travolga.

E frammenti di gioia

a comporre il mosaico

che hai incollato sul soffitto

della camera da letto.

E uno sguardo retto,

una carezza senza un perché,

un gradino a salire

e ancora un altro.

Vestire abiti puliti,

avere sempre pronta

qualche cosa da cantare,

raccontare una storia.

Principio uno – 21.12.74 – Presepe

Forse ti lasciano andare se prometti di tornare. Forse è il patto che hai fatto quarantacinque anni fa, il beneficio che ti hanno concesso per quella partenza troppo precoce. Forse ti muovi quando senti l’odore del muschio e del sughero antichi che si sprigiona dalla valigia che conteneva il tuo piumone in raso, corredo di giovane sposa. Forse è il tintinnio delle palline di vetro colorato, la bellezza delle quali i miei non riescono a comprendere e che si stanno estinguendo, due in frantumi ad ogni anno che passa. Allora, con il tuo viatico celeste e attratta da una memoria che non si può cancellare, lasci la casa gelata, lasci la casa sulla collina, lasci il letto sporco e, per strade che non conosco, vieni a casa mia.

Ti vedo, mamma, ogni mattina, con la coda dell’occhio, come si vede Mizar, stella troppo fioca solo perché lontana, seduta in un angolo della mia cucina. Ti vedo, con la camicia da notte e la vestaglia (ché non ti permettono di indossare altro) che guardi critica ciò che quell’anno sono riuscito a produrre, sono riuscito a mettere assieme. E sposti i gemelli un po’ più vicini, una pecora su quella balza, il povero un po’ più prossimo al fuoco.

Poi a sera viene il momento in cui devo spegnere le lucine del presepe, e allora ti vedo ancora per un attimo e appena esco tu ti rannicchi sul divano e ti copri con quello che trovi. Io ti lascio sempre sesamo tostato, mamma, in piccoli sacchetti bianchi, e acqua fresca di tutte le sorgenti che nascono dai monti sui quali vorrei sempre andare, e dove ti cerco e non ti trovo.
Di notte poi ti muovi poco, tentando di non farci spaventare, e sembra che ogni tanto ti siedi ai piedi del letto del grande e lo guardi con identico amore al mio e carezzi piano il piccolo per fargli passare la tosse e i pensieri pesanti.

Per un mese intero saremo ancora assieme. Non potremo toccarci, non potrò baciarti, che nemmeno mi ricordo più che profumo avevi. Tu lontana dalla casa sulla collina, io vicino a te per come i sogni e i desideri ce lo permettono.

Principio due – 21.12.20 – Terra rossa

Questo è un voto. Non indosserò altro che magliette della “terra rossa”. Fino a quando non avremo chiuso l’associazione oppure fino a quando non saremo stati capaci di farla rinascere io non indosserò altro che le nostre magliette. In questi due anni che ci hanno distrutto, in questi due anni nei quali ogni nostro singolo progetto è sembrato non reggesse all’impatto della paura, del disinteresse, dell’insipienza, in questi due anni siamo scesi, un giorno dopo l’altro, al fondo del pendio. Ci siamo fatti togliere il senso dell’agire comune e in relazione come si tolgono le cose quando vogliono che non ce ne accorgiamo, un giorno dopo l’altro. Adesso io voglio riappropriarmene. Dove sono le energie per farlo? Non lo so. Dove sono le risorse, dove la speranza, dove la visione e il disegno conformi alla nostra idea? Non lo so. So una cosa, una cosa sola, che è poco ed è tutto allo stesso tempo: non indosserò altro che magliette della “terra rossa” fino a quando non saremo stati capaci di fare rinascere la nostra associazione. Questo è un voto.

Principio zero – 21.12.20/21.12.21 – Lei

<<Questo anno sta per finire e quello che sta per arrivare non sappiamo come sarà. Di sicuro non sta partendo bene neppure questo.

Io stanotte per fortuna ho dormito un po’ di più anche se ho avuto alcune sveglie in cui ho faticato a riaddormentarmi.

Sono così triste che davvero non so come potrò fare a muovermi nelle giornate.

Io non credo più in te e non credo più in noi. Ci ho creduto sempre, anche nei momenti più bui. Ho sempre cercato di richiamarti verso di me, anche quando più volte te ne sei andato. Adesso invece non ne ho forza, non saprei su che basi ricostruire. Nulla di quello che c’era (o che pensavo ci fosse) c’è più.

Avrei bisogno di nuovo di psicoterapia. Non ce la faccio da sola. Devo capire come muovermi>>.

—–

<<Buongiorno Amore Mio. Questa poesia è per te. Come tutte d’altra parte.

Il vento dai monti

intona distanti

dolcissimi canti.

Minuscoli istanti

mi scorron davanti

in sogni vibranti.

E scaccio i rimpianti

nemici insinuanti

di voli e di incanti.


Nei passi esitanti,

di stelle cadenti

rimangon soltanto

Gli stenti di tanti

che tirano avanti

preda dei venti.>>

<<È bellissima. Un po’ malinconica ma molto bella. Sei molto bravo Franci e con questo, sai come la penso, dovresti creare qualcosa. Spero di poterti aiutare.>>

<<Spero che mi aiuterai>>.

—–

<<Io ti amo tantissimo e voglio che la nostra vita continui in modo sempre migliore. So che per questo serve impegno e ti ringrazio per tutte le volte che nel passato mi hai tirato fuori dall’entropia e perché continui a farlo ancora.

Abbiamo vite confuse e strumenti limitati ma è una sfida quotidiana. Finché avremo voglia di sfidare saremo salvi>>

<<…che forse dovremmo appunto provare a riempire quei silenzi cercando di stare più in contatto fra di noi piuttosto che con il resto dell’umanità sparpagliata nel ciberspazio, che dovremmo provare ad abbattere delle barriere e ad immaginare modalità nuove a costo di fatica e sacrificio.

Ne vale la pena Amore Mio? Io credo di si. Mi dirai tu se per te è lo stesso>>.

<<Per finire sono d’accordo con te sulla necessità di ritagliarci degli spazi per stare insieme anche in silenzio. Per questo come ti ho promesso, ridurrò drasticamente i viaggi nello spazio tecnologico per vivere il presente. Se poi potremo concederci come siamo riusciti a fare qualche mese fa un tempo ed uno spazio fuori dalla quotidianità tutto sarebbe più facile. Ma intanto proviamo a restaurare giorno per giorno questa casa fatta di mattoni, anima e sentimento. È quello in cui vale senza dubbio la pena investire, ne sono certa anch’io.

Salgo a prendere quella creatura misteriosa che è atterrata da un pianeta nuovo (oggi in un negozio, che non posso dirti quale sia, c’era un mappamondo in cui lui cercava la mezzaluna fertile con grande sorpresa del commesso).

Ti amo tanto>>.

—-

Lo zaino è quasi pronto.

Fatto il conto,

ho messo dentro,

per quando andrò lontano,

quel poco che mi serve,

tutte cose che si contano

sulle dita di una mano.

Io non dimentico nulla,

non ti preoccupare:

i sandali ai piedi,

il bastone nella destra.

E tu non dimenticare,

per quello che ti diedi,

di porre ogni tanto a sera

un lume dietro la finestra.

Principio tre – 21.07.91 – Sibilla

E alla fine valicammo l’ultima portella e fummo in vista dei Laghi di Pilato. L’ascesa era stata lunga e faticosa. Reduci da cinque giorni di trekking, quest’ultima salita richiese risorse ed energie che forse avevamo speso in precedenza ed altrove. Ma la Sibilla accordò il permesso e noi entrammo nella conca dove giacciono i due laghi trasparenti. Eravamo partiti tardi e tardi arrivammo.

Già il sole tramontava e breve fu la gioia della conquista, breve il riposo, ché già altre cure ci assillavano, altri bisogni richiedevano la nostra attenzione. Preparare il bivacco, provvedere alla cena, procurarsi un po’ di fuoco ché a quelle quote anche d’estate fa freddo.

Ci rendemmo subito conto che per le prime due cose, per quanto il tempo fosse poco, portavamo con noi tutto ciò che ci serviva a soddisfare i nostri bisogni. Ma non così per la terza. La notte che oramai incombeva, l’avere superato da chilometri e da tempo la quota della vegetazione, il non avere provveduto lungo il cammino a raccogliere un po’ di legna, ci mise nella condizione di avere un bisogno significativo e non avere al tempo stesso gli strumenti per soddisfarlo.

Poi improvvisamente, quando anche l’ultima luce del giorno stava spegnendosi, qualcuno di noi si accorse che tutto attorno era cosparso di bastoni più o meno improvvisati che gli escursionisti giunti fin li nel tempo avevano abbandonato una volta completata l’ascesa. Punteggiavano le rocce bianche, abbandonati una volta in un anfratto, un’altra appoggiati ad una cengia. Li raccogliemmo in fretta ed in poco tempo accanto al nostro bivacco c’era un bel mucchio di questa legna imprevista ed eterogenea, di questo combustibile improprio e chissà quanto esotico che per quella notte illuminò il nostro campo e riscaldò i nostri corpi.

Allora noi lo interpretammo come una specie di tributo che ogni escursionista che ci aveva preceduto nel tempo aveva voluto, in maniera inconsapevole, dare al nostro fuoco di quella notte, un piccolo, singolare, impersonale, dono che veniva da lontano e che noi consumammo, senza troppo rifletterci, in una notte sola. Quando poi nel tempo sarei tornato al ricordo di quella notte avrei pensato che, forse, invece, avevamo commesso una specie di sacrilegio, un offesa grossolana e ingorda nei confronti delle tante storie che ognuno di questi bastoni raccontava e che noi non ci eravamo preoccupati di trovare e di ascoltare. Ma quella notte trascorse tiepida e riposante e allora quello ci bastò.

Questo ricordo torna stamattina, preso dalle mie tante canzoni, dalle mie tante poesie, dalle mie tante storie, accumulate in una vita, reduci di altrettanti cammini a volte impervi, altre volte consumati sotto un sole generoso.

E dentro sento, senza paura sento, senza offesa sento, senza privazione sento, che quella sera facemmo bene, perché è così che funziona la vita, generosa fino quasi ad essere sprecona, madre dello sperma, del polline e degli ovuli, molto più dissipativa che conservativa nel suo disperato bisogno di risalire ogni volta la china entropica e, a conti fatti e prima di tutto, di sopravvivere.

Per questo non so davvero cosa sarà di tutti questi bastoni che ho portato fino a qui sopra, ma davvero sarei felice se domani qualcuno, al bisogno, volesse adoperarli tutti e in un sol colpo, anche e soltanto, per scaldarsi un po’ le mani.

Principio 4 – 21.12.21 – contro l’entropia

Fosse anche l’ultimo dono, io ringrazierei.

Per la pioggia di questi giorni che impregna il suolo,

per il freddo che riconduce a ragione insetti e sorgenti,

io ringrazierei.

Per il dono dell’alba fedele, fosse anche l’ultima,

io ringrazierei.

Fosse anche l’ultima speranza, io partirei.

Prenderei per mano i bambini,

e con le poche cose necessarie al bisogno dentro un passeggino,

con le cose strette in un fagotto e avvolte nella plastica,

affinché l’acqua salata non le guasti,

io partirei, fosse anche l’ultima speranza,

in lunga fila con gli altri ad attraversare confini,

dentro improbabile fasciame ad attraversare il mare,

io partirei.

Fosse anche l’ultimo torto da subire, io griderei.

Griderei “io sono l’ultimo compagni!”,

oppure “no bastardi no!”,

ma io griderei.

Mi garantissero che questo, proprio questo qui, adesso,

è l’ultimo torto che subiremo,

e poi pace per sempre e per sempre gioia e per sempre famiglia,

io comunque griderei

e con la gola gonfia e troppe lacrime a scendere

stringerei, fosse l’ultima volta, al petto

coloro che amo.

Ché nessuno abbia a dire domani,

fossi io stesso di me stesso,

che non ho ringraziato,

che non sono partito,

che non ho gridato.

Collezione di “nevi”

Collezione di “nevi”

Oggi la mattina nasce sotto l’egida della scienza. Cesare: “Papà ma visto che la pioggia è acqua distillata perché quando va nei fiumi e nei laghi non lo è più”. “Perché lì si mischia con sali e altre sostanze che ci sono nel suolo…”. Ci pensa su un attimo: “ma allora quando cade sotto forma di neve e la neve anche se è a terra per il freddo non si scioglie, resta acqua distillata?”. “Si Cesare, è proprio così”. “Papà questa cosa mi piace moltissimo… perché questo inverno non facciamo una collezione di nevi?”. Ed io dentro di me sommessamente ringrazio la divinità per avermi donato una figlio di tipo “Douglas Spaulding” da “L’estate incantata” e l’altro naturalmente di tipo “Tom”.

Il vivaio di Cesare

Il vivaio di Cesare

La primavera scorsa Cesare ha avviato la creazione di un vivaio. Si tratta di un vivaio fuori terra, essenzialmente poggiato sul mio amato ex bigliardino. Le finalità di Cesare sono in minima parte ecologiche ed in gran parte commerciali. E naturalmente utilizza me come strumento per realizzare il suo scopo. Lui sceglie durante le nostre escursioni semi e talee ed io li trasporto. Mi estorce informazioni tecniche spacciandole per sue. Fa piani di coltivazione ed io procuro il terriccio. Io riempio vasi lui, con l’indice di Dio, imprime una fossetta nel terreno e lascia con disinvoltura cadere il seme. Dopodiché qualunque sventurato osi traversare il nostro cancello (che sia zia, tecnico della Tim, signore della bombola, testimone di Geova) viene blandito dal nostro affinché compri una delle sue piante. Il nostro ha fra l’altro inventato una modalità di vendita certamente fuori legge e assolutamente punitiva. Ogni piantina costa mediamente 3 euro, solo che Cesare pretende, una volta perfezionata la vendita, che l’acquirente, di tanto in tanto, gli faccia avere notizie del vegetale. Se infatti, nelle settimane successive dovesse venire fuori che la piantina è morta per incuria o incompetenza del compratore allora questo sarà sottoposto ad una penale ulteriori 2 euro. Pochi sono gli amici che si azzardano ancora a venirci a trovare e quando lo fanno arrivano sempre provvisti di denaro ed in uno stato di soggezione da fare pena. Da parte nostra ci godiamo questo bigliardino floreale. Un po’ in stile Marcovaldo e con una tavoletta di legno pirografata dal vivaista stesso con la scritta “Vivaio di Cesare”. Questo angolo sospeso fra la cura più gratuita della vita e la più spudorata ricerca del profitto. Chi dovesse venire a trovarci nei prossimi giorni non dica che non lo avevo avvertito.

Gli estremi di un segmento

Gli estremi di un segmento

Tante volte ho già scritto di come il Piccolo e il Grande siano diversi fra di loro. L’uno l’opposto dell’altro, gli estremi di un segmento (la metafora non è casuale). Remissivo l’uno e assertivo l’altro, misurato e misurante il primo, privo di qualunque senso della misura il secondo. Anche lì dove sembrano assomigliarsi basta guardare bene per capire che si tratta solo di convergenza evolutiva, l’ala della mosca e quella dell’uccello per ottenere lo stesso scopo a fronte di due mezzi assolutamente differenti. A prima vista possono infatti apparire identici nella loro volontà di evitare qualunque attività che sia anche vagamente in odore di studio e di lavoro. Ma anche in questo caso diverso è lo strumento con il quale si oppongono ai nostri tentativi di condurli sulla retta via. Il Grande infatti è provvisto di una pigrizia perfetta che lo lascia immoto lì dove si trova in balia della sua indole inerziale. È fermo? Resterà fermo per sempre se qualcuno o qualcosa non interverrà ad alterare il suo stato. Sta compiendo un’azione? Potrebbe continuare all’infinito. Sarebbe sbagliato pensare che il Piccolo è, come il fratello, un pigro. Cesare invece è uno “scansa fatiche”. Al contrario del Grande infatti lui è dotato di un’energia illimitata ed incoercibile che però adopera in maniera anarchica e che non presuppone alcun tipo di canalizzazione. Il suo essere uno scansa fatiche nulla ha quindi a che vedere con la stasi che caratterizza l’indole del fratello ma è semmai un atto cosciente e creativo che il nostro pone in essere con il solo scopo di fare ogni volta “come dice lui”. Oggi compiti domenicali. Guarda il diario e lancia un urlo di vittoria: “yuppieeee…pensavo che i compiti fossero per oggi e invece sono per domani!!!”. “Cesare e noi li facciamo lo stesso oggi ché domani abbiamo altro da fare”. Breve e sanguinosissima colluttazione verbale dalla quale ne esco fuori vittorioso solo grazie alle mie raffinatissime doti di pedagogo: “Cesare basta! Si fa come dico io!”. Il nostro abbozza e recupera il libro di geometria dal buco nero del suo zaino. Rette, semirette e segmenti. Procediamo spediti perché il tipino quando si presta è svelto, intuitivo ed acuto. “Ok Cecio, lo vedi…i segmenti sono descritti da due lettere…AB per esempio…oppure CD…adesso prendi il righello ché sul libro c’è un esercizio nel quale dobbiamo misurarne qualcuno”. Ormai vicino alla fine del compito, come l’escursionista che dei trenta chilometri fatti soffre soprattutto l’ultimo, il suo sguardo va all’ultimo esercizio e improvvisamente si illumina. “Papà mi dispiace l’ultimo non lo dobbiamo fare (vedi foto)… c’è scritto NO”. Non so se legarlo alla sedia o scoppiare a ridere

Utile o necessario

Utile o necessario

Io impegnato in un milione di cose da fare contemporaneamente. Il Piccolo stravaccato fuori con un libro che legge obtorto collo. Arriva il Grande, dinoccolato nella sua altezza ormai impropria, e si esibisce in un’attività assolutamente irrilevante a vantaggio dei troppi animali della casa. Io, antipatico e piccato: “voi per questi animali fate solo cose inutili”. Il Piccolo, senza sollevare gli occhi dal libro: “non è vero”. Io rincaro la dose: “hai ragione Cesare…tu non fai né le cose utili né quelle inutili”. Lui mortificato borbotta:”io li carezzo…”. Solo se a quel punto avesse aggiunto una frase del tipo: “troppo spesso si fa confusione fra ciò che è utile e ciò che è necessario” io avrei potuto sentirmi più verme di quanto non mi sono sentito.

Coincidenze e regole

Coincidenze e regole

Con lui le cose altamente improbabili divengono assolutamente possibili, e la più spuria delle coincidenze diventa regola che orienta in questo angolo di universo lo svolgersi degli eventi. Lui naturalmente è Cesare, il mio bambino piccolo.

Sul prato compare all’improvviso una pianta di menta d’acqua, che il Signore lo sa con che difficoltà sono riuscito a rubarne alcuni germogli in natura e farli attecchire in due vasi che tengo d’occhio manco fossero l’ingresso di Fort Knox. E lui, fresco come un quarto di pollo, mi dice: “ah sì…ora che mi ricordo…ho trovato un semino accanto ai tuoi vasi e l’ho piantato”. Ma come un semino? Le mie piante hanno fatto semini? E solo tu te ne sei accorto?

Poi ieri: “sai papà (me lo dice mentre sono sovrappensiero e quindi non colgo subito l’assurdità fulminante della correlazione) quante volte mangio i fiori di tarassaco? Ecco, per ben quattro volte ne ho mangiati di più acidi ed ogni volta nelle vicinanze c’era della legna buona per fare il fuoco…quattro volte, capisci papà? Questa non può essere una semplice coincidenza, deve essere per forza una regola”.

E ancora una volta mentre me lo guardo tutto, diritto in quel corpicino esile ed inflessibile, e me lo carezzo con gli occhi, mi rendo conto che il miracolo non sta in statue lacrimanti e grumi di sangue che si sciolgono ma nella quotidianità di chi lo sa vedere ed accogliere e nell’eccezionalità di chi con le sue parole, le sue azioni e i suoi pensieri è capace di imprevedibili ed inimmaginabili epifanie.

Astronautica e dichiarazione dei redditi

Astronautica e dichiarazione dei redditi

Non passo. E’ inutile continuare a provare, non riuscirò mai a convincerlo a fare l’astronauta. Ma procediamo con ordine. Anche stamattina ci prepariamo con il Piccolo all’usata fatica cominciando ad inanellare i nostri riti del giorno. Il primo si consuma appena entrati in macchiane e superato il cancello di casa. Si chiama “termic game” e consiste nel tentare di indovinare la temperatura dell’aria in quel momento. Il Piccolo, come sempre, ha cominciato qualche settimana fa snobbando la cosa e sparando temperature a caso. Ma poi ha cominciato ad appassionarsi e a reagire da par suo. In pochi giorni ha sviluppato potentissimi sensori che a questo punto gli permettono di indovinare con precisione chirurgica la temperatura del momento. “Termic game!!!” grido io, in preda al solito non condiviso entusiasmo paterno. Lui, senza staccare gli occhi dall’oggetto che in quel momento attrae la sua attenzione, manda giù il finestrino e tira fuori la mano. Poi sentenzia: “18 gradi”. “Ma quali 18 gradi!!!” dico io, “ce ne sono almeno 22!!!”. Sarà come ogni giorno il termometro esterno dell’auto a dirimere la contesa. Pigio il tasto, qualche secondo di attesa e poi sul display appare un lapidario “18° C”, non un decimo in più non uno in meno. Anche per nascondere la mia delusione e per cogliere ancora una volta l’occasione per tornare sull’argomento che più di tutti mi sta a cuore gli dico subito “Cecio io già me lo immagino: tu su Marte, tutte le televisioni del mondo puntate su di te, il giornalista che ti chiede <Astronauta Cesare che temperatura c’è oggi su Marte> e tu che tiri il dito fuori dalla tua e dici <ma…direi circa 141 gradi> e ti bruci il dito come un pollo”. Ride ma subito mi ridimensiona “miiiii…sei fissato con questa storia degli astronauti…e comunque io te lo ho detto cento volte che non lo voglio fare…e poi oramai gli astronauti non è che fanno gli astronauti…”. “Come no?!?!” dico io sdegnato, “e che fanno allora?”. “Niente…stanno tutto il giorno davanti al computer a compilarsi la dichiarazione dei redditi”. Non passo. E’ inutile continuare a provare, non riuscirò mai a convincerlo a fare l’astronauta.

Il bacio

Il bacio

Hai cercato quel sentiero con tutto te stesso perché sai che è l’unico che può tirarti fuori da quella pietraia o da quella macchia di rovi. E poi lo vedi e sai che è lui perché lo conosci o perché è l’unico possibile e per un attimo ti assale una gioia grande. Ma dura appunto solo un attimo e ti rendi subito conto che quello è un confine sul quale il mondo selvaggio ti dà l’ultimo bacio. Per adesso o per sempre.

Perseveranza e Ingenuità

Perseveranza e Ingenuità

In questi giorni gran parte della conversazione famigliare verte su Marte. Da quando Perseverance ha toccato il suolo del pianeta rosso si può dire che non abbiamo pensieri per altro, ancora di più adesso che abbiamo scoperto che il Rover fa coppia fissa con uno specie di drone fornito di elica che si chiama, nientepopodimeno che, Ingenuity. Continuiamo a rivedere il video dell’ammartaggio e un paio di giorni fa ci siamo emozionati nell’assistere ai primi passi di Perseverance sulla sabbia marziana.

Anche stasera torniamo sull’argomento. E ad un certo punto Cesare, per nulla scherzoso, ci chiede: “ma se su Marte trovano persone quelle che stanno a sud del pianeta le chiameranno Martoni (con un chiaro riferimento al nostro essere terroni)?”. Zaccheo (senza neanche sollevare lo sguardo dal piatto): “e questo non è ancora niente…vedrai che appena scoprono che il piatto tipico di quelli del nord di Marte è lo Splutz li chiameranno subito Splutzoni”. E per stasera direi che può bastare.