Caro Zaccheo, Mio Adorato,

in questi giorni il mio amico Marco ha scritto una lettera aperta intitolata “Lettera ad un figlio non nato“. E’ una lettera che mi ha ammutolito. Per un po’ di tempo fuori e dentro di me è calato il silenzio. Adesso, dopo diverse ore, sento forte il bisogno di parlare. Qualcuno, commentando la lettera di Marco, ha detto che forse Marco ha scritto questa lettera prima di tutto a se stesso. Ed io? A chi la sto scrivendo? Quale è l’indirizzo che sto mettendo sulla busta?

La sto scrivendo prima di tutti a te, Amore mio, nella speranza (ma quello lo sai perché è la missione dichiarata di questo blog) che un giorno avrai tempo e voglia per riscoprirla, un giorno in cui magari avrai bisogno di sentire la mia voce, di accogliere il mio consiglio anche se magari io non potrò più fornirtelo “in diretta”.

La sto scrivendo a me stesso come produttore di due meravigliose “attualità” (una sei tue l’altra è tuo fratello) e al tempo stesso contenitore di innumerevoli potenzialità inespresse.

La sto scrivendo naturalmente a tua madre alla quale tutto ciò che faccio è invariabilmente dedicato.

La sto scrivendo al mio amico Marco e, attraverso lui, a tutti i miei amici, ognuno portatore di una storia diversa, che compongono la mia storia, le storie dei quali io, in qualche misura, compongo. 

La sto scrivendo a tutti coloro che seguono e leggono questo blog e a loro offro le prima parole di questa lettera aperta e il primo grazie.

Quando infatti ho “ripostato” la lettera di Marco sul mio blog (perdonate il neologismo ripostare…fatto è che mi piace perché ricorda un verbo siciliano che vuol dire “conservare”), anche in considerazione di alcuni commenti al suo post che avevo letto sulla sua pagina facebook, mi preparavo già a difenderlo.

Invece i commenti arrivati sul mio blog sono tutti talmente attenti, talmente ricchi di umanità, di desiderio di comprendere e rispettare le altrui posizioni (anche se molto diverse dalle nostre) che il mio atteggiamento difensivo ha subito virato verso un pensiero: il lettori di questo blog sono tutte “brave persone” (che potrà sembrare poco e invece è tantissimo).

“Al solito una lunga premessa” penserai tu, Mio Adorato, e poi: “Papà ma di cosa stiamo parlando?”.

Per essere sincero non lo so nemmeno io.

Forse stiamo parlando di continuazione, del desiderio che ogni uomo ha di continuarsi attraverso la propria discendenza (e questo è il livello personale), del bisogno che la specie ha di prolungarsi nel tempo e di allargarsi nello spazio (e questo è il livello collettivo). Ma se stiamo parlando di continuazione non è forse vero che tu e tuo fratello costituite la mia continuazione nella stessa maniera in cui continuate anche Marco? Mi spiego meglio. L’impronta genetica che vi ho trasmesso non è forse una minima parte di quella impronta che ogni giorno io e tua madre proviamo a imprimere attraverso l’educazione? E non è forse quella un’impronta che su di me hanno impresso a loro volta coloro che nel tempo in cui ero “cera molle” a me si sono relazionati nella loro veste di parenti, amici, maestri? In quella forma Marco ha  lasciato le sue impronte e quel sigillo adesso passa a te, Mio Adorato, che non devi sentirti responsabile di alcuna eredità genetica (ché come dice il mio vecchio amico Leoluca Orlando “i figli non sono di chi li fa ma di chi li alleva”) ma portatore di un’eredità fatta di valori e di principi, e li tocca a te continuare me e allo stesso tempo il mio amico che di me fa parte, di cui io faccio parte (certo qui si apre la possibilità che Marco debba contribuire al tuo mantenimento ma quello poi me lo discuterò con lui!).

Allora non è di continuità e di continuazione che si parla.

Forse allora si parla di fertilità? Se è quello l’argomento allora di sicuro non voglio affrontarlo usando le parole attraverso le quali qualcuno vuole addirittura organizzare una campagna pubblicitaria (confondendo come spesso avviene il piano di qualche cosa che è eminentemente personale e solo in minima parte può essere portata su quello di un fatto collettivo). Preferisco di gran lunga usare le parole di un docente che ebbi la fortuna di incontrare durante un master di bioetica che purtroppo non finii di seguire. Lui si chiamava (e si chiama) Salvino Leone ed è una persona di grande lucidità e apertura mentale che è stata capace di accendere il mio interesse su molte questioni che non avevo mai considerato prima. E un giorno in maniera molto diretta e forse anche un po’ retorica ci ha posto una questione: “chi è più fertile: una coppia che ha deciso di avere un solo figlio e su quello concentra tutte le sue energie e attenzioni, oppure una coppia che non può avere figli e ne ha adottati quattro ed è molto impegnata nel sociale dando il proprio contributo a vari livelli?”. Adesso lasciando da parte l’inevitabile semplificazione secondo me la domanda poneva la questione nei termini corretti e quindi, Mio Adorato: chi è più fertile io che ho fatto si che voi due, figli di carne, nasceste cominciando ad esprimere così la vostra potenzialità e di voi mi curo ogni giorno come posso, oppure Marco che che ha generato alcuni bellissimi figli di carta che ogni giorno rendono fertili le menti di innumerevoli persone, che ogni giorno continua a generare parole che mi ispirano e tanti altri assieme a me, che ha usato e usa le sue energie per provare a rendere questa città un po’ migliore, questo posto un po’ più vivibile e giusto a vantaggio di tutti i bambini “non suoi” che lo abiteranno? Chi fra me e lui è più fertile Mio Adorato?

Allora mi sa che non stiamo parlando nemmeno di fertilità.

Allora forse stiamo parlando di potenzialità. Di quel figlio non nato che chissà chi avrebbe potuto essere, che vita avrebbe potuto avere. Di quel sasso posto sul tavolo, carico di energia potenziale che Marco non si è mai deciso a fare cadere al mondo trasformando la sua energia da potenziale in cinetica. Ma per questo non vale forse la domanda (e rassegnati Mio Adorato al fatto che in questo post ci saranno molte domande e pochissime risposte) “ma se uno non sa cosa si sta perdendo in fondo non è come se non si stesse perdendo nulla?”. Può la potenzialità non espressa rappresentare un anelito all’attualità? E possiamo noi sentirci colpevoli per non averle dato spazio nella nostra vita? O per avere fatto si che altre potenzialità si esprimessero al posto di quelle che appartengono al nostro portato genetico? Ma se davvero nell’espressione della sola potenzialità genetica sta tutto il senso allora non porto anch’io un pezzo di colpa avendo limitato le potenzialità mie e della mamma soltanto a te e tuo fratello? E questa misteriosa prodigalità della vita che produce infiniti più semi di quante vite potranno poi nascerne è qualche cosa della quale noi uomini così piccoli, dalle esistenze così esigue, possiamo farci più di tanto carico?

E allora forse non stiamo parlando di continuità, e nemmeno di fertilità, e neanche di potenzialità.

Forse alla fine stiamo parlando “soltanto” di coerenza e consapevolezza.

Della coerenza che poniamo a difesa dei nostri valori e dei nostri principi, quella coerenza che ci fa superare alcune “sliding doors” senza stare li troppo a pensare a quali opportunità stiamo rinunciando, a quali potenzialità non stiamo dando spazio pur di mantenere intatti valori la cui integrità manterrà intatti noi, pur di riaffermare principi che sono quelli che fanno di noi uomini prima di impegnarci a generarne altri.

Forse stiamo parlando della consapevolezza che è l’unica maniera, stretti all’interno delle nostre fragili barchette fatte di valori, che abbiamo per provare a non farci travolgere dal flusso degli eventi all’interno del quale siamo quotidianamente immersi. L’unica maniera che abbiamo per provare almeno a credere che ancora c’è dato in qualche modo di orientarla questa nostra vita, di darle noi un senso, per essere anche individui e non solo specie, per essere anche “esseri umani” e non soltanto umanità, per esistere e non limitarci ad essere.

E se questo è un delitto, Mio Adorato, se questo è un crimine allora sono contento  di averlo perpetrato anch’io perché ci sono ottime possibilità di passare molti anni chiuso nella stessa cella con il mio amico Marco. Perché abbiamo tante cose da raccontarci, abbiamo ancora tante storie da inventare e in questi anni è stato difficile farlo, impegnati come eravamo ad occuparci della vita. Ognuno a modo nostro.

 

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17 pensieri su “Lettera ad un figlio (che è nato)

  1. Non so se è esattamente in “tema” quanto sto per scriverti ma è il tuo post ad avermici fatto pensare. Oggi uno studente mi ha detto “Prof ma lei ha figli?”. Al mio “no”, ha aggiunto “strano”. E in quello “strano” io ho sentito il riconoscimento di una maternità riconosciuta, a prescindere. Che poi è forse la maternità “agita” da me tutti i giorni in una scuola di “frontiera” dove a noi docenti viene richiesto di vestire altri panni o panni di altri, i panni di alcuni genitori perennemente assenti.

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  2. A mia figlia scrivo qualche lettera, diverse quando non ero sicura se saprei spravvissuta alla malattia, lei non ne era consapevole, troppo piccola, ma volevo mi ricordasse in qualche modo, le avevo consegnate a mio marito che gliele avrebbe date quando riteneva fosse stata in grado di leggerle con consapevolezza. Non gli sono mai arrivate, non perchè, ringraziando Dio e la medicina e Paola, sono ancora qui, ma perchè non mi sembra ancora arrivato il momento. Di lettere ogni tanto gliele lascio, cosa ci scrivo? Non di fertilità (non riuscivo ad avere figli, sono dovuta arrivare a 41 anni per avere solo lei in modo naturale ma “strano”), ferile lo sono sempre stata nel mio cuore e nella mia anima, nbè per continuità, ho crescito diversi bambini non miei; non parlo di niente che non possa riguardare l’Amore, non di madre per una figlia, ma per la Vita, perchè dovunque lei andrà, ovunque lei sarà, è vita. Come tutti i figli del mondo, come tutti i bambini del mondo. E non serve altro se non Amore.

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