Dodici miracoli

Riscaldare con il proprio corpo una persona che sente freddo,
preparare un pasto con grande cura e con la stessa cura apparecchiare la tavola,
rimboccare le coperte,
accompagnare una persona molto anziana fino all’ascensore e non distogliere lo sguardo fino a quando la porta non si sarà chiusa,
dire: benvenuto,
dire: grazie,
sorridere senza una ragione precisa,
dire: mi sei mancato tanto,
dire: io non ho tanta fame, prendilo tu,
ascoltare l’altro con genuino interesse,
pensare di ogni persona, prima di giudicarla, che è stata un tempo un bambino e allora non volerla più giudicare,
credere che nessuno può volermi consapevolmente fare del male e non potere vivere senza fidarsi degli altri a priori e a prescindere.

Compiere ognuna di queste azioni come si dice una preghiera e sapere che ognuna di esse costituisce, a pieno titolo, un miracolo.

Sarà per la prossima vita

Una vita come fosse teatro.
E su quel prato d’erba finta
ad ogni spinta sul palco
è corrisposto un incontro.
Qualche riscontro ottenuto,
qualcuno muto che muto è rimasto,
un lavoro da catasto,
vasto, addirittura agrimensorio,
un lavorio di segmenti e rette.
E su sette miliardi
così pochi restati,
molti incontrati troppo presto,
molti troppo tardi.
Ma per quelli che non sono andati,
mandati da pagare ogni giorno
di cure e attenzioni esclusive,
pensieri e azioni
a riempire la testa,
ad esaurire il tempo.
E per gli altri, alla fine,
nulla resta
che abbia senso e decenza:
la parvenza di un contatto,
il tatto sostituito dall’udito,
un invito non onorato,
un contratto non firmato,
un patto infranto.
E come d’incanto
sono sul proscenio nuovamente
e davanti a me tutta la gente
che mai amerò.
Stò di fronte a loro chinato,
a coppa sul cuore le dita,
per dire: “signori e signore mi dispiace,
sarà per la prossima vita”.

Radici

In un tempo che non ricordo,

per ragioni che non so,

mi radicai al centro del pianeta.

È questo un fatto

da cui non discende alcun privilegio,

che non dà, per se stesso,

alcuna garanzia.

Non fosse per le scorribande,

con me che mi aggrappo alla sua schiena,

nelle notti chiare

attraverso il vuoto cosmico

ed io che non posso cadere,

ed io che urlo e canto

pazzo di gioia.

Non fosse per le mattine trasparenti

che i miei occhi attraversano

e il vento mi coglie

e mi agita tutto

tranne i piedi che ancorati al suolo,

al cuore della terra

guardano.

Non fosse per le foglie

che l’acqua e il sole nutrono

sulla mia testa,

dentro la mia testa

e lì esse ora sono sogni,

ora pensieri.

Un fiume impetuoso

Un fiume impetuoso

che mi passa accanto

di cui sconoscevo l’esistenza,

un canto non mio

che posso decidere

se intonare o meno.

Il freno che una divinità minore

impose un giorno al mio cuore

le cui ganasce

adesso sembrano allentarsi.

Alzarsi all’alba

nuovo come il giorno,

trovarti al ritorno

qua che mi aspetti.

Sono queste le cose

che più di tutte

mi sembra somiglino

alla felicità.

I Quattro Precetti

Deve esserci una preghiera

per ogni boccone di pane,

una preghiera a narici

ed occhi spalancati

per cogliere il miracolo,

per sentirne il profumo.

Un grazie per ogni dono,

fosse anche un respiro,

e un altro respiro,

e poi un battito,

e un altro respiro ancora.

E grazie, grazie, grazie,

e di nuovo grazie,

e poi un canto

intonato ogni volta

che sull’orizzonte

apparirà il sole.

Un canto sommesso

ed uno a squarciagola

a respingere le ombre

e fare spazio alla luce.

E infine un racconto

quando si inoltra la sera,

un altro durante la cena,

uno con la voce che trema

quando ti accorgi

che tutto ciò che ami

è ancora lì

davanti ai tuoi occhi.

Ed infine l’ultimo,

bisbigliato,

sul confine del sonno.

Della felicità, del calcio e dello stadio Diego Armando Maradona

Della felicità, del calcio e dello stadio Diego Armando Maradona

Quello della felicità è territorio impervio. Ti sembra di mettere i piedi su terreno solido e sei già per metà immerso nelle sabbie mobili. Ti sembra di nuotare in acque limpide e aperte ed improvvisamente ciò che era liquido si trasforma attorno a te in sostanza vischiosa e impenetrabile. Quello della felicità è veramente territorio impervio ed io già lo sapevo mentre organizzavo questa tre giorni con il Mio Adorato, forse l’ultimo tempo congruo assieme, io e lui da soli, prima del tempo del distacco, di questo agosto che viene troppo in fretta, calzando gli stivali delle sette leghe.

Allora mettendo da parte la mia avversione per il calcio, ché a me piace pensare che risalga al tempo in cui Berlusconi diventò presidente del Milan (che era la squadra per la quale prima del suo avvento tifavo), gli ho detto “che fa, ci vuoi venire con me tre giorni a Napoli in occasione della partita dell’anno Napoli-Juve” (lui per ragioni misteriose tifa Napoli). Figurarsi se quello perdeva questa occasione. Solo che lui non lo sapeva, o forse sì, che era un viaggio che ne replicava un altro fatto più di cinquant’anni fa, con una nave simile a quella, in una città simile a quella, con l’unica differenza che colui che adesso è padre allora era figlio come è lui adesso e l’acquario di Napoli, che allora mi sembrò enorme, oggi assume le sue reali dimensioni (o forse no, e le sue reali dimensioni erano quelle di allora?). E poi ieri sera eravamo finalmente nel “catino del Diego Armando Maradona” (lo vedete che se anche non mi interesso più di calcio parlo ancora perfettamente il linguaggio del telecronista sportivo!?!?!) e per quanto mio cugino avesse fatto un miracolo nel trovarci i biglietti non eravamo seduti accanto e nemmeno vicini. Io in un punto della zona distinti e lui ad una quarantina di metri da me accanto a cugina e fidanzato della cugina. Ed io a rosolarmi per tutto il primo tempo in quella sostanza grassa come la sugna che è il rimpianto: “quanto sarebbe stato bello vedere accanto a lui la partita…ma in fondo è la sua felicità che conta e non la mia e lui in questo momento è sicuramente felice anche se io non sono accanto a lui”. E poi un posto si libera accanto a me e tutto il tempo da quel momento a friggere nell’olio leggero del rimorso futuribile: “e se gli dico di venire e poi il Napoli perde? Lasciamo stare e teniamolo lì tranquillo dove è”. E poi nell’intervallo un salto da lui per dirgli facendo finta di niente: “guarda Zacco che c’è un posto libero accanto a me”, e lui che mi risponde “lascia stare papà, resto qui con Giorgia”. E poi venti secondi prima che ricominci la partita me lo vedo arrivare, scomposto e confuso come è sempre, che ci ha ripensato e che vuole stare vicino a me. Ma il posto nel frattempo se lo è preso un signore che anche lui aveva il suo un po’ distante dalla sua famiglia e che però, anche lui padre, una volta visto i miei occhi supplichevoli ha detto: “va bene, io in fondo sono più vicino ai miei di lei, preferisco che siate voi a stare vicini”. E ho pensato che certe volte il mondo funziona per come dovrebbe, e ho messo da parte ogni grasso di cottura, e abbiamo esultato assieme per il 3 a 1 e per il 4 a 1 e poi ancora per il 5 a 1 e avrei voluto che il Napoli non finisse mai di segnare, non che me ne freghi niente del calcio, ma per unire alla sua la mia voce, per sentirmi uno con lui anche in una situazione così insulsa, per prolungare ancora per un po’ questa “nostra infanzia” che è dono della divinità e dell’umana perseveranza. Lo vedevo accanto a me così grande ed io mi sentivo così piccolo, così piccolo e così fragile ma al tempo stesso così felice.

Dicevo che la felicità è un territorio impervio ed io ieri sera lo ho attraversato, lo ho percorso in tutte le direzioni, accanto all’uomo della mia vita senza sapere se quella vita ci darà ancora la possibilità di affrontare altri cimenti simili in futuro.

E per quanto, come ho già scritto diverse volte, a me del calcio non me ne freghi niente, vuoi mettere la soddisfazione di vedere quegli stronzi della Juventus perdere 5 a 1!?!?

La promessa mantenuta

La promessa mantenuta

Di quella finta tempesta
resta soltanto
questa luna morente
e nubi da oriente
ad impavesare il cielo.
E un velo sull’anima
che per un momento solo
pone un limite al vento
e rende sfocata
la gloria del giorno.
Attorno
la grazia della campagna
che il mattino impregna
di una promessa sincera
che a sera, poi,
il lume, la cena,
le parole, poche,
di coloro che amo
manterranno.

Esse con Zero

Appena entrate in macchina
spengo la radio.
Nemmeno la musica
ha cittadinanza
nel nostro stare insieme.
Rischierei infatti
di non cogliere
una vostra parola,
una battuta,
una sciocchezza,
un canto,
ed è una perdita
che non posso permettermi
essendo voi il senso,
voi il sigillo,
voi il punto di ripartenza,
l’ascissa s con zero
da cui il mio moto
di punto materiale
ha cominciato
la sua traiettoria.
Solo al silenzio
riconosciamo un titolo
perché in esso
cogliamo senza dubbio
il battere dei nostri cuori
all’unisono.

Ogni singolo secondo

Adesso sono capace di leggere ogni singolo secondo come si fa con le parole di un libro che amiamo.

Ma a volte, ancora, sono capace di distrarmi e lasciare che un dolore passi rapido, oppure di attardarmi sul sentiero della gioia affinché essa duri quanto prima durava il dolore.

Ma più di tutti sono capace, ora come allora, immerso nel fiume, o in vista della cima, o ancora sul sentiero che attraversa il bosco, di lasciarmi il tempo alle spalle, di dimenticarmi del tempo, come colui che alla narrazione della vita la vita preferisce.