Bisogna dire all’inverno

Bisogna dire all’inverno

Bisogna dirlo all’inverno…si è necessario che lo sappia, ancora prima di arrivare.

Bisogna dire all’inverno

Bisogna dire all’inverno

che crediamo nella gemma,

nello stemma di una primavera

che intera ritorna ad ogni giro dell’astro.

Bisogna dire all’inverno

che crediamo nell’incastro perfetto

che ad angolo retto

si apre alla speranza.

Bisogna dire all’inverno

che crediamo nella stanza

dove arde il fuoco

e in quel poco di calore

che strappiamo all’universo.

Bisogna dire all’inverno

che abbiamo già pronto un verso

a celebrare il nostro essere vivi,

fino a prova contraria,

e l’aria pura che respiriamo.

Bisogna dire all’inverno

che ci prendiamo cura comunque

del figlio, dell’amico, dell’amato

e che col nostro stesso fiato

commiato daremo all’arsura del gelo.

Bisogna dire all’inverno

che noi non abbiamo paura.

Gli uomini degli altopiani

Gli uomini degli altopiani

Gli uomini degli altopiani sono strani. Io ne conosco due, a me particolarmente cari, che vivono solo apparentemente a grande distanza l’uno dall’altro. Questa poesia è dedicata a loro.

GLI UOMINI DEGLI ALTOPIANI

Gli uomini degli altopiani

scendono le cave

invece di salire al monte,

del pane una strana idea

confonde loro la mente

siano d’Africa o della Contea.

La fonte non conoscono

ma un velo di stelle

ricopre la lavagna

dei loro pensieri

e sui sentieri del cielo

sempre li accompagna.

Frammenti di gioia

Frammenti di gioia

Una gioia intera a volte si compone, come fosse un mosaico, di tanti piccoli frammenti di gioia. E quando in un tempo così avaro ci si trova davanti ad una “gioia completa” quasi ci si vergogna, quasi non si osa riconoscerla, per paura di svegliare la giustizia del mondo.

FRAMMENTI DI GIOIA

Il tempo di una vacanza

Nel tempo che danza

Il tempo di un istante

Di tempo vacante.

Di gioia frammenti

Del giorno i momenti

Dal mattino alla sera

Fanno una gioia intera.

E a crederci non osare,

Nemmeno per un secondo,

Per timore di svegliare

La giustizia del mondo.

Nel mondo selvaggio

Nel mondo selvaggio

Un’ora nel mondo selvaggio

Per godere di quell’agio

Che è dell’airone maggiore,

che è del faggio resistente

Nel clamore della tempesta,

Della testa del gufo che si gira

E ti osserva.

Serva del tempo è la vita dell’uomo

Che del tuono non sa più gioire,

Né ambire ad essere

Una nuovamente

Con il serpente e con la luna.

La duna oggi ci ha insegnato

In quell’ora di magia,

Immersi nella rabbia del vento,

Che all’entropia del mare

Quando le sue onde sferra

Non si cede un solo granello di sabbia

Perché il senso del vivere sta

Nell’aggiungere terra alla terra.

Io vi accompagno per un poco

Io vi accompagno per un poco

Fino a ieri con il Grande
Ad innalzare manieri
Sulle spiagge e contro l’onda.

Oggi sulla stessa sponda
Con il Piccolo a scavare
Gallerie e fossati
Sdraiati sulla riva
Dell’estate che muore.

Lascia che io viva
Il tempo che resta,
Lascia che il passare delle ore
Non mi muova più a tristezza.

Nella brezza che giunge da levante
Dammi ancora un istante
Per una carezza,
Per una piccola pena residua
Per un bagno, per un gioco.

Sulla rena della mia anima
Ho scritto con un bastone:
“Io vi accompagno, per un poco”.

Le trappole della memoria

Le trappole della memoria

A coloro che più di tutti amo,
a parziale spiegazione di ciò che è accaduto ieri sera,
che spero sia già buona oggi per alcuni,
che spero sarà buona per altri domani.

Le trappole della memoria

Attenti alla trappola della memoria

che come scoria si incastra

sotto l’unghia della coscienza

e senza che te ne accorgi

comincia a sanguinare e duole.

Attenti alla trappola del ricordo.

Essa ha per laccio un dolore sordo

che ti aspetta al varco

e quando l’arco del sole declina

sulla china della vita si stringe.

E in una sera, che si tinge già d’autunno,

ti spinge a camminare di nuovo momenti

che credevi smussati dai venti dei giorni.

Ti induce in aree remote dell’anima,

che da tempo credevi vuote,

dove immote invece ristagnano forme.

Il cuore che dorme allora sobbalza

ed in volo si alza in un cielo

che distende un pavese

di nubi insperate e vicine

che sciorinano trine

di lacrime inattese.

La tempesta

La tempesta

La tempesta avanza

con gambe di saetta

e senza fretta danza

sul mare e sulla costa

dove sosta un attimo

prima di abbracciare

la campagna.

Con gocce di piombo fuso

già bagna il lombo del Colubrina

e brina liquida depone sulle foglie.

Tutte le mie voglie

la tempesta esaudisce

e accudisce i miei sogni

nel mattino nebbioso.

Ogni mistero disvela

e come vela

nel suo vento impetuoso

il mio cuore esulta.

Che nulla cambi

Che nulla cambi

Fate che nulla cambi,

non per tanto,

il tempo che avanza a questo canto,

alla danza che ancora oggi

faccio col fiume e i monti.

Solo io devo fare i conti

con quel lasso che resta,

solo io il passo

che dalla festa mi allontani.

Solo io le mani unire

a raccogliere acqua e ricordi,

a raccogliere, come fossero culla,

i giorni che restano

affinché per coloro che amo,

ancora per il tempo in cui sono,

non cambi nulla.