Sono un viandante. Non lo sono in senso stretto. Di sicuro non sono un globetrotter, una di quelle persone sempre pronte al viaggio, instancabili consumatori di esperienze in giro per il mondo.

Il mio essere viandante si accompagna alla mia consapevolezza, sviluppata precocemente, di essere transeunte.

Il tempo e i fatti sono stati per me scuola dolorosa e “primaria” che sin da subito, e senza mediazioni, mi ha messo davanti ad un fatto inconfutabile e che ci riguarda tutti: siamo di passaggio.

Sono un viandante e questo ha fatto di me un uomo che, per dirla con Le Breton, abita il tempo piuttosto che lo spazio.

Ho passato la mia vita a tentare di creare cose che durassero nel tempo per lasciarne poi, quanto mi sembrava che fosse venuto il momento, la cura agli altri.

Ho sempre preferito ciò che è frugale a ciò che è sontuoso, finendo per pensare che il frugale è sontuoso. Ho cercato la stabilità delle cose ridendo sempre, dentro di me, per questa ricerca poco convicente prima di tuti per me stesso.

Gli accadimenti della vita, dicevo, hanno fatto di me un vagabondo e in questo la mia famiglia mi ha molto aiutato. A mia memoria per esempio ho traslocato 8 volte. Ma la mia famiglia d’origine non è una di quelle famiglie costrette a cambiare città per ragioni di lavoro, o cose simili, semplicemente ogni tanto, e per ragioni a volte misteriose, cambiava casa (restano per altro sempre nella stessa città…a volte nello stesso palazzo!). Resta indelebile nell’epica familiare la volta che io, quasi quindicenne, tornai dal campo scout e mi presentai da un portiere esterefatto posto a guardia di una casa dalla quale i miei avevano traslocato durante la mia assenza. Non che i miei non me lo avessero detto, solo che io in quel tempo, nonostante la coabitazione, vivevo in un mondo mio e loro avevano sbagliato l’orario in cui venirmi a prendere al pulman.

La mia casa attuale è quella che abito da più tempo, quella che è una cosa sola con la famiglia da me creata, con la donna che mi sta accanto.

Amo questa casa profondamente eppure niente vale per me quanto la tenda piantata in un prato alla fine di una lunga camminata. Quel luogo, pochi minuti prima a me estraneo, una volta presa l’acqua, montata la tenda, acceso il fuoco, diviene, più di ogni altro, la mia abitazione nel tempo.

Sono un viandante e abito il tempo. Mia moglie è una bravissima cuoca e ci propone in continuazione manicaretti gustosissimi eppure non c’è niente che sazi di più la mia fame dell’asparago selvatico staccato dalla pianta spinosa che mi graffia le mani, più dell’arancia stramatura spiccata dall’albero della casa abbandonata li dove le Gole del Cataolo finiscono, del budino fatto nel pentolino di alluminio e lasciato a raffreddarsi e rapprendere dentro una fossa piena di neve con il Monte Rosa che si intravede fra i primi brandelli della notte.

Sono un viandante e abito il tempo. La mia casa è dotata di una biblioteca abbastanza nutrita e nell’ultimo periodo mi sono anche dotato di uno di questi supporti per la lettura elettronica che mi consente di portarmi in giro centinaia di volumi in uno spazio minuscolo. Ma io preferisco abitare il tempo e adoro partire senza nessun libro. Mi piace comprarne uno magari all’edicola dell’aeroporto, oppure cercare uno nel B&B nel quale risiederò, oppure trafugarlo (a volte letteralmente) dalla libreria dell’amico che mi ospita e cominciare una corsa con il tempo per poterlo finire prima di lasciare quel luogo.

Sono un viandante e abito il tempo. Il mio letto è comodo, e così è stato per tutti quelli che lo hanno preceduto nelle altre case in cui ho vissuto. Eppure non è su questi letti che ho dormito i miei sonni migliori. Quelli che non dimenticherò mia sono i sonni rubati ai divani di case sconosciute, quelli strappati ai sedili dei treni come quella volta che a 17 anni tornai con i miei compagni dalle zone terremotate dell’Irpinia e per l’aiuto che avevamo dato ci avevano ragalato dei sacchi a pelo cecoslovacchi che si aprivano completamente e noi sul treno del ritorno avevamo trasformato lo scompartimento in un enoerme letto e avevamo unito tutti i sacchi a pelo assieme facendone una coperta altrettanto grande. Ma i miei sonni migliori sono stati quelli che il tempo e la natura mi hanno concesso. Quel sonno perfetto ed indimenticabile coperto dalle foglie in quel bosco inglese, la notte passata a fare la guardia ai primi 1000 alberi da piantare in Tanzania stretto fra quei due muri di fango con un telo sulla testa a proteggermi dalla guazza, quel riposo ristoratore sotto i lecci e i pini d’Aleppo del Gibele abbracciato stretto stretto a Veronica.

Sono un viandante e per questo più di tutti amo preparare lo zaino che mi servirà per affrontare il cammino. Vorrei ricominciare a farlo con assiduità. Spero che ci saranno persone care che vorranno condividere con me questa mia abitazione davvero spartana, quasi priva di ogni confort, non sempre facile da vivere ma che dimora nel luogo più incredibile che si possa immaginare: il tempo.

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10 pensieri su “Viandante

  1. La modernità fabbrica megalopoli tutte simili, non c’è dubbio, ma non riesce a sopprimere le geografie, come non riesce a sopprimere l’essere che dimora in noi, inseparabile.
    E tu, viandante del tempo, sei munito di un bagaglio speciale : un’innocenza efficace.,

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