Sono nel bosco di Shortenills a Chalfont St Giles. E’ appena primavera. I faggi sulla mia testa timidamente espongono le gemme verdi e polverose. Siamo partiti all’alba. John Muir avrebbe fatto così. Jon ci ha guidato tutta la mattina dentro il bosco facendo finta che siamo noi a scegliere casualmente il percorso. Lui conosce il posto e sa seguire il sole.

Poco fa ci siamo seduti in una radura, in cerchio. Jon ha tirato fuori alcune arance e ci ha fatto notare quanto assomigliassero al sole che a quel punto splendeva in alto sulle nostre teste. Mentre mangiavo uno spicchio ho potuto sentire veramente l’energia del sole che mi scorreva dentro. 

Adesso è tempo di riposare. Ognuno ha scelto un angolo del bosco. Sarà il suo angolo magico. Ho trovato un piccolo incavo nel terreno, fra una roccia e il tronco di un faggio caduto chissà quando. E’ una culla comoda e mi ricorda un’altra fatta con grandi pezzi di sughero in un bosco siciliano tanti anni fa. La mia culla è piena di foglie, sono asciutte, non piove da un po’.

Mi distendo e mi copro completamente con quella coltre di foglie. Ho dormito poco stanotte e prendo sonno in fretta. Ma è un sonno leggero come leggere sono le foglie che mi ricoprono. Sento tutto.

Sento il profumo intenso delle foglie, odore di funghi, di umidità, di terra. Solo il mio volto resta scoperto. Su di esso passa leggero il vento e si posa il sole ritagliato dentro la ragnatela  d’ombra dei rami.

Ho ancora in bocca il sapore dell’arancia. Le foglie mi proteggono dal freddo del bosco e della terra. I miei piedi sono caldi, così le mani. Posso percepire ogni singola foglia che si posa sul mio corpo, anche se sono vestito, anche se sono così leggere, io posso.

Sono immerso nel canto del bosco. Uccelli di cui non mi interessa conoscere il nome cantano attorno a me. Insetti si allontanano e si avvicinano. Il vento impasta tutto in una sinfonia di suoni che convergono in un unico: mi sembra di sentire la voce dell’universo.

Tutto si fonde. I miei sensi aperti al mondo come finestre trasparenti fanno convergere tutto verso il mio cervello all’interno del quale tutto si fonde.

Ma adesso non sono in quel luogo.

Non c’è il bosco.

Jon è nella sua “contrada”, lontano da troppo tempo.

Non ci sono le foglie secche del faggio.

Non sono disteso.

Non c’è il vento fresco che viene dalla Valle di Colne.

Non posso sentire gli uccelli cantare.

Non ci sono insetti.

Non ho mangiato arance stamattina.

Non sento il profumo dei funghi e della terra bagnata.

Sono seduto in macchina, accanto a me mia moglie guida. Dietro i bambini chiacchierano.

Il sole appena fuori dalla galleria mi carezza il viso, lo stesso sole di Shortenills. Il Piccolo sommessamente lo saluta.

Questo per oggi basta. 

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16 pensieri su “Dissezionare la percezione

          1. Trovo straordinario il tuo metterti in gioco con tanta semplicità in un reale ( e non parlo solo del virtuale ) dove c’è millanteria e maschere.
            E mi piace la tessitura della narrazione

            Mi piace

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