C’è un racconto di Michele Serra che amo più degli altri. Si intitola “Walter” ed appartiene alla raccolta “Il nuovo che avanza“.

Il racconto ha tanti ingredienti che me lo rendono così caro. L’essere dedicato a Walter Bonatti (come dichiara il titolo stesso) che è stato uno dei miei miti giovanili. Il trattare il tema della pazzia. Il contrapporre al disagio mentale provocato dai (non) valori espressi dall’ambiente urbano, una possibile via di salvezza (di fuga direbbe qualcuno)  che passa soltanto attraverso il riappropiarsi di una dimensione naturale dell’esistere e del vivere. 

Ma il tema centrale del racconto (e anche qui mi do all’interpretazione di cose non scritte da me…Michele Serra probabilmente direbbe che non ho capito niente di quello che voleva dire) mi sembra essere quello della molteplicità delle cose e delle scelte.

La natura è molteplice nelle sue sfaccettature, nelle sue creature, ma tutto, in essa, è riconducibile per alcuni ad un grande disegno oltre il quale riconoscono la mano e il pensiero della divinità, per altri ad una “casualità ordinata” (gli ossimori si sprecano) almeno dal tentativo della natura di contrastare la morte, il caos, l’entropia (e alcuni a questa forza danno il nome di “vita”).

Anche l’uomo è produttore di molteplicità.  A fronte però di molteplici “atti creativi” tutti riconducibili nel solco del “agire naturale” (le creazione artistiche, quelle filosofiche, la ricerca scientifica, l’artigianato, ecc.) ce ne sono altri che potremmo meglio definire come “atti produttivi” (a volte correlati o perlomeno derivati dai precedenti) e che hanno soprattutto a che fare con fatti “commerciali”.

Entrambi gli atti creativi contribuiscono a produrre la molteplicità all’interno della quale siamo immersi (se volessimo “georeferenziarli” direi che il primo insiste soprattutto sull’ambiente naturale del nostro pianeta e il secondo soprattutto su quello che l’uomo ha scelto come “ambiente umano”: la città) e di conseguenza una possibile molteplicità delle scelte.

Il protagonista del racconto di Michele Serra si dibatte, e addirittura si ammala, nell’impossibilità di scegliere fra l’infinità di prodotti che ogni giorno e in vario modo il mercato ci propone.

E’ memorabile la scena in cui egli distrugge un espositore di un centro commerciale interamente destinato ai dentifrici. Chiede, pretende che qualcuno gli spieghi quale fra tutti quelli è il dentifricio giusto, quale è il migliore e quale quello “falso” perché non può accettare che per una cosa che dovrebbe essere solo “utile” lui è costretto a dovere utilizzare un “pezzo del suo gusto”, mentre altri, che potrebbero fare cose più sensate nella loro vita, spendono tempo e risorse nel farglielo apparire più “bello”, più “desiderabile”, più “giusto” (i pubblicitari, le case produttrici, ecc.).

Il personaggio di Michele Serra centra la questione ma volutamente confonde i piani. Solo le scelte “naturali” meritano il sacrificio di un pezzo del nostro gusto e non prevedono il possesso (scegliere la persona che amo, scegliere quale fra tutti i fiori ha il profumo che preferisco, scegliere quale frutto preferisco mangiare fra quelli da me coltivati, ecc.).

Il resto, quelle che riguardano gli “atti produttivi” dell’uomo che abbiamo definito “commerciali”, dovrebbero essere solo scelte “funzionali”. La scelta dell’abito che mi tiene più caldo o che mi sta più comodo, la scelta del cibo che mi nutre meglio o che è più “naturale”, la scelta dell’oggetto che è conforme ad un bisogno reale.

Da sempre condivido questo punto di vista. Ho trovato sulla mia strada molte persone che lo avversavano (i sostenitori per esempio della “Moda italiana” in quanto forma artistica). E in tutto questo tempo mi sono sempre chiesto se il nostro cervello (che ci piaccia o no frutto soprattutto di 300.000 anni di evoluzione in ambiente naturale e solo in minima parte di 500 anni di evoluzione in ambiente urbano) non fosse stato capace di produrre una specie di anticorpo, una qualche “strategia di sopravvivenza” che gli permettesse di ottimizzare le proprie risorse riuscendo a distinguere fra le scelte che meritano attenzione e quelle che possono essere derubricate ad “ordinaria amministrazione”.

Oggi ho ricevuto la bella notizia. Il Massachussets Institute of Technology ha pubblicato uno studio che confermerebbe la mia speranza. In realtà sembrerebbe che il nostro cervello sia in grado distinguere le scelte importanti da quelle poco significative e nel caso in cui sia chiamato ad esprimersi rispetto alle seconde, sembra che inserisca una specie di “pilota automatico”. La ricerca si è basata soprattutto sulle scelte che si fanno negli acquisti al supermercato e dimostrerebbe appunto che il nostro cervello mette in campo “una strategia d’acquisto molto semplice e flessibile” e che la nostra corteccia cerebrale non ci consenta di perdere più di 23 minuti per operare una scelta (al di la della curiosità che uno ha sempre quando in queste ricerche vengono fuori numeri così precisi e per di più dispari…mi viene da pensare che se nel campione ci fossi stato io gli avrei fatto abbassare la media di molto: l’unico uomo al mondo capace di scegliere ed acquistare un frigorifero in 11 secondi netti!).  

Si vede che il nostro cervello è ancora “di questo pianeta”. E io mi sento più tranquillo sapendo che il mio gusto è stato “speso con dovuta proprietà” nel momento in cui so con chiarezza che fra tutti i profumi preferisco quello del fiore del nespolo mentre sul dentifricio non credo che mai mi interesserà prendere una decisione. 

5 pensieri su “Walter

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