“Saper leggere il libro del mondo con parole cangianti e nessuna scrittura” scrive Fabrizio De André in Khorakhané. Non dovrebbe essere il nostro compito? Volare un po’ più in alto della pena del giorno e provare ad interpretare il linguaggio dell’universo e, lì dove si posa, il dialetto. Fra lo zero assoluto e la temperatura di Plank, ma così vicini al primo, succede un fatto straordinario, in un universo che dal momento in cui esiste, un secondo dopo il Big bang, non fa altro che scivolare verso il disordine, lungo la china entropica, arriva una cosa assurda ed improbabile come la vita. Tutto ambisce ad un disordine senza futuro e lei invece no, senza alcuna possibilità di successo, lei prova ad invertire il verso, cerca di andare in direzione opposta. Disordinatamente gli uomini, coloro ai quali l’universo attribuisce il compito della sua stessa narrazione, in maniera un po’ più ordinata gli animali, assai più disciplinate le piante. Tutti comunque a tentare ciò che la termodinamica non consente, quello che una divinità caotica non permette, ciò che è contrario alle leggi di questo angolo di universo: risalire la china entropica, anche solo per un poco.

In questo lasso termico così risicato, in questo frammento a forma di pianeta c’è un fenomeno che più di tutti amo, e che più di ogni altro, secondo me, rappresenta, in forma associata, questo tentativo di andare contro quella corrente che porta, spietata, al nulla cosmico: queste sono le dune.

Su questo nostro pianeta accade un fatto incredibile, qualche cosa che va ben oltre il miracolo. Le piante in associazione con alcuni cicli, che del pianeta vivente costituiscono la disciplina, decidono di invertire il senso. Alla supremazia distruttiva del mare, alla connivenza del vento con l’entropia, contrappongono un fare corpuscolare che senza speranza alcuna propone un alternativa al caos: l’avanzare della terra. Il vento e il mare corrodono, erodono, spingono al disordine, le dune si oppongono, avanzano, al vuoto rispondono con il pieno, al nulla con il futuro.

Perché non esistono santuari dove si contemplano le dune? Perché non esistono cerimonie dove, fra canti sublimi e profumi di incenso, uomini coperti da sacri paramenti celebrano il miracolo delle dune? Perché non ci sono sacerdoti che durante le loro omelie paragonano il messaggio di Cristo alla creazione di una duna, entrambi tesi a proporre una buona novella che per la prima volta nella storia di questo universo racconta di qualcuno o qualcosa che propone una storia nuova: non più soltanto morte, troppo facile da dare, ma vita da contrapporre ad essa. E infine, perché nessuno immagina un “angelo delle dune” un essere alato che ci sussurri all’orecchio un canto di speranza dove semi, sabbia e vento si uniscono, una poesia (mi perdoni De André) che reciti: “La duna oggi ci ha insegnato,

In quell’ora di magia,

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