Il tempo conosce il tempo, ed anche la natura lo conosce. Le prime foglie cadono nelle ore che precedono l’equinozio. Per le 15,30 di oggi vogliono già essere segno per un’umanità distratta.
Felici per il solstizio d’estate che non è altro che il trampolino con il quale ci tuffiamo verso la notte boreale. Inquieti sul confine della rinascita celeste durante quel solstizio d’inverno che in pochi oramai celebrano per quello che è: il sole che smette di immergersi ogni giorno di più, ogni giorno più presto, oltre quell’orizzonte di cui non riconosciamo il confine.
Scambiamo la morte per rinascita, la rinascita per morte. E il tempo ci è nemico e la sua lettura è sempre alterata dal pensarci vecchi di 50, 60 o 70 anni e mai antichi di 10 miliardi e 50, 60, 70 anni.
E quando ci troviamo sull’orlo dell’autunno siamo colti da una sensazione ancestrale: “perché l’autunno è così triste…perché l’autunno genera in me tanta nostalgia…perché?”. Lontani dalla matrice, sconnessi dal flusso nel quale siamo stati immersi da almeno 300.000 anni e che siamo stati capaci di dimenticare in soli due secoli di inurbamento, non comprendiamo neanche, e soprattutto, il senso di questo evento solstiziale che urla in silenzio, che ci dice che nella discesa cosmica intrapresa con il solstizio d’estate fino ad oggi avevamo la consolazione di giorni un po’ più lunghi delle notti ma che da oggi questo rapporto si inverte. Che ci dice che da domani, nella disperazione primitiva che coglie colui che percepisce un sole sempre più debole senza più nemmeno la certezza che domani ricomparirà sull’orizzonte, rischiamo di entrare a fare parte della schiera crepuscolare del “popolo dell’autunno”. Che ci dice che è facile e perfino consolante ritornare nei campi con le bestie selvagge, ritornare nell’acqua con il barracuda, riprendere in mano la zampa calda del gorilla. Che ci impone un giogo oppressi dal quale sarà difficile ricordare quella notte di migliaia di anni fa nella quale ci siamo svegliati in una grotta e mentre dormivano abbiamo guardato la nostra compagna, i nostri figli e abbiamo capito che un giorno sarebbero scomparsi per sempre. Quella notte in cui per la prima volta ci siamo resi conto di essere umani e abbiamo pianto.
Sarà arduo, soprattutto in questo tempo così difficile ed incerto, mantenere vivo questo ricordo durante la sera autunnale e la notte invernale ma se ci riusciremo, nutrendo dentro di noi la pietà e la misericordia, di sicuro saremo ancora capaci domani di “risparmiare gli altri per i benefici più complessi e più misteriosi dell’amore”.
(Foto di Zaccheo Picciotto)

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