C’è di buono il monte,

c’è di buono la fonte che comincia il fiume.

C’è di buono il lume messo dietro la finestra,

la minestra calda che mia madre prepara per mio figlio.

 

C’è di buono il profumo del tiglio in fiore nelle sere di maggio,

il raggio dell’astro alla fine della galleria,

l’acrobazia del Piccolo che si chiude sempre con la caduta,

gli odori della ruta e del giaggiolo che si mischiano sui campi d’inverno.

 

C’è di buono l’eterno incedere degli animali a tracciare i sentieri,

alcune immagini di ieri che ancora non muoiono nel ricordo,

il rumore sordo del tuono che prepara il cuore alla pioggia,

la roggia colma che invade i nespoleti della mia infanzia.

 

C’è di buono l’ansia che ancora non mi lascia di rivederti alla sera,

la sfera lunare che riempie ancora il cielo al mattino,

il mio vicino che viene se gli chiedo aiuto,

quel minuto di silenzio che precede il buon giorno al sole degli uccelli.

 

C’è di buono gli occhi belli e fedeli del Grande,

le brande col cartone in quella stanza al villaggio,

il viaggio in aereo con il cibo che mi sembra sempre perfetto,

l’effetto che mi fa la voce di Vincenzo che vorrei non tacesse mai.

 

C’è di buono quello che fai senza lesinare tempo e fatica,

c’è di buono la bica di restoppie e grano dietro la casa sulla collina,

la mattina che spazza via i cattivi pensieri,

i sentieri inerbiti che corrono piani fra infuocati faggi.

 

C’è di buono i raggi che mi scaldano le mani appena uscito dalla tenda,

la benda sugli occhi e tu che mi conduci per mano,

il lontano abbaiare di un cane portato dalla brezza,

la stanchezza polita dopo una giornata di cammino.

 

C’è di buono il camino che brucia il ciocco,

lo schiocco del sole sul tratturo da cui emerge della liquirizia la radice,

Bice che torna in sogno per dirmi ancora di scrivere,

il vivere leggero e vero di alcune persone.

 

C’è di buono la compassione delle mie sorelle,

le stelle lontane a formare la sagoma di Orione,

il torrione del caricatore dove l’Imera incontra il mare,

le rare notti in cui dormo dimentico d’ogni male.

 

C’è di buono il maestrale quando spazza il cielo d’agosto,

quel posto che solo tu conosci del nostro qui e adesso,

il nesso che ogni tanto colgo fra il racconto e la vita,

le dita del Piccolo che mi stringono la mano.

 

C’è di buono quando la chiamo e mi risponde,

le sponde fra le quali il fiume scorre lieve,

la neve che oggi traccia il confine della mia bioregione,

la ragione di chi non ha scarpe che trova cittadinanza nel porto aperto.

 

C’è di buono il deserto che il silenzio mi regala,

la gala delle mie api tutte coperte del polline della zagara,

la gara a chi arriva primo con i bambini alla quale ancora mi presto,

il resto di questo giorno che si inoltra nella sera.

 

C’è di buono la sfera perfetta chiusa nel silenzio di Giancarlo,

il tarlo che ancora oggi buca la mia più certa rotta,

la grotta della quale Giulia è il custode,

e forse c’è di buono quest’ode che grato canto nell’anno che lentamente muore.

Un pensiero su “Quel che c’è di buono

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