Sentivamo già da giorni che potesse accadere da un momento all’altro. E stamattina quello che temevamo si è avverato.

Si sa, due galli in un pollaio sono una “proverbiale” stupidagine, eppure i nostri due non erano stati un grosso problema se non per le galline costrette a sopportare attenzioni doppie.

Poi nelle ultime settimane il gallo anziano ha cominciato a perdere la sua supremazia. E mentre, quando era lui il capo, considerava il gallo giovane uno della famiglia, appena il giovane ha assunto il ruolo del capo ha cominciato scientificamente a costringere l’anziano dentro il pollaio senza dargli neanche la possibilità di nutrirsi.

Nessuna compassione, nessuna pietà. Abbiamo provato nei giorni scorsi a trovare un nuovo proprietario per il vecchio gallo, abbiamo anche pensato di liberarlo nel “bosco dei cento acri”. Non abbiamo fatto in tempo. Stamattina lo ho trovato stecchito dietro il pollaio e così anche lui, alla fine, si è ricongiunto con i suoi avi che giacciono all’interno della cripta/cisterna abbandonata a pochi passi da casa nostra.

Mentre facevo probabilmente l’ultima gara con la pioggia della stagione mi chiedevo: “dove sta la differenza? Quale è o può essere il confine in questo fra l’animale e l’uomo?”.

Ho pensato a quello che Ray Bradbury scrive da qualche parte (credo ne “Il Popolo dell’Autunno”). Lui dice che il salto verso i sentimenti, verso le emozioni l’uomo lo fa nel momento in cui assume consapevolezza del fatto che lui, e coloro che lo circondano, sono mortali.

Immagina l’uomo delle caverne che, in una notte di tempesta, raccolto con la famiglia attorno al fuoco, mentre ascolta il respiro della sua compagna e dei suoi figli che dormono, improvvissamente si rende conto della sua fragilità, che il cuore che sente battere dentro di se da un momento all’altro potrebbe smettere di farlo, che quegli esseri che lo circondano, domani, per una ragione qualunque magari stupida, potrebbero non esserci più.

Ray Bradbury immagina anche che l’uomo è in quel momento che impara a piangere. Non che la lacrimazione non fosse già fra le sue possibilità fisiologiche, ma fino a quel momento si trattava solo di un atto funzionale a ripulire l’occhio da corpi estranei. E’ in quel momento che da funzione diviene emozione.

Il giorno dopo quell’uomo tratterà un po’ meglio la compagna, guarderà i figli con maggiore comprensione. Il giorno dopo quell’essere è venuto fuori dalla sua condizione animale per entrare nel tempo dell’uomo.

Se è solo questa consapevolezza che ci permette di fare questo passaggio allora la creazione e l’utilizzo di strumenti, funzionali ad uno scopo, si apre dapprima all’artigianato per poi approdare addirittura all’arte, dove la funzione è completamente perduta e resta solo elevazione ed ispirazione.

La riproduzione si trasforma dapprima in sesso e poi trascende addirittura nell’amore, in esso si trasfigura in questo “sviluppo” che è l’unico che l’uomo dovrebbe veramente traguardare.

La relazione con l’altro smette di essere funzionale quando per l’altro, attraverso la nostra stessa sofferenza, riusciamo a provare compassione e riusciamo a  comunicarla attraverso un atto sublime e smisurato che è il pianto.

Non possiamo fare a meno di utilizzare strumenti per procuraci ciò di cui abbiamo bisogno, la non soddisfazione del nostro bisogno sessuale (non a caso considerato fra i bisogni primari) ci produce frustrazione, non possiamo non lacrimare se qualche cosa va nel nostro occhio. Ma quanti di noi sono disposti a farsi ispirare dall’arte? Quanti disposti a lasciarsi veramente contaminare dall’amore? Quanti non hanno mai pianto o si vergognano di farlo?

In questo giorno che ci regala forse una delle ultime piogge della stagione e che coincide con questa celebrazione sicuramente molto “usata” ma, mi chiedo, fino a che punto sentita, mi piace enfatizzare due cose.

La prima è che al piangere corrisponda l’emissione d’acqua, e questo mi sembra il tributo più bello che si possa pagare su questo nostro pianeta, per come è e per come funziona, ad un altro essere.

La seconda è che a piangere dicono che siano soprattutto le donne. E questo mi sembra che oggi non abbia bisogno di alcun commento.

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11 pensieri su “Fra il lacrimare e il piangere

  1. Non so dove tu riesca a trovare tutta questa ispirazione, ma so che riesce sempre a far riflettere.
    Di questo ti ringrazio.
    In ogni caso conosco anche uomini che sanno piangere e sono quelli che amo di più.
    Ti lascio questo pensiero sul pianto :

    Non piangere quando tramonta il sole, le lacrime ti impedirebbero di vedere le stelle.
    – Rabindranath Tagore

    Buona giornata.

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  2. Non per niente l’uomo che più ammiro al mondo era uno che sapeva piangere. E questo “lato femminile”, scambiato spesso per sentimentalismo, lo rendeva ai miei occhi uno degli uomini più sexy della Terra, presumo in quanto “essere umano completo”, semplicemente.

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  3. Insisto, sapersi commuovere ed emozionare è sexy! 😀 Quasi quanto saper ridere. Significa superare la paura di mostrare le parti più profonde, Cosa c’è di più bello? Pare che alcuni animali piangano lacrime di emozione, quasi sicuramente alcune scimmie, e comunque il dolore per la morte lo avvertono, fino a mostrare i sintomi della depressione, mentre è quasi certo che non ridano, anche se provano gioia (benché alcuni siano molto espressivi e manifestino anche la gioia. Koko, la femmina di gorilla famosa per aver imparato la lingua dei segni, è l’esempio più noto di questa capacità di provare emozioni anche profonde ed esprimerle non solo fisicamente). Ma una persona che sa lasciarsi andare e accogliere tutte le emozioni senza scappare… beh… 🙂

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  4. Splendido articolo. Mi piace moltissimo la tua capacità di guardare quello che ti capita intorno e collegarlo con intelligenza e sensibilità a meccaniche molto più complesse e metafisiche… Sei un tipo davvero in gamba.

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    1. Che bel complimento. Ti ringrazio veramente di cuore. Effettivamente credo che nella mia testa ogni tanto accadano dei cortocicuiti che pongono in relazione cose apparentemente semplici con cose estremamente complesse. Credo che questo accada da quando sono in condizioni di avere ricordi di me stesso.

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