Anch’io sono una stella. Ognuno di noi lo è. Minuscoli incroci sul ciclo dell’acqua.

Partecipi inconsapevoli. Lettori solo di caratteri grandi e in grassetto. Incapaci di interpretare le minuscole lettere che descrivono il nostro essere in relazione.

Il nostro sudore evapora, la nostra pelle traspira da tutti i pori, evapora l’umore dei nostri occhi, facciamo pipì in grandi quantità, attraverso le nostre feci restituiamo liquidi, starnutiamo e minuscole particelle di saliva e di muco contribuiscono al bilancio idrico del pianeta. A volte poi piangiamo e allora addirittura irrighiamo il mondo, e le nostre anime.

Stelle che emettono, stelle come le faville che sui bastoncini di metallo si perdono in tutte le direzioni la notte di capodanno.

Ma anche stelle che ricevono. Forse l’unico momento in cui riusciamo ad essere maggiormente consapevoli del nostro esistere nel ciclo è quando beviamo.

Avevo camminato per tre giorni, attorno al bosco avevo camminato. Mi ero mosso sul suo confine con un vecchio zaino che mi distruggeva la schiena. Avevo forse 13 anni. Nelle ultime 24 ore non avevo bevuto una goccia d’acqua. Nelle ultime 24 ore non avevo pensato ad altro che all’acqua. Sapevo cosa facevo, conoscevo il mio obiettivo. La meta era la base scout dove c’era una sorgente di acqua ferruginosa, che quasi nessuno beveva con piacere. La gustai nella mia mente, minuto per minuto, per 1440 minuti, per 86400 secondi. E quando finalmente arrivai non mi lanciai alla cisterna per bere. Dentro di me avevo immaginato ogni gesto e adesso il rito andava compiuto. Poggiai lo zaino per terra, mi tolsi gli scarponi, andai a piedi nudi fino alla cisterna e li riempii la mia borraccia. Poi tornai indietro e mi distesi per terra, sull’erba, con la schiena poggiata allo zaino. Solo allora bevvi. Quando, adesso, dopo 40 anni, voglio pensare al senso dell’acqua penso a quel pomeriggio alla Massariotta con l’acqua che sapeva di ferro che mi scendeva nella gola.

Camminavamo già da 5 giorni sull’appennino tosco emiliano. Avevamo calcolato male i tempi della quinta tappa. Arrivammo li dove avrebbe dovuto esserci l’acqua che era sera tarda. Ci eravamo anche fidati troppo della cartina topografica, li dove era segnata una sorgente trovammo poco più che fango venire fuori da una frattura nella roccia. Ero al limite delle mie forze e oltre a non avere fatto i conti con il ciclo dell’acqua non avevo fatto nemmeno i conti con il flusso dell’energia. Spesi le mie ultime risorse a sistemare quel rivolo, creare una base di roccia pulita, eliminare i detriti, ripulire dalle erbacce. In poco tempo quella fanghiglia divento una sorgente esigua ma vitale, una garanzia di vita per il tempo che avremmo trascorso li. Tre minuti dopo avere completato l’opera mi spegnevo letteralmente. Non era mai capitato in vita mia e non sarebbe mai più capitato. Un attacco ipoglicemico che mi diede la sensazione che qualcuno avesse staccato la mia presa di corrente e io mi afflosciai a terra anche se la mia mente mantenne lucidità. Anime buone alternarono nella mia bocca cucchiaiate di riso con i piselli liofilizzato e sorsi d’acqua. Così come se ne era andata sentii l’energia che ritornava dentro di me.

Remavo lentamente dentro quella cattedrale. Il fiato sospeso, il cuore grato, l’anima tenuta ad un filo. Remavo con il mio canotto da speleo dentro il Bue Marino, nelle viscere della Terra, nelle viscere della terra che parla il linguaggio planetario che meglio di tutti comprendo e che più amo, il linguaggio della Sardegna. Remavo come sospeso in aria, come se in realtà volassi e le mie ali erano i remi. Tale era la trasparenza dell’acqua sulla quale mi muovevo. E ad un tratto ebbi sete. Lasciai il remo e mi volsi verso il mio compagno per chiedergli di prendere dalla mia sacca la borraccia. Poi mi fermai. Come potevo essere così stupido, così inconsapevole, così presuntuoso? Cercavo acqua portata da chissà dove? Avevo di me una stima così alta? Mi percepivo addirittura messaggero, “trasportatore”, mentre in realtà ero io ad essere trasportato, ero io immerso nel messaggio? Allora feci quello che dovevo fare, feci quello che avrei voluto sempre fare, feci quello che desidererò fare ancora e ancora fino a quando vivrò. Misi la testa fuori dal bordo del canotto e bevvi di quel cristallo, bevvi di quel significato liquido, bevvi l’acqua li dove si trovava fino a quando la mia sete fu placata.

Anch’io sono una stella. Ognuno di noi lo è. Minuscoli incroci sul ciclo dell’acqua.

 

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