L’ultima coltre di nubi

L’ultima coltre di nubi

L’ultima coltre di nubi
si adagia sul monte.
Oltre, con lo sguardo e il cuore,
non so andare.
Non so se la pioggia
tornerà ancora
o sarà solo il sole
a calcinare la terra.
Non so se primavera,
valicato l’arco dell’orizzonte,
giunge
o soltanto un altro inverno
mi aspetta al varco.

L’orto è un quaderno nuovo

L’orto è un quaderno nuovo

L’orto appena zappato
è bello come un quaderno nuovo
e come quello,
prima di tutto,
ci metti sopra il tuo nome.
Non per proprietà,
ché tanto lo sai
che nessuno dei due ti appartiene,
ma perché, fra le righe e i solchi,
ci pianterai le tue idee
in questa primavera incerta.
Tutto sarà ordinato e perfetto
solo nei primi giorni
poi arriveranno le cancellature,
le pagine strappate
e le erbacce a soffocare i pomodori.
Lo rivedrai alla fine della stagione,
la copertina sgualcita dal vento
e le zucche ad invadere i filari,
e saprai che li c’è tutto quello
che resta di un’estate.
Lo conserverai con cura
nello scaffale dove conservi
i ricordi migliori.

Sodali

Sodali

Raccolto, in ascolto,
inchiodato nel legno
di una croce e di un segno
che mi tolgon la voce.
Mentre un tempo veloce
di miracoli e d’ali
mi si schiude davanti,
a me sono sodali,
a me sono compagni,
solo i tanti che ho perso.

Degli stagni del cuore
scampo al gioco perverso,
il lamento ed il pianto
lascio scorrere accanto,
e del canto del mondo
mi delizio e circondo,
degli strali luce,
della gemma sul ramo.
E mi sono sodali
tutti quelli che amo.

Il prezzo di questa primavera

Il prezzo di questa primavera

L’ho pagata in anticipo,
un impegno di vita,
giorni lunghi slabbrati
e fatica infinita.

L’ho pagata nelle ore
che preludono al giorno,
in quelle albe dolenti
che si chiudono attorno.

(Sette volte tornato
a vedere le stelle,
sette volte partito
come metà l’inferno).

E quel prezzo impagabile
di molecole e pianto,
nel disprezzo del tempo,
nel silenzio del Santo,

l’ho pagato in eterno,
dal mattino alla sera:
mi è costata un inverno
questa mia primavera.

Albero mio, figlio mio

Albero mio, figlio mio

Il mio albicocco smania per fiorire. Stamani gli ho fatto visita e ognuna delle sue gemme è già pronta. Non sa delle gelate di marzo che certamente arriveranno. Non sa che dovrebbe aspettare ancora un poco prima di andare incontro alla sua primavera. Per lui scrive la poesia che segue.

Albero mio, figlio mio

E’ presto, aspetta,

non avere fretta per favore

ché stretta ancora è la porta

che conduce alla stagione nuova.

L’odore che giunge dai monti

racconti narra di fango

e sorgenti torbide.

Ride la cornacchia

e oltre il fosso

zampetta ancora il pettirosso.

E’ presto, aspetta

che ogni segmento

che collima stelle

si congiunga in una retta

per il vento tiepido

strada nuova fra le crune dei monti.

E’ presto, aspetta

ancora pochi istanti

ché le tue gemme diamanti

non debbano temere

il gelo certo

di un marzo spietato.

E’ presto, aspetta,

come io ti ho aspettato,

ché al tuo tronco giovane

possa aggrapparmi

un giorno in più,

un giorno prima

dell’inevitabile oblio:

albero mio, figlio mio.

Lasciagli credere che sia stato il vento

Lasciagli credere che sia stato il vento

Il Piccolo mi fa impazzire. Per tante ragioni in realtà ma ce ne è una che le supera tutte. C’è una parte del giardino nella quale lui e suo fratello amano giocare. Questa zona è separata tramite una ringhiera da quel grande “territorio di nessuno” che da sempre chiamiamo “bosco dei cento acri”. La ringhiera è il confine che viene continuamente attraversato da oggetti destinati a scomparire in questo enorme buco nero. Palloni e palloncini “arroccati” più o meno per ragioni naturali, giocattoli vari che per motivi inspiegabili finiscono dall’altra parte, innumerevoli dardi, proiettili, frecce e freccette di armi quasi sempre improprie, oggetti di ogni tipo che i due si lanciano durante le innumerevoli lotte e battaglie, altri che oltrepassano il confine per un’innata attitudine al lancio del Piccolo soprattutto quando qualche cosa non va per il verso giusto (giusto per lui naturalmente). Continua a leggere “Lasciagli credere che sia stato il vento”

Lei mi guarda

Lei mi guarda

Accade una volta l’anno, di questi tempi. Io sono la sotto, con la schiena piegata e so che lei da sopra mi sta guardando. Prendo tempo, faccio di tutto per non sollevare lo sguardo, ancora qualche piantina immersa nel terreno, un irrigatore da ripulire. Prendo tempo. Ma poi, un po’ perché schiena e ginocchia lo chiedono con forza, un po’ perché io lo voglio, sollevo lo sguardo e lei è li in tutto il suo splendore. La primavera mi guarda e allora anche io la guardo. In questo tempo dell’anno io ho la sensazione di lavorare con lei, di lavorare per lei, di contribuire al suo piano anarchico. Continua a leggere “Lei mi guarda”