In questi giorni abbiamo tanto letto a proposito della vendita da parte di Alessandro Quasimodo della medaglia del Nobel del padre. Ho trovato come sempre poca chiarezza negli articoli che ho letto, poca chiarezza che ho attribuito alla poca conoscenza della storia familiare del poeta oppure al fatto che non la si volesse raccontare tutta.

Per me che invece ho avuto modo di conoscere la persona in questione durante una infelicissima esperienza risalente a diversi anni fa (nel tentativo disperato di creare un vero Parco letterario intestato alla memoria di Salvatore Quasimodo nell’ambito dei progetti finanziati dalla Fondazione Ippolito Nievo) il punto di vista era abbastanza privilegiato e ho avuto solo da stupirmi del fatto che ancora questa memoria del padre non fosse stata venduta. E visto che di padri stiamo parlando, nella speranza che anch’io un giorno sia capace di dire una parola che abbia senso sul mio (che comunque assomigliava di più a quello di Camillo Sbarbaro), vi propongo un confronto fra due voci (due poesie) che descrivono due padri molto diversi fra loro ma nei confronti dei quali i figli che li “raccontano” testimoniano di un rispetto “unico” e decisamente differente da quello mostrato da altri figli in altri tempi.

Padre, se anche tu non fossi…

Padre, se anche tu non fossi il mio

Padre se anche fossi a me un estraneo,

per te stesso egualmente t’amerei.

Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno

Che la prima viola sull’opposto

Muro scopristi dalla tua finestra

E ce ne desti la novella allegro.

Poi la scala di legno tolta in spalla

Di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.

Noi piccoli stavamo alla finestra.

 

E di quell’altra volta mi ricordo

Che la sorella mia piccola ancora

Per la casa inseguivi minacciando

(la caparbia aveva fatto non so che).

Ma raggiuntala che strillava forte

Dalla paura ti mancava il cuore:

ché avevi visto te inseguir la tua

piccola figlia, e tutta spaventata

tu vacillante l’attiravi al petto,

e con carezze dentro le tue braccia

l’avviluppavi come per difenderla

da quel cattivo che eri il tu di prima.

 

Padre, se anche tu non fossi il mio

Padre, se anche fossi a me un estraneo,

fra tutti quanti gli uomini già tanto

pel tuo cuore fanciullo t’amerei.

Camillo Sbarbaro, da Pianissimo

 

AI padre

Dove sull’acque viola
era Messina, tra fili spezzati
e macerie  tu vai lungo binari
e scambi col tuo berretto di gallo
isolano. Il terremoto ribolle
da tre giorni, è dicembre d’uragani
e mare avvelenato. Le nostre notti cadono
nei carri merci e noi bestiame infantile
 contiamo sogni polverosi con i morti
sfondati dai ferri, mordendo mandorle
e mele disseccate a ghirlanda. La scienza
del dolore mise verità e lame nei giochi dei bassopiani di malaria
gialla e terzana gonfia di fango.
La tua pazienza
triste, delicata, ci rubò la paura,
fu lezione di giorni uniti alla morte
tradita, al vilipendio dei ladroni
presi fra i rottami e giustiziati al buio
dalla fucileria degli sbarchi, un conto
di numeri bassi che tornava esatto
concentrico, un bilancio di vita futura.
Il tuo berretto di sole andava su e giù
nel poco spazio che sempre ti hanno dato.
Anche a me misurarono ogni cosa,
e ho portato il tuo nome
un po’ più in là dell’odio e dell’invidia.
Quel rosso sul tuo capo era una mitria,
una corona  con le ali d’aquila.
E ora nell’aquila dei tuoi novant’anni
ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali
di partenza colorati dalla lanterna
notturna, e qui da una ruota
imperfetta del mondo,
su una piena di muri serrati,
lontano dai gelsomini d’Arabia
dove ancora tu sei, per dirti
ciò che non potevo un tempo – difficile affinità
di pensieri – per dirti, e non ci ascoltano solo
cicale del biviere, agavi lentischi,
come il campiere dice al suo padrone:
«Baciamu li mani». Questo, non altro.
Oscuramente forte è la vita.

Salvatore Quasimodo, da La Terra Imparegiabile

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