Narrazione del dolore, narrazione della gioia

Narrazione del dolore, narrazione della gioia

Gabriel Garcia Marquez nel suo “Vivere per raccontarla” ci dice con forza che alla fine “vivere per vivere” non è sufficiente né bastevole, e che è necessario vivere per trasmettere ciò che si è vissuto, raccontare alla fine di un giorno o di un’esistenza, corrispondere con pienezza al nostro compito di esseri relazionali e magnificare il nostro esserlo proprio attraverso la comunicazione, in qualche modo e purché sia, del nostro vissuto.

Troppo spesso però diamo per scontato che il fatto stesso di vivere un’esperienza, un accadimento, una vita intera, porti in se la capacità di raccontare ciò che abbiamo vissuto. E invece non è così e questo soprattutto per due ordini di ragioni. La prima è che non tutti hanno voglia, tempo, capacità di raccontare. Pochi d’altra parte credono che il racconto sia ciò che da un lato io considero caratteristica fondamentale dell’essere umano e dall’altro pratica che da sostanza alla realtà, che rende il vissuto di ognuno di noi duraturo, trasmissibile e, in fin dei conti, vero e reale.

Pochi in sostanza si spingono, direbbe qualcuno, al di la della propria “prima nascita” e quindi oltre il compito di rispondere alla domanda “cosa sei?” per giungere nel territorio complesso e spesso inospitale della propria “seconda nascita” all’interno del quale diventa obbligatorio ed indifferibile rispondere alla domanda “chi sei?”.

Questa è una convinzione reale, radicata, diffusa: il mio compito è quello di vivere e non di raccontare, nel vivere si esaurisce e se anche avessi voglia di raccontare non è ho gli strumenti, non ne sono capace.

Esiste quindi una sorta di resistenza naturale da parte dell’uomo ad aprirsi al racconto personale che in nessun caso deve essere confuso con le nuove forme di racconto personale che servendosi di nuovi linguaggi imperversano oggi sui social (ma che in quest’ottica vanno comunque analizzate e studiate anche solo per derubricarle a forme patologiche di narrazione).

Esiste però anche una difficoltà oggettiva nella narrazione ed è quella che bene esprime Amitav Ghosh nel suo “La grande cecità”. E’ una difficoltà (che rasenta in alcune situazioni l’impossibilità) data dal fatto che quella narrazione ancora non esiste, che nessuno mai prima si è cimentato nella narrazione di quel accadimento, di quella situazione, di quella determinata circostanza ed esperienza. Ghosh in particolare si sofferma sull’incapacità narrativa del nostro tempo rispetto a quello che si prefigura come il problema globale della nostra epoca: il cambiamento climatico. E in sostanza dice che senza un’adeguata narrazione di questo fenomeno sarà impossibile per l’uomo sviluppare una corretta consapevolezza e di conseguenza agire per contrastarlo.

Questa riflessione nasce all’indomani della “Giornata della Memoria” ed è nutrita soprattutto dai racconti che quasi tutti i sopravvissuti “narranti” (cioè tutti quelli che, una volta scampati alla sorte della maggior parte dei loro simili nei lager, sentono, prima o poi, il bisogno di raccontare) fanno all’indomani del loro ritorno, e che molti addirittura prefigurano ancora prima che quella esperienza si sia conclusa. In questi racconti viene fuori con forza l’impossibilità di raccontare, la paura di raccontare per il timore che gli altri non capiscano, addirittura l’inutilità del farlo. Bene, come sempre, Primo Levi descrive questo timore, che addirittura lui riesce a prefigurare ancora prima che la sua esperienza nel lager si concluda, e che lo affligge soprattutto attraverso sogni molto lucidi e sofferti: “… c’è mia sorella e qualche mio amico non precisato, e molta altra gente. Tutti mi stanno ascoltando, e io sto raccontando proprio questo: il fischio su tre note, il letto duro, il mio vicino che io vorrei spostare, ma ho paura di svegliarlo perché è più forte di me. Racconto anche diffusamente della nostra fame, e del controllo dei pidocchi, e del Kapo che mi ha percosso sul naso e poi mi ha mandato a lavarmi perché sanguinavo. E’ un godimento immenso, fisico,inesprimibile, essere nella mia casa, fra persone amiche, e avere tante cose da raccontare: ma non posso non accorgermi che i miei ascoltatori non mi seguono. Anzi, essi sono del tutto indifferenti: parlano confusamente d’altro fra di loro, come se io non ci fossi. Mia sorella mi guarda, si alza e se ne va senza far parola.
Allora nasce in me una pena desolata, come certi dolori appena ricordati della prima infanzia: è un dolore allo stato puro, non temperato dal senso della realtà e dalla intrusione di circostanze estranee, simile a quelli per cui i bambini piangono; ed è meglio per me risalire ancora una volta in superficie, ma questa volta apro deliberatamente gli occhi, per avere di fronte a me stesso una garanzia di essere effettivamente sveglio.
Il sogno mi sta davanti, ancora caldo, e io, benché sveglio, sono tuttora pieno della sua angoscia: e allora mi ricordo che questo non è un sogno qualunque, ma che da quando sono qui l’ho già sognato, non una ma molte volte, con poche variazioni di ambiente e di particolari. Ora sono in piena lucidità, e mi rammento anche d’averlo raccontato ad Alberto, e che lui mi ha confidato, con mia meraviglia, che questo è anche il suo sogno, e il sogno di molti altri, forse di tutti. Perché questo avviene? Perché il dolore di tutti i giorni si traduce nei nostri sogni così costantemente, nella scena sempre ripetuta della narrazione fatta e non ascoltata?”.

Alla domanda fatta allo storico Alessandro Barbero, durante una trasmissione televisiva in occasione della Giornata della Memoria sul perché, nonostante tanti fossero i segnali che qualche cosa stesse accadendo, le potenze alleate non credettero mai, o comunque non abbastanza da farle reagire adeguatamente, ai racconti riguardanti lo sterminio in corso, lui ha risposto dicendo che probabilmente ciò è conseguenza del fatto che anche durante la prima guerra mondiale giravano innumerevoli racconti riguardanti atrocità commesse dai tedeschi che poi si rivelarono essere tutte frutto della propaganda e che quindi non si volevano commettere gli stessi errori di interpretazione e di lettura della realtà commessi in quel tempo.

Io sono convinto invece che la risposta, anche a questo fatto, stia tutto nella preoccupazione dei sopravvissuti circa l’impossibilità e l’inutilità del racconto a fronte però (e questa è una considerazione mia in accordo con quanto sostenuto da Ghosh) di un nuovo fenomeno per il quale una nuova narrazione non è ancora stata inventata.

In questo senso quindi si rafforza in me la convinzione che oltre a “viverla” è fatto obbligo ad ognuno di noi di “raccontarla” e questo sicuramente ed in primo luogo per il bisogno di comunicare, tramandare, memorizzare ciò che di orribile accade nella nostra storia di uomini e che fino a quel momento non è esistito e quindi non si è potuto narrare. In questo si sostanzia una specie di paradosso che bene corrisponde alla paura contenuta nell’incubo di Primo Levi: è impossibile raccontare un fatto nuovo fino a che non si crea una nuova narrazione di quel fatto, d’altra parte per creare quella nuova narrazione è necessario comunque che qualcuno cominci a narrare per quanto sofferta, difficile, frustrante possa risultare questa azione. Ma credo anche (e direi soprattutto) che ognuno di noi debba offrirsi al racconto, cimentarsi nella narrazione, considerare questa una parte integrante e addirittura strutturante il vivere per provare, continuamente provare, a raccontare ciò che di meraviglioso, incredibile appunto, “inenarrabile” a volte, avviene nelle nostre vite di ogni giorno, su questo pianeta che indegnamente abitiamo, dando così vita non soltanto ad una nuova narrazione del dolore ma anche ad una nuova narrazione della gioia.

Lontano è un paese che non ti do la mano

Lontano è un paese che non ti do la mano

Cesare frequenta la terza elementare. Cesare frequenta la terza elementare all’Istituto Valdese di Palermo. Da quando è cominciata questa storia della pandemia abbiamo prima attraversato il periodo della didattica a distanza e, una volta passata l’estate, siamo entrati in una nuova fase. La scuola ha infatti deciso che per le attività in presenza, a garanzia dei bambini e delle famiglie, la sua classe dovesse essere divisa in due sotto gruppi, ognuno composto da dieci bambini, che stanno naturalmente in stanze diverse e che non si incontrano mai.

Credo che questo lavoro di “divisione” in due della classe debba essere stato un processo molto sofferto e al tempo stesso molto accurato per le bravissime maestre di mio figlio.

Chi mai, d’altra parte, può mettere ordine nelle complesse relazioni umane senza il rischio di perdere pezzi, di produrre fratture dolorose ed insanabili, di infrangere legami che la vita e la quotidiana frequentazione avevano suggellato? E quindi quello che non è stato possibile evitare in “fase divisoria” si è provato a mitigarlo dopo, quando oramai la divisione era un fatto compiuto.

I due gruppi, da quando non sono più un’unica classe, con cadenza regolare, si scrivono quelle che io chiamo, sempre grato a Primo Levi per avermi fatto conoscere questa bellissima poesia di Rilke, le “lunghe lettere da lontano”. Ognuno sceglie uno dei compagni dell’altro gruppo al quale dedicare ed inviare la sua lettera. Ieri è stato giorno di corrispondenza. Leon ha scritto una lettera a Cesare. Cesare una a Matteo. Sono lettere sgrammaticate e struggenti, tanto irriverenti nei confronti della lingua italiana quanto impregnate di una nostalgia palpabile e dolorosa del tempo in cui giocavano assieme, si prendevano allegramente a legnate in giardino, scambiavano parolacce e sformati durante i pranzi in mensa. La lettera a Cesare e stracolma di “spero”. Spero di venire presto a casa tua, spero che ricominceremo a giocare con le carte Pokemon, spero che trascorrerai un buon Natale. Un inno alla speranza di un bambino per cui la speranza dovrebbe essere solo uno strumento buono per domani e che invece maneggia già da mesi con abilità infantile. Quella da Cesare è piena di ricordi. Ti ricordi quando non sei venuto a casa mia, ti ricordi quando ci sedevamo accanto a mensa. Ti ricordi. Un crogiolo di ricordi nel quale si fondono nostalgie acerbe che rischiano di maturare troppo presto.

Vorrei sapere chi è la postina che ogni volta si fa carico di recapitare questa corrispondenza pesante e palpitante. Vorrei sapere se qualcuno alla fine raccoglierà tutte queste lunghe e brevi lettere da lontano per farne l’epistolario di queste tempo che forse da solo, potrà restituirci l’immagine di questa storia altrimenti impervia ed ineffabile.

“Cesare ti mancano Leon e Matteo?”. Che domande stupide che fanno certe volte i padri. Cesare si volta verso la stufa e non risponde.

Domani la postina misteriosa tornerà a congiungere ancora i due gruppi con le sue missive. Tesserà la sua rete di messaggi a ricucire lo strappo fra due gruppi che appartengono ad un’unica entità ma abitano due luoghi differenti, a colmare una distanza apparentemente incolmabile, distanza di non più di qualche metro che costituisce però un baratro, una voragine, fra coloro che sono stati “sempre assieme”.

Perché Roberto Vecchioni non sbaglia quando canta a sua figlia: “ “Lontano” mi chiedi “ma dov’è questo lontano?”, lontano è un paese che non ti do la mano, com’è lontano questo lontano…”.

Preparare il tempo

Preparare il tempo

Si approssima la stagione invernale. E per la prima volta nella mia vita ho la sensazione che questa possa rappresentare l’inverno del cuore e dell’anima ancora prima di essere l’inverno del corpo. Neanche l’apice solstiziale costituisce più una consolazione e una speranza di luce e apre semmai ad un tempo che non riusciamo a decifrare né a prefigurare e che per questo ci lascia spaventati ed attoniti.

In questo tempo senza precedenti in un’ottica generazionale veniamo spinti collettivamente al di sotto del livello di bisogni al quale la maggior parte di noi era abituata e questo ci catapulta in una nuova condizione in cui paure e certezze, gioie e dolori, nella loro contrapposizione agli estremi di una forbice molto più ampia, hanno un’intensità nuova. Non sono più impregnati da quel tepore proprio di un’umanità che si situa molto in alto nella piramide di Maslow, ma sono semmai caratterizzati da temperature estreme che ci sottraggono dalla fascia temperata del nostro pianeta e ci gettano, senza alcuna preparazione, in un angolo del nostro universo, stretti fra la temperatura di Plank e lo zero assoluto delle nostre nuove emozioni.

Impreparati e confusi ci ritroviamo sulla soglia di questo tempo con il rischio concreto, una volta che questa fase sarà passata, di ritrovarci fra i “sommersi” anziché fra i “salvati”.

In questo tempo, in questa contingenza propongo a me stesso una riflessione ed un proposito.

Io credo che questo tempo vada preparato con il tempo. Il “darsi il tempo” del mio amico Michele Nardelli diventa in questo momento più che mai attuale nella possibilità che esso ci concede di fermarci ad osservare, fare un respiro profondo, raccogliere le idee, prepararci per il affrontare il cammino, aprirci alla compassione, adempiere ai riti, prefigurare scenari.

E ci si impone la necessità di prepararci contemporaneamente al tempo del dolore e al tempo della gioia, perché non sappiamo davvero cosa ci proporranno personalmente i giorni e la stagione che viene e perché dobbiamo nutrire dentro di noi la speranza che a questo tempo di dolore collettivo seguirà inevitabilmente il tempo della gioia collettiva.

Questo impegno costituisce, a mio modo di vedere le cose, una specie di obbligo morale perché sarebbe uno spreco intollerabile che queste generazioni che abitano “in questo frangente storico” il pianeta non facciano tesoro di questa esperienza dolorosa, nella speranza di saperla mitigare qualora dovesse ripresentarsi, e non siano capaci, quando sarà il tempo, di vivere in pienezza e senza volgarità o banalità, la gioia che seguirà.

Per primo a me stesso propongo ogni giorno di preparare il tempo del dolore e non posso che rinforzare il proposito attraverso le parole di Primo Levi in “Se questo è un uomo” quando racconta le ultime ore a Fossoli e di come quasi tutti non fossero capaci né di prefigurare né di preparare quel dolore che già si approssimava ai cancelli del campo, dandosi a tutte le follie e alle nefandezze alle quali l’uomo si presta in queste occasioni e nell’ultima ora. Poi però improvvisamente agli occhi dei disperati si presenta la scena della famiglia dei Gattegno: “Nella baracca 6 A abitava il vecchio Gattegno, con la moglie e i molti figli e i nipoti e i generi e le nuore operose. Tutti gli uomini erano falegnami; venivano da Tripoli, attraverso molti e lunghi viaggi, e sempre avevano portati con sé gli strumenti del mestiere, e la batteria di cucina, e le fisarmoniche e il violino per suonare e ballare dopo la giornata di lavoro, perché erano gente lieta e pia. Le loro donne furono le prime fra tutte a sbrigare i preparativi per il viaggio, silenziose e rapide, affinché avanzasse tempo per il lutto; e quando tutto fu pronto, le focacce cotte, i fagotti legati, allora si scalzarono, si sciolsero i capelli, e disposero al suolo le candele funebri, e le accesero secondo il costume dei padri, e sedettero a terra a cerchio per la lamentazione, e tutta notte pregarono e piansero. Noi sostammo numerosi davanti alla loro porta, e ci discese nell’anima, nuovo per noi, il dolore antico del popolo che non ha terra, il dolore senza speranza dell’esodo ogni secolo rinnovato”.

E sempre a me stesso, prima di tutto, propongo in egual modo e nello stesso momento di cominciare a preparare il tempo della gioia.

Moni Ovadia nel suo “Contro l’idolatria” scrive:

…me ne avvidi alcuni anni or sono a New York un venerdì di primavera verso le 15, sulla soglia di un negozio di elettronica gestito da ebrei ortodossi che volevo varcare per fare acquisti.. Una gentile signora mi fermò e mi disse: – mi rincresce, ma stiamo chiudendo.

Protestai che lo sabbat iniziava alle 17,30. La signora mi domandò se fossi ebreo, dissi di sì, allora soggiunse: – e non capisce?

– Che cosa dovrei capire? – replicai. – Lo sabbat inizia fra più di due ore.

– E lei vuole che io riceva lo sabbat così. Non vuole che mi faccia una doccia? Che mi cambi d’abito?

Solo allora capii e ricevetti una memorabile lezione di timing. La gentile signora aveva guardato in anticipo il suo orologio per accedere con dignità alla dimensione sabbatica, che bandisce i confini, i ruoli e le disuguaglianze per erigere il tempo a santuario dell’essere umano.

Erigere il tempo a santuario dell’essere umano. Nel mio essere un appassionato camminatore non riesco proprio ad immaginare il mio come un santuario. Mi piace piuttosto immaginarlo come un’edicoletta votiva, di quelle che si trovano in alcuni crocicchi delle strade del Trentino, di Grecia o di Sicilia. Di quelle che invitano alla preghiera e al raccoglimento anche l’Ateo più convinto. Provare io quindi ad erigere, in questo tempo illeggibile che viene, il tabernacolo del mio tempo, strumento esso stesso per preparare il tempo che viene, strumento necessario per affrontare il dolore che non bisogna neanche aspettare perché già presente, per non sprecare la gioia che certamente arriverà. Uno strumento costruito nel raccogliere attorno a se ciò che di più prezioso la vita ci ha donato, di raccogliere noi stessi per essere capaci, anche nello smarrimento, di restituirci a noi stessi, ed , in fine, per accogliere gli altri.

La tregua e la pandemia

La tregua e la pandemia

Sono un fanatico dei dualismi. Non i dualismi che definiscono due estremi ma quelli che disegnano i confini di un’area all’interno della quale io mi possa sentire a mio agio, possa condurre le mie esplorazioni senza eccessivo timore di perdermi. Chi pensa di me che io sia un pusillanime ha infatti ragione. L’impressione che do di persona votata all’esplorazione del mondo selvaggio, della natura inesplorata, è appunto solo un’impressione e per di più sbagliata. Ho bisogno di “estremi doppi” che facciano del territorio da esplorare (con i piedi o con la mente) un territorio ristretto, un’entità geografica ben definita, piena di unicità ma limitata nello spazio. Continua a leggere “La tregua e la pandemia”

Sing

Sing

Alla fine di una lunga fatica, di un incubo, di un cimento nel quale esigua era la speranza di successo, sembra che la nostra mente e il nostro cuore siano predisposti ad un’azione incontenibile e liberatoria: cantare.
Primo Levi scrive questa poesia a poca distanza dalla sua liberazione e nei giorni della sua personale “tregua”.
E’ il canto di una gioventù riconquistata, del tempo che si apre davanti a noi quando ci rendiamo conto di essere vivi, di avere vent’anni e di come tutto, ma proprio tutto, sia possibile. E’ il canto di chi sa di essere “soltanto giovane…non martire, non infame non santo”. E’ il canto che voglio dedicare ai quattro “giovani” che ieri pomeriggio ho un po’ tormentato nella speranza che mi vogliano perdonare per tutto il pessimismo che veniva fuori dalle mie parole e nella speranza che nel tempo che viene ci sia la possibilità di elevare assieme un canto simile. Continua a leggere “Sing”

Questo è un uomo

Questo è un uomo

Una poesia di una quindicina di anni fa. Dopo una lunga giornata di pioggia sull’altopiano centrale della Tanzania. Qualche ora prima che arrivasse la mia “prima malaria”. Un giorno passato con alcuni Uomini.

Oggi forse una risposta per tutti quelli che come me, ma dall’altra parte del muro, vogliono decidere cosa sia un uomo e cosa no. Continua a leggere “Questo è un uomo”

Il Canto di Ulisse

Il Canto di Ulisse

Papà devo imparare a memoria nove versi della Divina Commedia…mi aiuti?“.

Zaccheo ha una professoressa che lo sta facendo innamorare della Divina Commedia, un dono impagabile. Io, ai miei tempi, non sono stato altrettanto fortunato.

Lui, bambino dalle rare e inconfessate passioni, è evidentemente molto preso dall’opera del sommo poeta. E impara a memoria interi brani con una certa facilità e con notevole interesse.

Oggi tocca al XXVI canto, il Canto di Ulisse. Continua a leggere “Il Canto di Ulisse”