Radici

In un tempo che non ricordo,

per ragioni che non so,

mi radicai al centro del pianeta.

È questo un fatto

da cui non discende alcun privilegio,

che non dà, per se stesso,

alcuna garanzia.

Non fosse per le scorribande,

con me che mi aggrappo alla sua schiena,

nelle notti chiare

attraverso il vuoto cosmico

ed io che non posso cadere,

ed io che urlo e canto

pazzo di gioia.

Non fosse per le mattine trasparenti

che i miei occhi attraversano

e il vento mi coglie

e mi agita tutto

tranne i piedi che ancorati al suolo,

al cuore della terra

guardano.

Non fosse per le foglie

che l’acqua e il sole nutrono

sulla mia testa,

dentro la mia testa

e lì esse ora sono sogni,

ora pensieri.

Alla Terra

Una Terra
per quella che è,
di bellezza assoluta.
Muta a volte,
altre tonante.
Un’istante
azzurra e bianca,
un momento dopo
di un verde
che stanca gli occhi.
Se la tocchi
di quel tocco si compiace
e sotto i tuoi piedi,
meglio se nudi,
giace e respira.
Una Terra viva,
in ogni suo ciclo,
in ogni stella di relazione
e la canzone dell’alba,
solo su di essa,
al tramonto
si fa preghiera.
Una Terra vera e unica,
per quanto è dato sapere,
fine con cui l’universo
ha vinto la sua scommessa,
una Terra per quella che è,
una Terra senza promessa.

Le case

Abbiamo tante case,
tante per ognuno di noi.
La casa dove siamo nati,
quella in cui viviamo.
La casa dove abbiamo detto “ti amo”
per la prima volta alla persona
che ancora adesso amiamo.
La casa dove andiamo
per ritrovare il senso.
Quella del Ramo,
quella con l’immenso giardino,
l’altra con il camino piccolo
che sembrava non servisse a nulla
eppure ti scaldava il cuore.
E ancora la casa della culla,
la casa delle ore che non passano,
quella della mattina e degli addii,
la casa di Bartolo e Santina,
la casa dei miei zii.
Il rifugio dove finisce la pineta,
la meta che mi attende in fondo alla sera,
la casa della preghiera,
quella della pioggia,
il mio Pianeta.

Una poesia di pace

Una poesia di pace

Certa poesia non vale la pena.

La poesia della sofferenza,

la poesia dell’assenza

impongono un pedaggio

che non corrisponde all’aggio

infine riconosciuto.

Datemi invece un minuto,

uno spazio esiguo

dove nutrite parole di pace.

Credetemi capace

di un progetto ardito,

di un’inconcepibile meta:

un comprensorio irriguo

dalle parti dell’anima

dove germoglino versi

adatti a cantare

le meraviglie del mio pianeta.

L’autorizzazione

L’autorizzazione

John Muir nel suo “La mia prima estate sulla Sierra” racconta di un pomeriggio nel quale si avventura sul bordo di una cascata per guardare di sotto. Non può farlo senza esporsi, non può farlo senza correre un rischio. Basterebbe un piede in fallo, la superficie della roccia resa viscida dall’acqua e il rischio di finire di sotto e morire diventerebbe concreto. Eppure John Muir lo fa, si espone. Lui stesso dice di non avere alternativa se vuole veramente entrare in contatto con il mondo selvaggio, se vuole veramente sentire il boato emesso dalla cascata nel salto, se vuole godere del leggero aerosol prodotto dall’incontro fra l’aria e l’acqua polverizzata che si deposita sul suo viso.

Ieri ho visto le immagini e i video che i miei amici Fabio e Giancarlo hanno condiviso dopo una domenica trascorsa in cima al nostro vulcano. Anche li si vede come per godere della vista dell’interno dei crateri sia necessario spingersi sul bordo, sia necessario porre in qualche modo a rischio se stessi, mettersi in discussione, concedere spazio ad “altro”, fare un passo avanti verso il pianeta che in realtà consiste in un passo in dietro rispetto a noi stessi. Ho visto anche l’espressione dei loro volti. E’ un espressione che conosco bene. Una gioia silenziosa, un sorriso riservato, quasi timido di chi sente crescere dentro un significato che sa già di potere condividere con pochi e mai attraverso l’uso di tante parole.

Oggi con il Piccolo in macchina alla ricerca continua di argomenti che superino in qualche modo l’intensità delle sollecitazioni che un bimbo della sua generazione subisce continuamente e che lo porterebbero, fosse per lui, a parlare continuamente di video e giochi elettronici (cito testuale sua affermazione di oggi conseguente a specifici e recenti studi scolastici: “Papà io credo che le fonti visive siano molto più interessanti di quelle orali…”). Mi tiro fuori la mia antica esperienza in Malesia. Contestualizzo: la spedizione scientifica, i tre mesi fra Borneo e arcipelaghi della penisola della Malacca, le attività di costruzione della torre di avvistamento ornitologica nella giungla del Borneo (mi raccomando Francesco cerca sempre riferimenti a “fonti visive” del Piccolo se vuoi colpirlo e interessarlo!) durante le quali ho vissuto come quelli del programma “Nudi e Crudi”, il mese sull’isola deserta al sud del mare della Cina (c’era solo una grande casa da pesca…esatto, proprio come quella che abbiamo visto l’altra volta nel documentario su Discovery Chanel) e poi, nel mezzo, un mese nuovamente a Sarawak a fare ricerca speleologica. E li il racconto. “Ho fatto questa spedizione con Giulia…ti ricordi Giulia? Cercavamo grotte nuove perse nella giungla. Ogni volta che ne trovavamo una facevamo il rilievo topografico…che vuol dire fare la mappa. Un giorno, dopo qualche tempo che non pioveva, siamo passati da una grotta che era sempre sommersa e quel giorno non lo era completamente e allora abbiamo deciso di esplorarla e rilevarla. Eravamo in quattro, la grotta era una specie di tubo forse di un metro di diametro e quasi completamente piena d’acqua. Ci siamo immersi. Uno davanti con la rollina metrica…si, il metro quello con cui giochi sempre…gli altri tre dietro, uno con la bussola, uno a scrivere i dati su una tavoletta che si può usare anche in acqua e l’altro a tenere l’altra estremità della rollina. Primi 50 metri di tunnel tutto bene. Forse 30 centimetri di spazio per respirare…le lampade ad acetilene che immerse nell’acqua danno un po’ di problemi…ma tutto bene. Una curva, altri 50 metri…tutto a posto. Un’altra curva. A metà di questo altro tratto di tunnel (papà cosa è un tratto?…questa parte del tunnel…ah va bene…) chi va avanti improvvisamente lancia un urlo. Alla luce delle nostre lampade che si spengono in continuazione vediamo su una cengia (cosa è una cengia? E’ una sporgenza…) il serpente più grosso che abbia mai visto in vita mia. Ci blocchiamo…è un secondo…quello ci guarda e si cala in acqua…l’acqua dove siamo noi…l’acqua fangosa nella quale non si vede ad un centimetro…le lampade si spengono tutte assieme. Qualche secondo per riaccenderle…Cecio io ricordo che, immerso in acqua quasi del tutto, sentivo il sudore colare dalla mia fronte”. “Avevi paura papà?”. “Si Cecio, forse un poco, ma ero anche felice, felice come sarei stato altre, poche, volte in vita mia” (Giulia ma le cose sono andate proprio così? Oppure la mia memoria ha trasformato il ricordo?). Da li fino a scuola abbiamo parlato solo di animali.

David Le Breton nel suo “sociologia del rischio” prova a dare una risposta alla domanda “perché amiamo il rischio?” e perché soprattutto nel nostro tempo assistiamo al continuo nascere di tutta una serie di “Challenge” (si chiamano così) da parte dei giovani, molte delle quali mettono in pericolo la loro stessa vita. Le Breton, con la lucidità e capacità narrativa che ne fanno uno dei miei saggisti preferiti, recupera nel tempo concetti come quello dell’ordalia o del giudizio di dio, e analizza pratiche più recenti come quelle dei voli con la tuta alare, per provare a trovare significati a qualche cosa che ci riguarda fin dagli albori della nostra specie.

Una volta tanto però mi sembra che qualche cosa nella sua analisi manchi. Io infatti credo, come John Muir, che il rischio non è altro che il pedaggio che il pianeta ci richiede per entrare in relazione con lui, il pedaggio che alcuni di noi pagano volentieri e che finiscono per considerare una sorta di rinnovo dell’autorizzazione a potere vivere, parte di questo pianeta, su questo pianeta

Ciò che l’uomo smarrisce è perduto per sempre

Ciò che l’uomo smarrisce è perduto per sempre

A volte mi chiedo se le malattie degenerative della mente siano da considerarsi per forza un male per la persona, mi chiedo se non siano invece l’ennesima strategia di sopravvivenza che la nostra specie ha messo in atto nel suo percorso evolutivo.
Comincio a chiedermi infatti come possa una persona mediamente consapevole, presente a se stessa e al suo tempo, dotata di un bagaglio significativo di esperienze e relazioni, accettare, a fronte di una lunga vita, di perdere tutto, un pezzo dopo l’altro. Continua a leggere “Ciò che l’uomo smarrisce è perduto per sempre”

Non è forse il caso?

Non è forse il caso?
Ancora una volta siamo raggiunti da una “notizia cosmica”. Sembrerebbe che hanno scoperto un pianeta simile al nostro ad appena 100 anni luce da noi. Sempre di più le scoperte scientifiche ed una nuova consapevolezza rispetto alla presenza e diffusione della vita ci hanno permesso di sviluppare con chiarezza negli ultimi anni due idee: la prima è che la vita non è un evento così raro nell’Universo. La vita è più tenace di quanto non immaginiamo, si annida, si riproduce con smisurata generosità, resiste. Non mi stupirei affatto se nei prossimi anni dovessimo trovare forme microscopiche di vita su Marte o su Titano. Sono sicuro d’altra parte che su ogni pianeta che sia ricompreso all’interno di quella fascia di relazione con la sua stella detta appunto “fascia della vita” ci sono ottime probabilità che la vità abbia avuto modo di svilupparsi.

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E adesso tutti zitti. Silenzio tutti.

E adesso tutti zitti. Silenzio tutti.

E adesso tutti zitti, silenzio tutti.
Perchè possiamo parlare a lungo prima, possiamo dissertare sul rischio che prima o poi il fiume esondi. Possiamo impantanarci in lunghe ed inutili discussioni sul rischio idrogeologico, su fiumi che dovremmo cementificare ed altri che dovremmo rinaturalizzare. Prima possiamo dire tante cose, questo ed altro, ma appena il fiume straripa, appena il fiume esonda, appena spezza la diga, stravolge il greto e impetuoso ed incontenibile scende a valle, allora, se non siamo fiume, se non siamo parte della corrente, possiamo solo stare zitti, possiamo solo in silenzio ritirarci sull’argine e guardarlo, tremebondi, passare. Continua a leggere “E adesso tutti zitti. Silenzio tutti.”