Lemuele Gulliver

Lemuele Gulliver

Quando un pensiero arriva ti sembra che tutto complotti con lui. Ti sembra che tutto a quello faccia riferimento, a quello sia legato come anelli di una catena.

Allora torno al mio post di tre giorni fa dal titolo “Narrazione del dolore, narrazione della gioia”.

Mentre siamo a tavola Zaccheo mi chiede “papà ma Gulliver nel suo viaggio era sempre gigante?”. “No Zaccheo…dipende da chi incontrava. Quanto incontrava i lillipuziani rispetto a loro era gigante e quando incontrava i giganti invece era nano…ma faceva anche tanti altri incontri…i cavalli saggi per esempio”. E mentre parlo mi ricordo che tanti anni fa sentivo una canzone di Guccini che si intitolava appunto Gulliver e che, come tante altre cose immagino, è scomparsa dalla mia mente. Vera la cerca da qualche parte in internet e l’ascoltiamo “nonostante Cesare”. Dopo le prime parole “ricordo di ricordarla” ancora parola per parola e mi sembra (ma forse è solo quello che voglio credere e in realtà Guccini voleva dire naturalmente tutt’altro) che continui il mio pensiero di tre giorni fa. Gulliver ritorna a casa e racconta, ma ciò che racconta è inenarrabile perché nessuno ha mai visto prima ciò che Gulliver ha visto. È come se sforzandosi di raccontare lui non faccia altro che “riempire il cielo inglese di miraggi”, come se dietro quello che dice “non restino altro che vuoti gusci di parole”. La gente è più disposta a comprendere e ad accettare la creazione di un mito piuttosto che prendere per buona la verità.

Guccini conclude che da “tempo e mare non si impara niente” finendo per dire probabilmente quello che lui voleva dire (e ci mancherebbe altro), che il viaggio in se non serve a niente se non è possibile raccontarlo, se dall’altra parte della tua esperienza e del tuo racconto ti imbatti solo in chi “confonde i viaggi con la loro parodia”. Per conto mio oggi, dopo il secondo post su un pensiero confuso che non porta da nessuna parte, mi basterebbe come Lemuele “sapere sorridere come sa sorridere soltanto chi non ha più paura del domani”.

La via di casa

La via di casa

Ci sono tante strade che conducono dal ristorante di mia moglie a casa mia. Alcune più brevi e meno trafficate alcune lunghe e caotiche. L’altro giorno Veronica me ne ha anche fatta scoprire una che sembrerebbe essere la migliore eppure io faccio sempre la stessa, che di sicuro non è la migliore, ma io la amo più delle altre e per questo la percorro. Essa congiunge più di ogni altra gli episodi di una storia ed è una storia che io voglio continuare a raccontarmi.

Comincia con quella curva che immette in Piazza San Francesco di Paola e passa davanti ad un posto che adesso tutti conoscono come Villa Filippina ma allora non è che lo sapevamo che si chiamava così e noi la chiamavamo cinema Aaron (mi sembra proprio con due a) e c’era sto cinema assurdo con una fila di forse 5 sedili che come in una tabellina dei folli si moltiplica per un’altra, che andava verso lo schermo, di 50 sedili e in questo corridoio cinematografico io vedendo “Il dormiglione” di Woody Allen stavo morendo dalle risate, ma proprio morendo, e i miei amici mi guardavano pensando “ma guarda quanto si diverte Francesco” e io se avessi potuto gli avrei gridato “cretini fatemi smettere di ridere che sto morendo soffocato” e quelli invece niente.

E poi ancora un poco avanti in via Dante prima e poi su fino all’incrocio con via A. Veneziano che per farci fighi chiamavamo via Anonimo Veneziano quando c’era ancora qualcuno che lo sapeva cosa era Anonimo Veneziano mentre chi fosse Antonio Veneziano non lo sapevamo né allora né adesso e lì c’è una delle tante scuole di Claudia che la andavo a prendere, a lei e alle sue amiche, con la prima macchina della mia vita, che non era manco mia e si vedeva che era invece di mio nonno che era una 850 special beige con il carburatore bicorpo che consumava quanto lo Space Shuttle in fase di decollo e quelle si vergognavano che le prendevo con quella macchina e quando salivano si distendevano sui sedili per non farsi vedere dalle amiche.

E poco più avanti c’era Discobum e credetemi c’è ancora adesso e ogni volta che ci passo lo guardo e qualche volta, raramente, lo vedo aperto, e qualche volta, raramente, vedo lei, la proprietaria, quella signora dalla faccia stranissima, e se fossi grato per come dovrei essere, se la vita ammettesse queste deviazioni che non ammette, dovrei scendere, ed entrare nel negozio e togliermi la giacca (ammesso che io la porti e che la vita ammetta queste deviazioni) e dirle “adesso ti aiuto e ricominciamo tutto assieme e vedrai che la città riscoprirà questo posto e fra qualche giorno ci sarà di nuovo la fila fuori e do not cry for me Argentina…” ché io qua ci ho comprato i dischi, si i dischi, quelli che adesso li chiamano “vinili”, più belli della mia vita, quelli che poi me li sentivo per 4 settimane e mi ci facevo certi film sopra, ci tiravo fuori certe filosofie che quali Aristotele e Kant e lì ho comprato “Robinson” di Roberto Vecchioni.

E quel disco me lo sono portato nella casa, che è sempre sulla strada, più avanti, l’ultima casa con quella specie di miei genitori, con quella specie di mia famiglia, la casa di Via Rubens, la strada misteriosamente privata ma con un nome, e in quella casa fra il piano terra e il terzo piano (inconcepibile trasloco della famiglia Picciotto) mi preparai ai viaggi di una vita e “stavolta parto davvero con un vento leggero che mi soffia alle spalle, tu dormi bene il tuo sonno dove vado lo sanno solo le stelle” e dopo ci fu il sogno della Malesia ma prima ci fu l’America e li scoprii che forse si poteva amare senza lasciarsi sedare il cuore dalla paura della perdita, li rinacqui con la consapevolezza di un ventenne e scoprii che ero vivo e mi fu fatto il dono di un’immortalità a tempo determinato.

In quella strada c’e la casa dell’amore dantesco solo che lei non si chiamava Beatrice ma si chiamava come la città del poeta e di quella notte che la sognai, una delle due volte in tutta una vita, proprio su quella strada e le vedevo solo il viso e lei mi diceva “Francesco io posso vederti tutto” e io continuavo a dirle che no, io non ci riuscivo e piangevo mentre glielo dicevo e piangevo pure nel sonno.Quella strada che una mattina, che forse era l’81, uscii sul balcone e fuori c’erano 10 centimetri di neve e prima presi gli sci da fondo e feci tre volte avanti e indietro sulla via Rubens, che tanto era privata e non c’era nessuno, e poi presi il mio Kawasaki 125 enduro arrivato di contrabbando dalla Germania, carburatore rotax, miscelatore e Joe bracchetto incollato sulla tanga che mi sentivo veramente troooppo toco, e percorsi la strada sulle tracce lasciate dagli sci per non scivolare.

E poi quando si va avanti sono già in terra di nessuno, sono già su quel tratto di strada che va bene per tutti i tempi e per tutte le stagioni. Sono in vista di casa, quella vera, l’ultima, quella “che sai e non sai”, anche se casa dista ancora chilometri. Quella casa che risuona e vibra con quelle altre due, quella sulla collina al confine della sera e l’altra sullo spartiacque di due fiumi esigui in un Africa che non c’era messa.

La mia casa, quella del dopo, quella che mi ha fatto capire che l’amore non è tempesta e furore ma è appunto la donna che aspetta sulla porta di casa, quella che custodisce i miei sigilli bambini che rendono il prima buono da essere raccontato ma che al tempo stesso quasi lo annullano o che tuttalpiù lo trasformano in un miele dolce amaro che alimenta questo tempo che urge da presso ed è dono impareggiabile.

Ci sono tante strade che portano dal ristorante di mia moglie a casa mia. So bene che questa è solo una delle tante linee, come in quei giochi che c’erano sulla settimana enigmistica, che unisce alcuni dei tanti puntini e che compone uno dei frammenti della mia anima.

Incidenti semiologici

Incidenti semiologici

Ultimo pesto dell’estate. Sfoglio con i due una tonnellata di basicilo appena raccolta dall’orto. Nel frattempo cerco di introdurli a Francesco Guccini per la via delle parolacce: ascoltiamo l’Avvelenata. Unico commento del Grande: “ste canzoni sono tutte uguali” (ou…parlò quello che vive nell’epoca del rap e del trap!!!). Continua a leggere “Incidenti semiologici”

La paura secondo me

Si rompe il tempo e l’attimo, per un istante, resta sospeso,

appeso al buio e al niente, poi l’assurdo video ritorna acceso;
marionette si muovono, cercando alibi per quelle vite
dissipate e disperse nell’aspro odore della cordite.

…Poi tutto ricomincia come ogni giorno e chi ha la ragione,
dico nobili uomini, danno implacabile giustificazione“.

Comincio questo post con le parole di Francesco Guccini. Ma in realtà il pensiero che lo attraversa nasce ieri, con le parole del mio amico Marco Pomar. Continua a leggere “La paura secondo me”

Convergenza evolutiva

Convergenza evolutiva

A dire: “è proprio quello che sento…ma io non sarei capace di descriverlo a parole!”. A dire: “sono proprio le mie emozioni e lui meglio di chiunque altro riesce a metterle nella sua poesia, nelle sue canzoni”.

E allora diventa difficle pensare che quella persona, che interpreta così bene quello che tu senti dentro di te, non abbia anche una storia simile alla tua, una vita simile alla tua. Continua a leggere “Convergenza evolutiva”

Intervalli

Intervalli

Adoro gli intervalli. Non parlo degli intervalli di tempo. Parlo semmai degli intervalli che definiscono uno spazio, tuttalpiù uno spazio/tempo.

Parlo di quegli estremi, quelle linee di confine, che i poeti, quelli veri, sono in grado di tracciare con poche, pochissime parole e che delimitano poi uno spazio all’interno del quale i narratori ricamano storie e noi comuni mortali siamo capaci di riconoscere l’ambito all’interno del quale, le nostre emozioni, le nostre relazioni, le nostre vite si dipanano.  Continua a leggere “Intervalli”