Non è mia la mia casa

Non è mia la mia casa

Non è mia la mia casa.

È delle formiche che le sue mura abitano e l’attraversano in tutte le direzioni.

È dei ragni che amano le sue geometrie e ne magnificano gli angoli con trine di seta.

È della ghiandaia che ad ogni autunno torna a pretendere con fare impertinente il suo tributo di frutti.

È del gheppio che ad ogni ora incrocia su di essa il suo sguardo e la sgrida con voce querula perché troppo raramente gli regala un grillo o una crocidura.

Non è mia la mia casa perché essa è solo un accidente sulla faccia del Pianeta, rifugio di formiche, angoli per i ragni, dispensa per le ghiandaie, scenario per i gheppi. Domani coperta di edere, le pietre ad erodere, di glicini, le finestre ad aprire.

Perfetto sarà

Perfetto sarà

La mia casa sarà perfetta quando non ne avrò più bisogno.

La mia famiglia sarà perfetta quando capirò che non hanno più bisogno di me.

Il mio pasto sarà perfetto quando non mi vergognerò di prepararlo con una preghiera.

La mia preghiera sarà perfetta quando solo alla preghiera penserò mentre prego.

I miei abiti sono già perfetti perché non me ne curo affatto.

Il mio lavoro sarà perfetto quando potrò spiegarne agli altri il senso usando poche semplici parole.

Il mio sentiero sarà perfetto quando, da solo o con l’amico a fianco, non mi preoccuperò della metà.

Il mio giorno sarà perfetto quando invariabilmente si concluderà con un bel racconto che i bambini ascolteranno con piacere.

Le mie poesie saranno perfette quando ad esse preferirò il silenzio.

Casa, cibo, acqua, abiti

Casa, cibo, acqua, abiti

Una casa fondata nel tempo,

a volte rifugio di amici,

rete di formiche e radici,

porte e finestre aperte sul vento.

Cibo quanto basta al bisogno,

buono per le gambe e le ali,

da dividere in parti uguali

a nutrire la speranza ed il sogno.

Acqua che non sia mai abbastanza

di sorgente, di fiume, di roggia,

di rugiada, di lacrime e pioggia,

a colmare sete e distanza.

Abiti conformi alla necessità

privi di ricerca o di sfarzo

da indossare senza sforzo

mentre mi vesto nell’oscurità.

Questo e nient’altro

Questo e nient’altro

In verticale con il nucleo c’è il pozzo.

E un tratto d’arco a fingersi segmento

per il poco cemento, per l’orto e la terra.

Di nuovo verticale ad incontrare il cielo

dove allignano alberi e gli uccelli giungono

da luoghi inimmaginabili e ci regalano

canti e colori.

Odori nell’aria a questa geometria sottesa

e la sorpresa sempre nuova dell’alba,

e la sorpresa sempre nuova del tramonto.

L’attesa del racconto alla sera.

Gli occhi di Vera, le risa dei bambini.

Credo che questo e nient’altro

sia la mia casa.

Il resto fu solo notaio

Il resto fu solo notaio

E la giovane donna fece al contrario
la breve stradella
che l’aveva portata nel giardino.
E all’uomo con il bambino
che l’aveva aspettata disse:
“non ci crederai mai:
in questa casa cresce un ginkgo”
e sembrava stesse per piangere.
L’uomo capì subito
che quella casa da comprare,
fino a poco prima “non un granché”,
adesso diventava il luogo perfetto.
Anche il vecchio seduto nel portico
sentì quello che la donna aveva detto
e per un attimo temette
che potessero tornargli in mente ricordi
di bambini che volavano
come farfalle nel mattino
e di un vivaio costruito su di un bigliardino.
Ma per fortuna i ricordi
non trovarono la strada
da tempo diventata un vicolo cieco.
E il resto fu solo notaio.

Lì dove mi darai la mano

Lì dove mi darai la mano

Lascia che ti prenda in disparte

dal mondo e dalle cose

e che per vie boscose ti conduca ancora

al tempo nostro.

Domani si parte!

Abbiamo le carte, la bussola, il sestante,

ancora un istante per un po’ d’acqua

nella bottiglia nuova

che hai comprato senza sapere perché.

Ancora un istante

e poi distante sarà per sempre la casa

dove non resterà più nulla

che non si possa portare

nel cuore o in uno zaino.

Ancora una volta ad incontrare il daino

fra gli aceri e i faggi della piana.

Ancora una volta all’uomo seduto,

e dal martin pescatore,

fulmine verde fra la riva e la corrente.

E poi basta gente,

più niente di vecchio ancora,

solo posti nuovi.

Solo raramente

dove sono stati i nostri ricordi,

e per sempre

dove i nostri ricordi saranno.

Cammineremo lontano,

con il sole ed il vento alle spalle,

e sarà casa lì dove mi darai la mano.

Ricordo

Ricordo

Della casa ricordo

le aurore e i tramonti,

il passar delle ore

e quei monti distanti.

E dei monti ricordo

ciò che il tempo riassume

e la fonte che pasce

il fluire del fiume.

E del fiume ricordo

il suo canto perfetto,

semenzali di pioppi

che ricoprono il letto.

E dei pioppi ricordo

un profumo ed un suono

che donava la sera

alla casa il suo dono.

La casa

La casa

Perché davvero, devi credermi, la casa non è muri, non è mattoni, né tegole o cemento. La casa non sono i mobili che l’arredano, i detersivi che la puliscono, gli allarmi che la proteggono. La casa non è nemmeno in fondo i libri o i quadri alle pareti, non è le luci che allontanano il buio, o la stufa per mitigare il freddo. Tutto questo è rete sottile che sembra solida, è sovrastruttura che nel tempo mostra tutta la sua fragilità, la sua mancanza di senso. Come può essere perfettamente pulita, perfettamente ordinata, ben ammobiliata e con le pareti perfette una casa che è piena di vita? Potremo viverci con qualche crepa alle pareti? Potremo viverci con i muri screpolati? Potremo viverci con qualche spiffero e la maniglia della porta che si stacca in continuazione? Io credo di sì.

E invece a quale pezzo di vita dovremmo rinunciare perché essa sia più pulita, più ordinata? A quale pilastro di vita, a quale muro portante di vita, a quale fondamenta di vita siamo disposti a rinunciare perché essa appaia come una di quelle belle case che la vita diserta? Vogliamo rinunciare ai ragni negli angoli, o forse alle formiche che abitano le nostre mura? Vogliamo rinunciare a criceti, tartarughe, gatti, cane, galline e api? Vogliamo rinunciare a quei due esseri improbabili che riempiono le nostre giornate, l’uno l’ombra meridiana dell’altro, oppure a noi, a noi stessi che a piedi nudi l’abitiamo? Vogliamo infine rinunciare all’erba del prato appena fuori, o agli alberi che la aggrovigliano in una rete di radici, o agli storni che giungono a novembre, o alla ghiandaia che gracchia e pretende le ghiande del leccio, o alle due poiane che alte sul nostro capo cercano la giusta ascensionale? A nulla di ciò possiamo rinunciare perché la nostra casa è cellule e sangue, prima di essere sabbia e tufo, la nostra casa è cheratina e clorofilla, prima di essere ferro e argilla. Perché la nostra casa è un canto a salutare l’alba, è il vento che passa tra le foglie, e la risata cristallina dei bambini che giunge la sera dalla stanza accanto.