Montagne verde acqua

Montagne verde acqua

Siamo in macchina. Io immerso in uno dei suoi monologhi che vertono inevitabilmente su argomenti elettronici ed informatici. Fino a che non porrò un limite lui continuerà senza sosta.

Dapprima mi sembra che la questione riguardi la differenza fra una certa “pista arcobaleno” la cui difficoltà cambia molto fra la wii e la switch e se in quest’ultima dopo la prima curva sei ancora primo allora sei una vera “celebrità”.

Poi si torna su una discussione già affrontata la sera prima e che riguarda un certo numero di “bambini di quinta” che sul pulmino “vendono” ai più piccoli partite sulle loro consolle e cellulari di “contrabbando”. Solo a quel punto interrompo un attimo il flusso per ribadire la nostra posizione sull’argomento: “Cesare non sia mai che paghi per giocare”. E lui, qualificandosi per quello che è: “no papà, perché loro sono dietro ed io invece sono davanti e la signora che ci accompagna ci fa alzare solo quando dobbiamo scendere”, dichiarando apertamente che la rinuncia alla possibilità dell’acquisto è legata ad un fatto puramente geografico e non ha nulla a che vedere con qualche, non sia mai, sano principio.

E poi ad un tratto siamo oltre la seconda galleria, nell’altra bioregione, il nostro breve ed urlante “buon giorno al giorno” e uno strano ed inaspettato silenzio che cade fra noi subito dopo e del quale mi accorgo solo passato qualche secondo.

Mi giro e lo vedo con lo sguardo perso verso le montagne, quelle verdi in primo piano e quelle più lontane che già sconfinano nell’azzurrità di questo mattino di quasi primavera.

Da a questa inattesa tregua ancora qualche secondo e poi, senza mai staccare gli occhi dall’orizzonte, dice pari pari, tale e quale a come ve lo sto dicendo: “mi piace quando sto sulle montagne alte tutte piene di erba verde acqua, ed è nuvoloso e piove ed io sono avvolto in una coperta”.

Cesare Amore Mio, farfalla della mia vita, non ti amo per questo più di quanto non ti amassi già un minuto fa, ma adesso sento che vibriamo nella stessa brezza, adesso sento, nella pratica quotidiana della contemplazione che il nostro pianeta ci propone e che troppo spesso noi trascuriamo, di trovarmi veramente al tuo fianco mentre ci teniamo per mano.

Narrazione del dolore, narrazione della gioia

Narrazione del dolore, narrazione della gioia

Gabriel Garcia Marquez nel suo “Vivere per raccontarla” ci dice con forza che alla fine “vivere per vivere” non è sufficiente né bastevole, e che è necessario vivere per trasmettere ciò che si è vissuto, raccontare alla fine di un giorno o di un’esistenza, corrispondere con pienezza al nostro compito di esseri relazionali e magnificare il nostro esserlo proprio attraverso la comunicazione, in qualche modo e purché sia, del nostro vissuto.

Troppo spesso però diamo per scontato che il fatto stesso di vivere un’esperienza, un accadimento, una vita intera, porti in se la capacità di raccontare ciò che abbiamo vissuto. E invece non è così e questo soprattutto per due ordini di ragioni. La prima è che non tutti hanno voglia, tempo, capacità di raccontare. Pochi d’altra parte credono che il racconto sia ciò che da un lato io considero caratteristica fondamentale dell’essere umano e dall’altro pratica che da sostanza alla realtà, che rende il vissuto di ognuno di noi duraturo, trasmissibile e, in fin dei conti, vero e reale.

Pochi in sostanza si spingono, direbbe qualcuno, al di la della propria “prima nascita” e quindi oltre il compito di rispondere alla domanda “cosa sei?” per giungere nel territorio complesso e spesso inospitale della propria “seconda nascita” all’interno del quale diventa obbligatorio ed indifferibile rispondere alla domanda “chi sei?”.

Questa è una convinzione reale, radicata, diffusa: il mio compito è quello di vivere e non di raccontare, nel vivere si esaurisce e se anche avessi voglia di raccontare non è ho gli strumenti, non ne sono capace.

Esiste quindi una sorta di resistenza naturale da parte dell’uomo ad aprirsi al racconto personale che in nessun caso deve essere confuso con le nuove forme di racconto personale che servendosi di nuovi linguaggi imperversano oggi sui social (ma che in quest’ottica vanno comunque analizzate e studiate anche solo per derubricarle a forme patologiche di narrazione).

Esiste però anche una difficoltà oggettiva nella narrazione ed è quella che bene esprime Amitav Ghosh nel suo “La grande cecità”. E’ una difficoltà (che rasenta in alcune situazioni l’impossibilità) data dal fatto che quella narrazione ancora non esiste, che nessuno mai prima si è cimentato nella narrazione di quel accadimento, di quella situazione, di quella determinata circostanza ed esperienza. Ghosh in particolare si sofferma sull’incapacità narrativa del nostro tempo rispetto a quello che si prefigura come il problema globale della nostra epoca: il cambiamento climatico. E in sostanza dice che senza un’adeguata narrazione di questo fenomeno sarà impossibile per l’uomo sviluppare una corretta consapevolezza e di conseguenza agire per contrastarlo.

Questa riflessione nasce all’indomani della “Giornata della Memoria” ed è nutrita soprattutto dai racconti che quasi tutti i sopravvissuti “narranti” (cioè tutti quelli che, una volta scampati alla sorte della maggior parte dei loro simili nei lager, sentono, prima o poi, il bisogno di raccontare) fanno all’indomani del loro ritorno, e che molti addirittura prefigurano ancora prima che quella esperienza si sia conclusa. In questi racconti viene fuori con forza l’impossibilità di raccontare, la paura di raccontare per il timore che gli altri non capiscano, addirittura l’inutilità del farlo. Bene, come sempre, Primo Levi descrive questo timore, che addirittura lui riesce a prefigurare ancora prima che la sua esperienza nel lager si concluda, e che lo affligge soprattutto attraverso sogni molto lucidi e sofferti: “… c’è mia sorella e qualche mio amico non precisato, e molta altra gente. Tutti mi stanno ascoltando, e io sto raccontando proprio questo: il fischio su tre note, il letto duro, il mio vicino che io vorrei spostare, ma ho paura di svegliarlo perché è più forte di me. Racconto anche diffusamente della nostra fame, e del controllo dei pidocchi, e del Kapo che mi ha percosso sul naso e poi mi ha mandato a lavarmi perché sanguinavo. E’ un godimento immenso, fisico,inesprimibile, essere nella mia casa, fra persone amiche, e avere tante cose da raccontare: ma non posso non accorgermi che i miei ascoltatori non mi seguono. Anzi, essi sono del tutto indifferenti: parlano confusamente d’altro fra di loro, come se io non ci fossi. Mia sorella mi guarda, si alza e se ne va senza far parola.
Allora nasce in me una pena desolata, come certi dolori appena ricordati della prima infanzia: è un dolore allo stato puro, non temperato dal senso della realtà e dalla intrusione di circostanze estranee, simile a quelli per cui i bambini piangono; ed è meglio per me risalire ancora una volta in superficie, ma questa volta apro deliberatamente gli occhi, per avere di fronte a me stesso una garanzia di essere effettivamente sveglio.
Il sogno mi sta davanti, ancora caldo, e io, benché sveglio, sono tuttora pieno della sua angoscia: e allora mi ricordo che questo non è un sogno qualunque, ma che da quando sono qui l’ho già sognato, non una ma molte volte, con poche variazioni di ambiente e di particolari. Ora sono in piena lucidità, e mi rammento anche d’averlo raccontato ad Alberto, e che lui mi ha confidato, con mia meraviglia, che questo è anche il suo sogno, e il sogno di molti altri, forse di tutti. Perché questo avviene? Perché il dolore di tutti i giorni si traduce nei nostri sogni così costantemente, nella scena sempre ripetuta della narrazione fatta e non ascoltata?”.

Alla domanda fatta allo storico Alessandro Barbero, durante una trasmissione televisiva in occasione della Giornata della Memoria sul perché, nonostante tanti fossero i segnali che qualche cosa stesse accadendo, le potenze alleate non credettero mai, o comunque non abbastanza da farle reagire adeguatamente, ai racconti riguardanti lo sterminio in corso, lui ha risposto dicendo che probabilmente ciò è conseguenza del fatto che anche durante la prima guerra mondiale giravano innumerevoli racconti riguardanti atrocità commesse dai tedeschi che poi si rivelarono essere tutte frutto della propaganda e che quindi non si volevano commettere gli stessi errori di interpretazione e di lettura della realtà commessi in quel tempo.

Io sono convinto invece che la risposta, anche a questo fatto, stia tutto nella preoccupazione dei sopravvissuti circa l’impossibilità e l’inutilità del racconto a fronte però (e questa è una considerazione mia in accordo con quanto sostenuto da Ghosh) di un nuovo fenomeno per il quale una nuova narrazione non è ancora stata inventata.

In questo senso quindi si rafforza in me la convinzione che oltre a “viverla” è fatto obbligo ad ognuno di noi di “raccontarla” e questo sicuramente ed in primo luogo per il bisogno di comunicare, tramandare, memorizzare ciò che di orribile accade nella nostra storia di uomini e che fino a quel momento non è esistito e quindi non si è potuto narrare. In questo si sostanzia una specie di paradosso che bene corrisponde alla paura contenuta nell’incubo di Primo Levi: è impossibile raccontare un fatto nuovo fino a che non si crea una nuova narrazione di quel fatto, d’altra parte per creare quella nuova narrazione è necessario comunque che qualcuno cominci a narrare per quanto sofferta, difficile, frustrante possa risultare questa azione. Ma credo anche (e direi soprattutto) che ognuno di noi debba offrirsi al racconto, cimentarsi nella narrazione, considerare questa una parte integrante e addirittura strutturante il vivere per provare, continuamente provare, a raccontare ciò che di meraviglioso, incredibile appunto, “inenarrabile” a volte, avviene nelle nostre vite di ogni giorno, su questo pianeta che indegnamente abitiamo, dando così vita non soltanto ad una nuova narrazione del dolore ma anche ad una nuova narrazione della gioia.

Come la scala per raccogliere olive

Come la scala per raccogliere olive

Durante gli ultimi week end mi sono dedicato molto a ritinteggiare la casa. Un ambiente per volta, ieri è stato il turno della camera da letto.

Non so bene per quale ragione quando acquistammo la nostra casa decidemmo che non volevamo il controsoffitto in camera da letto e per questo adesso questa è l’unica stanza dotata di un soffitto altissimo e spiovente.

Da un lato, in fase di programmazione dell’intervento di ritinteggiatura, la cosa mi dava sollievo: non avrei dovuto preoccuparmi di riverniciare quella parte, dall’altra però, soprattutto per gli interventi di rifinitura sapevo che avrei dovuto intervenire a tali altezze da dovermi almeno dotare di una buona, lunga scala.

Da qualche parte ho scritto un post che credo si intitolasse: “Dio benedica i vicini di casa”. Io in particolare ne ho uno che è letteralmente la luce dei miei occhi. Con lui condivido tutto il parco macchine agricolo e lui è talmente bravo e capace in tutto ciò che ha a che fare con il “sopravvivere in una casa di campagna” che quasi quotidianamente mi avvalgo dei suoi consigli, dei suoi stratagemmi e sovente anche della sua attrezzatura.

A lui quindi ho chiesto la scala. Mi ha detto subito che di scale lunghe ne aveva una soltanto, di legno, che utilizza per raccogliere le olive. Me la ha lasciata nella “terra di nessuno” che collega casa mia con la sua assieme ad un’unica raccomandazione: “è un po’ instabile, ti consiglio di bagnarla un po’ prima di usarla”.

Devo dire che la cosa mi ha lasciato un po’ stupito, e ancora di più il mio stupore si è accresciuto nel momento in cui sono entrato in possesso della scala rendendomi conto che era parecchio instabile. Ma la fiducia incrollabile nel mio vicino mi ha portato a produrre un unico pensiero: ” se lui dice così, così deve essere”.

Ho bagnato per un po’ la scala con il tubo, poi l’ho lasciata scolare e la ho portata in casa per cominciare il mio lavoro. Dopo pochi minuti dal trattamento mi ritrovavo una scala completamente diversa: i singoli gradini si innestavano perfettamente sui passamano e la scala aveva assunto una stabilità monolitica e rassicurante.

La giornata è trascorsa in un continuo inerpicarmi sulla “scala per le olive”, restituire candore alle pareti della stanza da letto, riflettere su sta storia delle scale che bisogna bagnare prima di utilizzarle.

E dopo una notte passata a cercare una posizione buona per alleviare il dolore di una muscolatura sottoposta ad un notevole stress da ritinteggiatura adesso, mentre scrivo questo post, mi rendo conto che forse anche io assomiglio a quella scala. Un po’ disarticolato oramai, con i miei pioli laschi e traballanti, eppure quando qualcuno per amore o per amicizia mi mette ancora dentro la corrente di un fiume, mi permette di scendere, appeso ad una corda, le Gole del Drago, mi accompagna, tenendomi per mano, nelle acque verdi della laguna dell’Uomo Seduto, allora anche io mi rinsaldo, i singoli pezzi che mi compongono aderiscono meglio alla struttura portante, ed io per un poco sembro un uomo nuovo, ancora buono per affrontare la vita, buono per raccolgiere le olive.

Sweat lodge

Sweat lodge

Non ho mai fatto uso di stupefacenti. Ma niente, nemmeno una canna. Qualche curiosità “teorica” nei confronti delle droghe psichedeliche ma così, tanto per dire. Troppo bacchettone, in tutta la mia vita mi sono tenuto a distanza di sicurezza persino dal caffè e dal tabacco, e quindi figuratevi. Eppure anche io ho consumato due esperienze discretamente allucinogene, la prima senza sapere a cosa andassi incontro, la seconda con la determinazione di chi vuole riprovare. Ma adesso narrerò solo della prima.

Era il 2000 ed ero in Inghilterra per il Meeting Internazionale dell’Istitute for Earth Education, l’associazione mondiale di educatori ambientali della quale faccio parte dal 1996.

Il ramo inglese aveva organizzato l’incontro al meglio e si era avvalso di un’organizzazione che si chiamava “Green and Avay” che di lavoro faceva proprio questo: organizzava eventi perfettamente ecosostenibili e un po’ selvaggi. Tutto si svolgeva su un infinito prato verde da qualche parte a nord di Londra. Si dormiva in meravigliosi tepee, le cucine da campo sfornavano a ritmo sostenuto immangiabili piatti vegani e crudisti, le sale degli incontri erano di continuo assemblate a partire da enormi balle di paglia che venivano poi coperte con stoffe sontuose e multicolori.

La settimana passava fra incontri con il nostro fondatore, Steve Van Matre, e gli educatori più anziani, gruppi di lavoro, performance artistiche varie. Le giornate poi si concludevano attorno ad enormi falò a bere e chiacchierare.

Una sera giunse notizia che ci si poteva iscrivere per partecipare all’esperienza della “sweat lodge”. Qualcosa avrei dovuto capire dal fatto che la notizia divise l’assemblea dei presenti al fuoco in due gruppi molto netti: la maggior parte di quelli che fecero un passo indietro e che si ritirarono nell’ombra, e una piccola minoranza di entusiasti aspiranti a loro volta composti da coloro che avevano già fatto l’esperienza e volevano rifarla e coloro che non sapevano cosa li aspettava. Io appartenevo a questi ultimi. Da lì a poco una compassata ed occhialuta giovane britannica si materializzò nella notte invitando chi aveva prenotato a seguirla. Ci condusse attraverso il prato e a qualche decina di metri da dove ci aveva prelevati fummo al cospetto della nostra sweat lodge (in italiano “tenda sudatoria”). In maniera un po’ sbrigativa ci disse che chi l’aveva già fatto sapeva già di cosa si trattava, gli altri lo avrebbero capito facendo. A quel punto con pochi gesti rapidi si spogliò completamente nuda ed invitò tutti a fare lo stesso. I neofiti come me non sapevano dove guardare ma in fretta corrispondemmo alle aspettative della nostra guida denudandoci a nostra volta. Eravamo una dozzina e quando tutti fummo dentro la capanna sudatoria mi resi conto che eravamo costretti in uno spazio terribilmente angusto e completamente buio. Accovacciati in cerchio, con le ginocchia al mento, stretti l’uno contro l’altro. La nostra guida entrò per ultima e solo dopo avere accumulato al centro una certa quantità di pietre che chissà da quanto tempo si stavano arroventando in un fuoco poco distante. Quando fu con noi provvide a sigillare completamente la tenda e il rito ebbe inizio. Mentre parlava cominciò a versare innumerevoli mestolate d’acqua sulle pietre arroventate dalle quali si sprigionò una gran quantità di vapore che saturò presto l’atmosfera della tenda. La guida ci chiese se stavamo tutti bene, ci invitò a capire se qualcuno di noi era a disagio e preferiva lasciare la tenda, ci rassicurò circa il fatto che lei possedesse una lampada e in qualunque momento poteva accenderla se fosse stato necessario. Nessuno, impegnati come eravamo a tentare di capire come reagivano a quella condizione surreale, disse nulla. Allora la nostra guida, dopo un ultimo mestolo sulle pietre, cominciò ad intonare uno strano canto. Più una cantilena per la verità, a volte una specie di gemito prolungato, altre un suono reiterato e bassissimo. All’inizio non mi resi quasi conto di questa novità preso come ero a tentare di capire se su di me prevaleva il desidero di scappare via ululando dalla tenda o di continuare immerso in quella umanità sudata e in quel suono che si faceva sempre più insistente. Dopo un poco però la sensazione sonora cominciò a prevalere su tutto e la mia testa letteralmente partì attraverso la galassia. Non racconterò qui di quel viaggio che anche per me resta ancora oggi abbastanza ineffabile ed inenarrabile, dico solo che dopo un tempo inquantificabile tornò a farsi sentire la voce fatta adesso di parole della nostra guida che diceva che l’esperienza stava per finire, che da lì a qualche secondo la tenda sarebbe stata aperta e che a pochi passi, come fosse la cosa più normale del mondo, era stata preparata una piscina di fango dove, se volevamo, potevamo completare la nostra esperienza ricoprendoci appunto di fango. Quando fummo fuori dalla tenda non eravamo più gli stessi, il gruppetto eterogeneo ed internazionale di timidi ed incerti educatori ambientali si era trasformato in una dozzina selvaggia che nuda, fumante e ricoperta di fango si lanciò attraverso l’estiva notte britannica all’assalto dei tanti rimasti attorno al fuoco. I pochi secondi fummo addosso ai malcapitati e chi non riuscì a eclissarsi nelle tenebre fu assalito, abbracciato, strapazzato da questo branco ululante e folle. Nonostante la ridottissima lucidità non dimenticherò mai la faccia del nostro Decano quando ci vide arrivare come spettri urlanti nella notte. Tutto durò pochi minuti, il tempo che ci volle a restituirci alla noiosa e prosaica realtà, a quella parte di universo nella quale la gente va in giro vestita, non si spalma abitualmente di fango, e non si mette ad abbracciare e baciare sconosciuti in una notte d’estate.

La sensazione fu quella che immagino provarono Adamo ed Eva appena buttati fuori dal paradiso terrestre: ci rendemmo improvvisamente conto di essere nudi e ne provammo una grande vergogna.

Sono passati più di vent’anni da quel giorno e da allora solo un’altra volta ho messo piede in una capanna sudatoria per consumare un’esperienza per certi versi ancora più forte della prima. Ma questa è un’altra storia che forse racconterò in un altro tempo.

Oggi, individuato lo spazio più adatto in giardino, per come vanno le cose e per quelli che sono i ricordi che conservo, diciamo che sto valutando seriamente la possibilità di costruire una sweat lodge in zona pollaio.

La regola dello stucco

La regola dello stucco

Non so quanti, fra quelli che leggeranno questo post, hanno consumato almeno una volta nella propria vita l’esperienza della ritinteggiatura di casa o anche di un solo ambiente.

È questione complessa che richiede una certa manualità ed un’adeguata preparazione psico fisica.

All’inizio è un’opera di eliminazione. Bisogna togliere infatti tutto ciò che il tempo ha inevitabilmente alterato e corrotto, base sulla quale mai e poi mai aderirebbe anche la più tenace delle vernici. E già questa è opera difficile e duramente neo platonica perché quando si inizia a togliere si sa quando si comincia ma non si sa dove si va a finire. La spatola e la spugna abrasiva tendono a prenderti la mano e a condurti nei territori inesplorati delle sovrapposizioni storiche dell’intonaco (soprattutto se come me vivete in una casa antica).

Finito ciò si potrebbe pensare che è venuto il momento di cominciare a ritinteggiare non fosse per le scabrosità, i vuoti, gli avvallamenti che il lavoro di eliminazione ha prodotto.

È qui che arriva la fase dello stucco e della spatola, che è anche quella che mi induce oggi a scrivere. L’obiettivo è essenzialmente quello di riportare la parete tutta allo stesso livello evitando quell’effetto “carta geografica” o peggio “plastico tridimensionale” che hanno le pareti mal stuccate.

Lo stucco da parte sua è sostanza strana. Sorprende infatti come materia così magmatica e dinamica possa essere stata ricondotta a staticità e dignità quasi marmorea da quel genio siciliano che era Giacomo Serpotta.

Nella prima fase di riempimento ci si accontenta. Dentro di noi lo sappiamo che la prima mano di stucco per natura sua non può che essere imperfetta ed approssimativa. Ma intanto il nostro cuore si prepara, a nostra insaputa, a quella della rifinitura.

E qui è necessario introdurre l’altro protagonista della storia: la spatola.

La spatola che, usata in fase di eliminazione, è una compagna fedele e spietata in questa fase (cosa che per il resto accade anche agli uomini) si dimostra oggetto infido e capriccioso.

Ogni volta che ti convinci che il colpo che stai dando possa essere l’ultimo ti sembra invece che la spatola abbia prodotto un rilievo oppure un vuoto o comunque un’asperità che ti fa pensare che sia necessario ancora un passaggio di spatola e stucco. Senza che tu te ne renda conto essi ti stanno conducendo in un paradosso dell’anima all’interno del quale rischi di restare prigioniero di un’eterna incompiuta nella quale il prossimo colpo peggiora la situazione rispetto al precedente, il prossimo ancora la migliora ma non abbastanza, il prossimo ancora migliora ancora un po’ ma si potrebbe fare meglio, il prossimo ancora riporta tutto nuovamente alla condizione primordiale.

E mentre rileggo questo strano post chiedendomi come è che certe volte mi determini a scrivere cose del genere mi rendo conto di due cose.

La prima è che c’è tanta vita vissuta non solo nel giardinaggio ma anche nel bricolage.

La seconda è che forse avrei potuto ampliare un po’ il titolo di questo post titolando: “La regola dello stucco ovverosia di come l’ottimo sia nemico del buono”.

In un unico fuoco

In un unico fuoco

E alla fine valicammo l’ultima portella e fummo in vista dei Laghi di Pilato. L’ascesa era stata lunga e faticosa. Reduci da cinque giorni di trekking, quest’ultima salita richiese risorse ed energie che forse avevamo speso in precedenza ed altrove. Ma la Sibilla accordò il permesso e noi entrammo nella conca dove giacciono i due laghi trasparenti. Eravamo partiti tardi e tardi arrivammo.

Già il sole tramontava e breve fu la gioia della conquista, breve il riposo, ché già altre cure ci assillavano, altri bisogni richiedevano la nostra attenzione. Preparare il bivacco, provvedere alla cena, procurarsi un po’ di fuoco ché a quelle quote anche d’estate fa freddo.

Ci rendemmo subito conto che per le prime due cose, per quanto il tempo fosse poco, portavamo con noi tutto ciò che ci serviva a soddisfare i nostri bisogni. Ma non così per la terza. La notte che oramai incombeva, l’avere superato da chilometri e da tempo la quota della vegetazione, il non avere provveduto lungo il cammino a raccogliere un po’ di legna, ci mise nella condizione di avere un bisogno significativo e non avere al tempo stesso gli strumenti per soddisfarlo.

Poi improvvisamente, quando anche l’ultima luce del giorno stava spegnendosi, qualcuno di noi si accorse che tutto attorno era cosparso dai bastoni più o meno improvvisati che gli escursionisti giunti fin li nel tempo avevano abbandonato una volta completata l’ascesa. Punteggiavano le rocce bianche, abbandonati una volta in un anfratto un’altra appoggiati ad una cengia. Li raccogliemmo in fretta ed in poco tempo accanto al nostro bivacco c’era un bel mucchio di questa legna imprevista ed eterogenea, di questo combustibile improprio e chissà quanto esotico che per quella notte illuminò il nostro campo e riscaldò le nostre membra.

Allora noi lo interpretammo come una specie di tributo che ogni escursionista che ci aveva preceduto nel tempo aveva voluto, in maniera inconsapevole, dare al nostro fuoco di quella notte, un piccolo, singolare, impersonale, dono che veniva da lontano e che noi consumammo, senza troppo rifletterci, in una notte sola. Quando poi nel tempo sarei tornato al ricordo di quella notte pensai che forse, invece, avevamo commesso una specie di sacrilegio, un offesa grossolana e ingorda nei confronti delle tante storie che ognuno di questi bastoni raccontava e che noi non ci eravamo preoccupati di trovare e di ascoltare. Ma quella notte trascorse tiepida e riposante e allora quello ci bastò.

Questo ricordo torna stamattina, preso dalle mie tante canzoni, dalle mie tante poesie, dalle mie tante storie, accumulate in una vita, reduci di altrettanti cammini a volte impervi, altre volte consumati sotto un sole generoso.

E dentro sento, senza paura sento, senza offesa sento, senza privazione sento, che quella sera facemmo bene, perché è così che funziona la vita, generosa fino quasi ad essere sprecona, madre dello sperma, del polline e degli ovuli, molto più dissipativa che conservativa nel suo disperato bisogno di risalire ogni volta la china e, a conti fatti e prima di tutto, di “sopravvivere”.

Per questo non so davvero cosa sarà di tutti questi “bastoni” che ho portato fino a qui sopra, ma davvero sarei felice se domani qualcuno, al bisogno, volesse adoperarli tutti e in un sol colpo anche e soltanto per scaldarsi un po’ le mani.

Lontano è un paese che non ti do la mano

Lontano è un paese che non ti do la mano

Cesare frequenta la terza elementare. Cesare frequenta la terza elementare all’Istituto Valdese di Palermo. Da quando è cominciata questa storia della pandemia abbiamo prima attraversato il periodo della didattica a distanza e, una volta passata l’estate, siamo entrati in una nuova fase. La scuola ha infatti deciso che per le attività in presenza, a garanzia dei bambini e delle famiglie, la sua classe dovesse essere divisa in due sotto gruppi, ognuno composto da dieci bambini, che stanno naturalmente in stanze diverse e che non si incontrano mai.

Credo che questo lavoro di “divisione” in due della classe debba essere stato un processo molto sofferto e al tempo stesso molto accurato per le bravissime maestre di mio figlio.

Chi mai, d’altra parte, può mettere ordine nelle complesse relazioni umane senza il rischio di perdere pezzi, di produrre fratture dolorose ed insanabili, di infrangere legami che la vita e la quotidiana frequentazione avevano suggellato? E quindi quello che non è stato possibile evitare in “fase divisoria” si è provato a mitigarlo dopo, quando oramai la divisione era un fatto compiuto.

I due gruppi, da quando non sono più un’unica classe, con cadenza regolare, si scrivono quelle che io chiamo, sempre grato a Primo Levi per avermi fatto conoscere questa bellissima poesia di Rilke, le “lunghe lettere da lontano”. Ognuno sceglie uno dei compagni dell’altro gruppo al quale dedicare ed inviare la sua lettera. Ieri è stato giorno di corrispondenza. Leon ha scritto una lettera a Cesare. Cesare una a Matteo. Sono lettere sgrammaticate e struggenti, tanto irriverenti nei confronti della lingua italiana quanto impregnate di una nostalgia palpabile e dolorosa del tempo in cui giocavano assieme, si prendevano allegramente a legnate in giardino, scambiavano parolacce e sformati durante i pranzi in mensa. La lettera a Cesare e stracolma di “spero”. Spero di venire presto a casa tua, spero che ricominceremo a giocare con le carte Pokemon, spero che trascorrerai un buon Natale. Un inno alla speranza di un bambino per cui la speranza dovrebbe essere solo uno strumento buono per domani e che invece maneggia già da mesi con abilità infantile. Quella da Cesare è piena di ricordi. Ti ricordi quando non sei venuto a casa mia, ti ricordi quando ci sedevamo accanto a mensa. Ti ricordi. Un crogiolo di ricordi nel quale si fondono nostalgie acerbe che rischiano di maturare troppo presto.

Vorrei sapere chi è la postina che ogni volta si fa carico di recapitare questa corrispondenza pesante e palpitante. Vorrei sapere se qualcuno alla fine raccoglierà tutte queste lunghe e brevi lettere da lontano per farne l’epistolario di queste tempo che forse da solo, potrà restituirci l’immagine di questa storia altrimenti impervia ed ineffabile.

“Cesare ti mancano Leon e Matteo?”. Che domande stupide che fanno certe volte i padri. Cesare si volta verso la stufa e non risponde.

Domani la postina misteriosa tornerà a congiungere ancora i due gruppi con le sue missive. Tesserà la sua rete di messaggi a ricucire lo strappo fra due gruppi che appartengono ad un’unica entità ma abitano due luoghi differenti, a colmare una distanza apparentemente incolmabile, distanza di non più di qualche metro che costituisce però un baratro, una voragine, fra coloro che sono stati “sempre assieme”.

Perché Roberto Vecchioni non sbaglia quando canta a sua figlia: “ “Lontano” mi chiedi
“Ma dov’è questo lontano?”, lontano è un paese che non ti do la mano, com’è lontano questo lontano…”.

La casa

La casa

Perché davvero, devi credermi, la casa non è muri, non è mattoni, né tegole o cemento. La casa non sono i mobili che l’arredano, i detersivi che la puliscono, gli allarmi che la proteggono. La casa non è nemmeno in fondo i libri o i quadri alle pareti, non è le luci che allontanano il buio, o la stufa per mitigare il freddo. Tutto questo è rete sottile che sembra solida, è sovrastruttura che nel tempo mostra tutta la sua fragilità, la sua mancanza di senso. Come può essere perfettamente pulita, perfettamente ordinata, ben ammobiliata e con le pareti perfette una casa che è piena di vita? Potremo viverci con qualche crepa alle pareti? Potremo viverci con i muri screpolati? Potremo viverci con qualche spiffero e la maniglia della porta che si stacca in continuazione? Io credo di sì.

E invece a quale pezzo di vita dovremmo rinunciare perché essa sia più pulita, più ordinata? A quale pilastro di vita, a quale muro portante di vita, a quale fondamenta di vita siamo disposti a rinunciare perché essa appaia come una di quelle belle case che la vita diserta? Vogliamo rinunciare ai ragni negli angoli, o forse alle formiche che abitano le nostre mura? Vogliamo rinunciare a criceti, tartarughe, gatti, cane, galline e api? Vogliamo rinunciare a quei due esseri improbabili che riempiono le nostre giornate, l’uno l’ombra meridiana dell’altro, oppure a noi, a noi stessi che a piedi nudi l’abitiamo? Vogliamo infine rinunciare all’erba del prato appena fuori, o agli alberi che la aggrovigliano in una rete di radici, o agli storni che giungono a novembre, o alla ghiandaia che gracchia e pretende le ghiande del leccio, o alle due poiane che alte sul nostro capo cercano la giusta ascensionale? A nulla di ciò possiamo rinunciare perché la nostra casa è cellule e sangue, prima di essere sabbia e tufo, la nostra casa è cheratina e clorofilla, prima di essere ferro e argilla. Perché la nostra casa è un canto a salutare l’alba, è il vento che passa tra le foglie, e la risata cristallina dei bambini che giunge la sera dalla stanza accanto.

Forbici

Forbici

Le persone sono forbici. Ho pensato per un poco che lo fossero anche determinate esperienze, certi luoghi che ho visitato nella mia vita. Ma la verità è che collegate a queste esperienze, in qualche modo riconducibili a quei luoghi, c’erano sempre delle persone e che quelle, non altro, fossero forbici. Alcune persone almeno, non tutte quelle che incontriamo, non tutte quelle che in una maniera o nell’altra entrano in relazione con noi ma solo alcune, sono forbici. Esse tagliano la nostra vita a metà. E quando lo hanno fatto vediamo da un lato del tavolo del sarto il pezzo di vita di prima che le conoscessimo, prima che nascessero, prima che bussassero alla nostra porta. Dall’altro lato del tavolo la nostra vita di poi, la nostra vita per quella che è diventata dopo che è stato effettuato il taglio. Un filo sottile a volte tiene ancora uniti i due pezzi ed è la convinzione che sia il secondo pezzo a dare sostanza al primo, che senza il secondo pezzo anche il primo non avrebbe ragione di esistere ed una domanda ci accompagna sempre quando pensiamo a quella persona: “ma come ho fatto a vivere senza di lei?”. Sono tanti i tagli che subiamo nel corso della nostra vita e succede a volte che questi producano coriandoli, che uno di questi, magari un po’ maldestro, possa produrre il crollo dell’intera struttura. E’ allora che sentiamo che la nostra vita si è ridotta ad un mucchio di frammenti. Altre volte invece accade un fatto miracoloso. Vi ricordate quel “lavoretto” che le maestre ci facevano fare durante il periodo prenatalizio? Un foglio di carta piegato “magistralmente” e tanti tagli da fare, tagli accurati, conformi ad un disegno ma che potevano apparire casuali e disordinati a chi ci guardava dall’esterno. E poi il miracolo. Con mani impacciate toglievamo le pieghe a quel che restava del foglio e improvvisamente davanti ai nostri occhi si apriva la meraviglia di un fiocco di neve di carta. Bello e candido come un vero fiocco di neve e come un fiocco di neve unico ed irripetibile. Ecco, questo a volte i tagli delle “persone forbici” producono nelle nostre vite. E’ quello che auguro e spero avvenga nella vita delle persone che amo.

Almeno

Almeno

Noi trasvolatori transcomunali dobbiamo in qualche modo passare il tempo che consumiamo all’interno dei nostri velivoli. Per questo io e il mio copilota (il nano di 8 anni compagno di molte avventure e di altrettanti post) ogni mattina ci lasciamo ispirare dagli eventi per trovare argomenti dei quali discutere. Una volta le nostre gare con la pioggia (io prevedo che entro tot minuti pioverà e lui naturalmente gioca contro le mie previsioni), un’altra commenti poco edificanti su automobilisti che in qualche modo entrano in relazione con noi. Da qualche giorno prendiamo accuratamente nota di tutta una serie di scritte che appaiono proprio sui muri del tratto di strada che facciamo noi. La scritta per la verità è sempre la stessa: “Ti amo Vale”, ma ogni giorno ne scopriamo di nuove come se l’appassionato grafitaro volesse sfruttare ogni superficie verticale del tratto della nazionale compreso fra Carini e Capaci per ribadire in maniera incontrovertibile il suo amore per la misteriosa Vale. Ed è proprio il mistero che ammanta la figura di Vale che ci ha molto tenuti impegnati ultimamente. Come sarà questa Vale, perché l’anonimo scrivano post moderno la ama tanto, come la starà prendendo Vale la cosa di trovarsi appiccicata più o meno ad ogni angolo di strada, sono le questioni che ci siamo posti e che di volta in volta ci hanno ispirato risposte molto sdolcinate e poetiche (io) ed estremamente esilaranti (il nano).

Poi ieri il colpo di scena: nel sottopassaggio che connette i due comuni costieri e sotto una delle romantiche ma ripetitive attestazioni d’amore è comparso quello che sembra un commento della misteriosa Vale. Cesare non è tanto d’accordo ma per me si evince chiaramente che forse “La Vale” non è proprio innamorata innamorata del suo infaticabile writer, ma con quel impagabile “almeno” ci rivela con estrema chiarezza di essere personcina molto, molto pragmatica.