Non ho mai fatto uso di stupefacenti. Ma niente, nemmeno una canna. Qualche curiosità “teorica” nei confronti delle droghe psichedeliche ma così, tanto per dire. Troppo bacchettone, in tutta la mia vita mi sono tenuto a distanza di sicurezza persino dal caffè e dal tabacco, e quindi figuratevi. Eppure anche io ho consumato due esperienze discretamente allucinogene, la prima senza sapere a cosa andassi incontro, la seconda con la determinazione di chi vuole riprovare. Ma adesso narrerò solo della prima.

Era il 2000 ed ero in Inghilterra per il Meeting Internazionale dell’Istitute for Earth Education, l’associazione mondiale di educatori ambientali della quale faccio parte dal 1996.

Il ramo inglese aveva organizzato l’incontro al meglio e si era avvalso di un’organizzazione che si chiamava “Green and Avay” che di lavoro faceva proprio questo: organizzava eventi perfettamente ecosostenibili e un po’ selvaggi. Tutto si svolgeva su un infinito prato verde da qualche parte a nord di Londra. Si dormiva in meravigliosi tepee, le cucine da campo sfornavano a ritmo sostenuto immangiabili piatti vegani e crudisti, le sale degli incontri erano di continuo assemblate a partire da enormi balle di paglia che venivano poi coperte con stoffe sontuose e multicolori.

La settimana passava fra incontri con il nostro fondatore, Steve Van Matre, e gli educatori più anziani, gruppi di lavoro, performance artistiche varie. Le giornate poi si concludevano attorno ad enormi falò a bere e chiacchierare.

Una sera giunse notizia che ci si poteva iscrivere per partecipare all’esperienza della “sweat lodge”. Qualcosa avrei dovuto capire dal fatto che la notizia divise l’assemblea dei presenti al fuoco in due gruppi molto netti: la maggior parte di quelli che fecero un passo indietro e che si ritirarono nell’ombra, e una piccola minoranza di entusiasti aspiranti a loro volta composti da coloro che avevano già fatto l’esperienza e volevano rifarla e coloro che non sapevano cosa li aspettava. Io appartenevo a questi ultimi. Da lì a poco una compassata ed occhialuta giovane britannica si materializzò nella notte invitando chi aveva prenotato a seguirla. Ci condusse attraverso il prato e a qualche decina di metri da dove ci aveva prelevati fummo al cospetto della nostra sweat lodge (in italiano “tenda sudatoria”). In maniera un po’ sbrigativa ci disse che chi l’aveva già fatto sapeva già di cosa si trattava, gli altri lo avrebbero capito facendo. A quel punto con pochi gesti rapidi si spogliò completamente nuda ed invitò tutti a fare lo stesso. I neofiti come me non sapevano dove guardare ma in fretta corrispondemmo alle aspettative della nostra guida denudandoci a nostra volta. Eravamo una dozzina e quando tutti fummo dentro la capanna sudatoria mi resi conto che eravamo costretti in uno spazio terribilmente angusto e completamente buio. Accovacciati in cerchio, con le ginocchia al mento, stretti l’uno contro l’altro. La nostra guida entrò per ultima e solo dopo avere accumulato al centro una certa quantità di pietre che chissà da quanto tempo si stavano arroventando in un fuoco poco distante. Quando fu con noi provvide a sigillare completamente la tenda e il rito ebbe inizio. Mentre parlava cominciò a versare innumerevoli mestolate d’acqua sulle pietre arroventate dalle quali si sprigionò una gran quantità di vapore che saturò presto l’atmosfera della tenda. La guida ci chiese se stavamo tutti bene, ci invitò a capire se qualcuno di noi era a disagio e preferiva lasciare la tenda, ci rassicurò circa il fatto che lei possedesse una lampada e in qualunque momento poteva accenderla se fosse stato necessario. Nessuno, impegnati come eravamo a tentare di capire come reagivano a quella condizione surreale, disse nulla. Allora la nostra guida, dopo un ultimo mestolo sulle pietre, cominciò ad intonare uno strano canto. Più una cantilena per la verità, a volte una specie di gemito prolungato, altre un suono reiterato e bassissimo. All’inizio non mi resi quasi conto di questa novità preso come ero a tentare di capire se su di me prevaleva il desidero di scappare via ululando dalla tenda o di continuare immerso in quella umanità sudata e in quel suono che si faceva sempre più insistente. Dopo un poco però la sensazione sonora cominciò a prevalere su tutto e la mia testa letteralmente partì attraverso la galassia. Non racconterò qui di quel viaggio che anche per me resta ancora oggi abbastanza ineffabile ed inenarrabile, dico solo che dopo un tempo inquantificabile tornò a farsi sentire la voce fatta adesso di parole della nostra guida che diceva che l’esperienza stava per finire, che da lì a qualche secondo la tenda sarebbe stata aperta e che a pochi passi, come fosse la cosa più normale del mondo, era stata preparata una piscina di fango dove, se volevamo, potevamo completare la nostra esperienza ricoprendoci appunto di fango. Quando fummo fuori dalla tenda non eravamo più gli stessi, il gruppetto eterogeneo ed internazionale di timidi ed incerti educatori ambientali si era trasformato in una dozzina selvaggia che nuda, fumante e ricoperta di fango si lanciò attraverso l’estiva notte britannica all’assalto dei tanti rimasti attorno al fuoco. I pochi secondi fummo addosso ai malcapitati e chi non riuscì a eclissarsi nelle tenebre fu assalito, abbracciato, strapazzato da questo branco ululante e folle. Nonostante la ridottissima lucidità non dimenticherò mai la faccia del nostro Decano quando ci vide arrivare come spettri urlanti nella notte. Tutto durò pochi minuti, il tempo che ci volle a restituirci alla noiosa e prosaica realtà, a quella parte di universo nella quale la gente va in giro vestita, non si spalma abitualmente di fango, e non si mette ad abbracciare e baciare sconosciuti in una notte d’estate.

La sensazione fu quella che immagino provarono Adamo ed Eva appena buttati fuori dal paradiso terrestre: ci rendemmo improvvisamente conto di essere nudi e ne provammo una grande vergogna.

Sono passati più di vent’anni da quel giorno e da allora solo un’altra volta ho messo piede in una capanna sudatoria per consumare un’esperienza per certi versi ancora più forte della prima. Ma questa è un’altra storia che forse racconterò in un altro tempo.

Oggi, individuato lo spazio più adatto in giardino, per come vanno le cose e per quelli che sono i ricordi che conservo, diciamo che sto valutando seriamente la possibilità di costruire una sweat lodge in zona pollaio.

5 pensieri su “Sweat lodge

  1. Se non lo diciamo ai bambini la proverei volentieri…fammi sapere appena provvedi alla realizzazione! Sicuramente esperienza migliore di una sauna! Mi piacerebbe sapere come ha vissuto il tutto il nostro Steve!

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