Per circa due anni andai dietro una cosa che allora si chiamava Operazione Raleigh: tre mesi di spedizione scientifica con contingenti internazionali nei luoghi più incredibili del mondo. Il problema era trovare uno sponsor che consentisse a me e ad altri tre palermitani di partire. Il problema fu risolto da un giovanissimo sindaco palermitano che credette in questa cosa e ci permise di consumare una delle più belle esperienze della mia vita.

Bellissima appunto, ma molto diversa da come me la ero immaginata. Per uno come me che si innamora dei titoli dei libri per poi scontrarsi quasi sempre con al realtà costituita dal succedersi di decine di pagine a volte ben scritte altre meno, a volte piene di significati altre di strafalcioni, sarebbe stato difficile all’inizio fare i conti con un’esperienza che se di titolo faceva “Incredibile spedizione scientifica in Malesia” poi nella realtà era fatta da tanti disagi, novità, cambiamenti. Condizioni di vita estrema nella giungla, in grotta, sull’isola deserta dove facemmo le attività subacquee, condizioni difficili nella logistica, dal dove dormivamo al cosa mangiavamo, ma soprattutto per me la consapevolezza, acquisita solo una volta arrivato li, che l’organizzazione (giustamente direi adesso) non mi permetteva di trascorrere i tre mesi con la persona con la quale avevo affrontato tutta questa storia e che era in quel tempo anche la mia ragazza.

Arrivato quindi in Malesia, a tirare su una torre di avvistamento ornitologico in un parco di Sarawak, immersi nella giungla dove dormivamo coperti solo da una zanzariera, costretti a subire le delizie culinarie di volontari per lo più britannici e a bere l’acqua del fiume sempre calda perché dopo averla bollita non c’era il tempo di farla raffreddare e tutto ciò senza avere accanto Giulia, mi prese una tale rabbia, un tale magone che rischiavano veramente di farmi perdere il senso della cosa, di non farmi superare gli ostacoli che non mi permettevano di vedere tutto il bello che sarebbe inevitabilmente venuto dopo. Ad un certo punto chiesi di parlare con l’organizzazione altrimenti, minacciavo, me ne sarei tornato a casa.

Fui accontentato e per due giorni trasferito in un villaggio vicino al parco dove risiedevano due dei responsabili britannici della spedizione. Non ricordo il nome di lei, ricordo solo quello dell’uomo: si chiamava Mike. Passai due giorni con loro. Furono gentilissimi e comprensivi. Cucinarono per me cose a loro avviso deliziose che mi convinsero del fatto che in fondo la cucina di campo non era il peggiore dei mali. Ma soprattutto feci lunghe conversazioni con Mike. Mike era un ex militare poi convertito all’ambientalismo attivo. E la sera stessa che arrivai mi disse: “io capisco bene in che condizione psicologica ti trovi adesso…credo che sia simile a quella nella quale mi trovavo io nei primi mesi del mio servizio nell’esercito. Quello che mi ero immaginato non trovava riscontro nella realtà che stavo vivendo e rischiavo di perdere il significato più profondo e autentico dell’impegno che avevo deciso di prendere. Solo che nessuno poteva restituirmi quel significato se non il trascorre del tempo all’interno di quella situazione. Allora decisi che avevo bisogno di una strategia. Di qualche cosa che facesse trascorrere quel tempo e nella quale riversare tutta la mia cura e la mia attenzione nella speranza, domani, che il senso mi sarebbe nuovamente stato svelato e che io avrei portato con me quella cosa per potere dire domani <me ne sono preso cura quando avevo perduto la speranza…è ancora qui con me e continuo a prendermene cura anche adesso che ho ritrovato sia il senso che la speranza>. Avevo con me un vecchio anello che mi aveva regalato mio nonno e ogni mattina dedicavo un certo tempo a lucidarlo con il massimo dell’attenzione. Riservavo a quell’azione una cura quasi religiosa e fu la cura per quell’anello che settimane dopo mi traghettò nuovamente nel territorio del senso ritrovato”.

Quella lezione non mi servì in quell’occasione. Mike probabilmente si rese conto di avere davanti a se un caso di italiano rompi palle ed irrecuperabile che faceva pure le facce strane vedendogli mettere nel sugo ai funghi quattro cipolle tagliate grosse, e alla prassi educativa preferì il negoziato civile. Ebbi la possibilità così di partecipare alla seconda fase della spedizione con Giulia e tutto si sistemò.

Da giorni però mi torna in mente l’anello di Mike. In questi giorni in cui ciascuno di noi rischia di perdere il senso delle cose, di smarrire i significati stessi che ci tengono legati alla vita io credo che ognuno di noi dovrebbe recuperare fra le proprie cose un vecchio anello da lucidare. Qualche cosa che ci consenta di andare oltre il tempo, che metta in fila i secondi all’interno di un’attività che è al tempo stesso cura e distrazione e che ci permetta domani di dire: ciò che ancora oggi stringo fra le mani, così lucente e solido, era con me quando stavo per smarrirmi, è come me adesso che mi sono ritrovato.

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