Si approssima la stagione invernale. E per la prima volta nella mia vita ho la sensazione che questa possa rappresentare l’inverno del cuore e dell’anima ancora prima di essere l’inverno del corpo. Neanche l’apice solstiziale costituisce più una consolazione e una speranza di luce e apre semmai ad un tempo che non riusciamo a decifrare né a prefigurare e che per questo ci lascia spaventati ed attoniti.

In questo tempo senza precedenti in un’ottica generazionale veniamo spinti collettivamente al di sotto del livello di bisogni al quale la maggior parte di noi era abituata e questo ci catapulta in una nuova condizione in cui paure e certezze, gioie e dolori, nella loro contrapposizione agli estremi di una forbice molto più ampia, hanno un’intensità nuova. Non sono più impregnati da quel tepore proprio di un’umanità che si situa molto in alto nella piramide di Maslow, ma sono semmai caratterizzati da temperature estreme che ci sottraggono dalla fascia temperata del nostro pianeta e ci gettano, senza alcuna preparazione, in un angolo del nostro universo, stretti fra la temperatura di Plank e lo zero assoluto delle nostre nuove emozioni.

Impreparati e confusi ci ritroviamo sulla soglia di questo tempo con il rischio concreto, una volta che questa fase sarà passata, di ritrovarci fra i “sommersi” anziché fra i “salvati”.

In questo tempo, in questa contingenza propongo a me stesso una riflessione ed un proposito.

Io credo che questo tempo vada preparato con il tempo. Il “darsi il tempo” del mio amico Michele Nardelli diventa in questo momento più che mai attuale nella possibilità che esso ci concede di fermarci ad osservare, fare un respiro profondo, raccogliere le idee, prepararci per il affrontare il cammino, aprirci alla compassione, adempiere ai riti, prefigurare scenari.

E ci si impone la necessità di prepararci contemporaneamente al tempo del dolore e al tempo della gioia, perché non sappiamo davvero cosa ci proporranno personalmente i giorni e la stagione che viene e perché dobbiamo nutrire dentro di noi la speranza che a questo tempo di dolore collettivo seguirà inevitabilmente il tempo della gioia collettiva.

Questo impegno costituisce, a mio modo di vedere le cose, una specie di obbligo morale perché sarebbe uno spreco intollerabile che queste generazioni che abitano “in questo frangente storico” il pianeta non facciano tesoro di questa esperienza dolorosa, nella speranza di saperla mitigare qualora dovesse ripresentarsi, e non siano capaci, quando sarà il tempo, di vivere in pienezza e senza volgarità o banalità, la gioia che seguirà.

Per primo a me stesso propongo ogni giorno di preparare il tempo del dolore e non posso che rinforzare il proposito attraverso le parole di Primo Levi in “Se questo è un uomo” quando racconta le ultime ore a Fossoli e di come quasi tutti non fossero capaci né di prefigurare né di preparare quel dolore che già si approssimava ai cancelli del campo, dandosi a tutte le follie e alle nefandezze alle quali l’uomo si presta in queste occasioni e nell’ultima ora. Poi però improvvisamente agli occhi dei disperati si presenta la scena della famiglia dei Gattegno: “Nella baracca 6 A abitava il vecchio Gattegno, con la moglie e i molti figli e i nipoti e i generi e le nuore operose. Tutti gli uomini erano falegnami; venivano da Tripoli, attraverso molti e lunghi viaggi, e sempre avevano portati con sé gli strumenti del mestiere, e la batteria di cucina, e le fisarmoniche e il violino per suonare e ballare dopo la giornata di lavoro, perché erano gente lieta e pia. Le loro donne furono le prime fra tutte a sbrigare i preparativi per il viaggio, silenziose e rapide, affinché avanzasse tempo per il lutto; e quando tutto fu pronto, le focacce cotte, i fagotti legati, allora si scalzarono, si sciolsero i capelli, e disposero al suolo le candele funebri, e le accesero secondo il costume dei padri, e sedettero a terra a cerchio per la lamentazione, e tutta notte pregarono e piansero. Noi sostammo numerosi davanti alla loro porta, e ci discese nell’anima, nuovo per noi, il dolore antico del popolo che non ha terra, il dolore senza speranza dell’esodo ogni secolo rinnovato”.

E sempre a me stesso, prima di tutto, propongo in egual modo e nello stesso momento di cominciare a preparare il tempo della gioia.

Moni Ovadia nel suo “Contro l’idolatria” scrive:

…me ne avvidi alcuni anni or sono a New York un venerdì di primavera verso le 15, sulla soglia di un negozio di elettronica gestito da ebrei ortodossi che volevo varcare per fare acquisti.. Una gentile signora mi fermò e mi disse: – mi rincresce, ma stiamo chiudendo.

Protestai che lo sabbat iniziava alle 17,30. La signora mi domandò se fossi ebreo, dissi di sì, allora soggiunse: – e non capisce?

– Che cosa dovrei capire? – replicai. – Lo sabbat inizia fra più di due ore.

– E lei vuole che io riceva lo sabbat così. Non vuole che mi faccia una doccia? Che mi cambi d’abito?

Solo allora capii e ricevetti una memorabile lezione di timing. La gentile signora aveva guardato in anticipo il suo orologio per accedere con dignità alla dimensione sabbatica, che bandisce i confini, i ruoli e le disuguaglianze per erigere il tempo a santuario dell’essere umano.

Erigere il tempo a santuario dell’essere umano. Nel mio essere un appassionato camminatore non riesco proprio ad immaginare il mio come un santuario. Mi piace piuttosto immaginarlo come un’edicoletta votiva, di quelle che si trovano in alcuni crocicchi delle strade del Trentino, di Grecia o di Sicilia. Di quelle che invitano alla preghiera e al raccoglimento anche l’Ateo più convinto. Provare io quindi ad erigere, in questo tempo illeggibile che viene, il tabernacolo del mio tempo, strumento esso stesso per preparare il tempo che viene, strumento necessario per affrontare il dolore che non bisogna neanche aspettare perché già presente, per non sprecare la gioia che certamente arriverà. Uno strumento costruito nel raccogliere attorno a se ciò che di più prezioso la vita ci ha donato, di raccogliere noi stessi per essere capaci, anche nello smarrimento, di restituirci a noi stessi, ed , in fine, per accogliere gli altri.

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