Mattina di fuoco tipica da genitori/lavoratori in tempo di pandemia. Il grande per il terzo giorno di lezioni a distanza è per fortuna a casa, il piccolo invece deve essere portato a scuola entro un tempo decente per lui e per il mio arrivo in ufficio. Davanti la solita sfilza di incombenze, la stessa che ti si para davanti ogni mattina quando apri il primo occhio e ti dici (come direbbe una mia cara amica) “un ma siento”. Mentre sfreccio a destra e sinistra percorrendo ogni possibile diagonale che connette la casa con il giardino, mi accorgo che Cesare è ancora in mutande, immobile davanti ad una TV inopinatamente accesa ed evidentemete e strumentalmente impegnato nello sbottonamento del colletto della polo che avrebbe giù dovuto indossare almeno 7 minuti fa. Nel tentativo di mitigare la partenza dell’embolo provo a rivolgermi a lui con la giusta dose di ironia: “Cesare quante ore pensi che ci vogliano per sbottonare quel colletto?”. Lui resta con lo sguardo fisso sullo schermo e con voce piatta e priva di ogni emozione mi dice: “Papà io non riesco a sbottonarlo e quindi (cito testuale n.d.r.) l’attività che sto facendo potrebbe durare teoricamente all’infinito”. Ciò che meriterebbe un significativo approfondimento, un plauso genitoriale che riconosca il valore dei termini usati e del pensiero prodotto, finisce per essere mortificato dala quotidiana pena e a me non resta che dire: “Cesare vedi di camminare e dammi questa maglietta che se no a scuola ti ci porto in mutande”. Alla fine aveva ragione Marco Messeri quando ne “La messa è finita” diceva che “la vita è volgare”.

Un pensiero su “Verso l’infinito e oltre

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