Conservo queste foto nella tasca di davanti dello zaino. Le conservo da quando, qualche sera fa, mia sorella Viviana me le ha date. Mia sorella Claudia mi ha fatto sapere poco dopo che le rivuole. Lei in quelle foto c’è. Io le ho scansite entrambe. Una la conoscevo, l’altra no. Sono state scattate durante quel 1973 che io considero il mio personale buco nero. Da qualche parte ho scritto come poco tempo fa mi sono stupito di avere scoperto solo di recente “Vincent” di Don McLean e di come la ragione di questa mia tardiva scoperta sia il fatto che quella canzone arrivò in Italia come sigla di uno sceneggiato che, immerso nel mio buco nero, io non avevo avuto modo di vedere, alla stregua di tante altre cose che quell’anno non vidi, non feci, non capii, non imparai.


Delle due conoscevo la foto nella quale siamo io e Claudia da soli nel mezzo di una piazza Duomo un po’ veneziana. Ma non conoscevo l’altra.
Difficile dire cosa provo guardando questa foto e forse non voglio dirlo nemmeno, non voglio nemmeno provarci. Ma c’è un grumo che mi costringe da giorni a togliere e rimettere nella tasca dello zaino le foto, un grumo che sembra fatto di frammenti di vetro e che devo espellere. Io lo faccio scrivendo e condividendo con chi ha voglia di leggere. Sono fatto così.

Non è mia sorella, troppo bambina in quella foto, come me d’altra parte, che in quanto tale non poteva sapere, non poteva capire fino in fondo la tragedia nella quale eravamo immersi, cosa esattamente stesse succedendo.
Non è mia nonna, troppo semplice e al contempo dotata di un suo servofreno dentro il cuore che le consentiva, come è giusto che sia, di sopravvivere a tutto.
E’ mio nonno. Bartolo che non aveva mai prima di allora lasciato la sua isola. Bartolo che era andato via dal suo paese sulle montagne e che, pur di garantire alla sua famiglia un inurbamento dignitoso, si era sottoposto all’umiliazione di fare gli esami di terza media nello stesso giorno e nella stessa classe in cui lo fecero le sue figlie e in questo modo vincere il concorso al Banco Di Sicilia dal quale, tanti anni dopo, sarebbe uscito come cassiere capo della sede centrale di Palermo. Bartolo che nonostante tutto prese il primo aereo della sua vita e con genero, moglie, nipoti, si trasferì per settimane a Milano per seguire questa figlia così amata e che da li a quale mese, e questo lui lo sapeva, noi no ma lui si, lo avrebbe lasciato per sempre.
E’ mio nonno che non riesco a guardare e dal quale al tempo stesso non riesco a distogliere lo sguardo. Perché per quanto mi sforzi non riesco a capire dove quest’uomo, che se è possibile ho amato più di mio padre, abbia trovato la forza, il respiro, il senso che da il ritmo al nostro passo per andare da un punto ad un altro. Perché, se provo ad immaginare quello che lui provava in quel momento, non riesco a comprendere come abbia potuto vestirsi quel giorno, e fare colazione, e condurci, in qualche modo, in quella piazza, acquistare i bruscolini, distribuirli sulle nostre mani bambine, sulle sue, su quelle di sua moglie, e farsi fare questa foto.

Credo che Bartolo fosse in gioventù un uomo dalle passioni focose. Poi, raccontano, una notte a 40 anni accadde qualche cosa per cui lui decise che era venuto il momento che la sua vita doveva cambiare. Fu allora che spense una prima parte di se. Trenta anni dopo, quando mia madre morì, io credo che Bartolo abbia spento la seconda parte e tutto quello che rimase in apparenza fu un uomo che passava le sue giornate a fare eterni solitari con le carte, a sentire la radio a transistor ricoperta di cuoio, a diluire il vino con la gazzosa, a raffreddare il brodo con i cubetti di ghiaccio. E invece rimase dell’altro, lasciò una fiammella accesa alla quale poi ancora per anni io e mia sorella ci saremmo scaldati. Mi piace pensare che quel giorno, in piazza Duomo, lui abbia messo da parte il poco carburante che restava affinché quel fuoco, almeno quello, non si spegnesse mai. La divinità, che generosa con me mi ha concesso di condividere con lui l’ultimo respiro, ha dato a me e a mia sorella un’altra possibilità: quella di crescere per anni al riparo del suo silenzio, protetti dalla sua ironia sorridente, al caldo di quella fiamma che era tutto ciò che restava di lui e che lui, senza pensarci su troppo e senza sprecare parole, destinò interamente a noi due.

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