L’odore del Montana

l giorno del mio compleanno c’era ancora il sole e stiedi a lungo seduto su una delle panchine del campus universitario in coraggiose maniche corte. Ma il 15 settembre mi svegliai che i prati erano già coperti di neve. Da quel momento e fino a quando, a fine dicembre, non avrei lasciato il Montana, la neve, il ghiaccio, il gelo sarebbero state le costanti climatiche di quel luogo che avrei tanto amato.

La mia partenza prevista per il 19 dicembre fu rimandata al 20 perché il termometro segnava un meno 54 che non era temperatura tanto normale nemmeno per loro. Era il 1983. In quel posto così nuovo e diverso per me scoprivo giorno dopo giorno luoghi, cibi, persone, colori, storie ma non riuscivo ad entrare in contatto con gli odori. Avrei scoperto poi che quella sarebbe stata una delle costanti della mia vita. Pronto ad entrare a contatto con la matrice profonda di un posto ma lento a coglierne quella olfattiva. Gli odori del Montana, cristallizzati in quella loro custodia ghiacciata, stentavano ad essere percepiti dal mio naso e trasferiti per essere decodificati ed immagazzinati nel mio cervello. Sarebbe stato così negli anni successivi anche in Malesia, in Africa, mentre gli altri sensi avrebbero svolto velocemente e bene i loro lavoro, il mio olfatto ritardato mi avrebbe fatto credere per un certo tempo di trovarmi in luoghi privi di odori.
Poi un giorno, in questa vacanza olfattiva in Montana, durante un’attività universitaria fui invitato a visitare delle serre. Nel gelo di una mattina da far West varcata la soglia di quelle serre didattiche, nelle quali studenti e profesori si divertono a coltivare “esotismi relativi”, in un solo secondo piombai da un mondo inodore in uno nel quale si condensavano in un solo momento tutti gli odori e i profumi della mia terra e della mia vita di prima. Il mio naso, così timido nel riconoscere odori esteri, in realtà si teneva però ben stretto un suo patrimonio di odori, una sua eredità che adeso e in un colpo solo gli veniva servita in un unico piatto. Più di tutti mi assalì l’odore/ricordo di un pomeriggio d’estate in un nespoleto di Trabia dopo che una sventagliata di pioggia imprevista lo aveva ripulito dalla polvere accumulatasi in tutta una stagione ed impreziosito con un profumo di geosmina. Fu un’esperienza scioccante che mi condusse ad un passo dalle lacrime e che sconvolse più di me le mie fredde guide, sorprese e incapaci di compassione al cospetto del neurolabile italiano.
Stamattina, sotto questa pioggia d’agosto, quel profumo è tornato, uguale nella sua nitidezza e nel suo essere tagliente. Solo che adesso porta con sé non solo il ricordo di quel pomeriggio di Trabia, ma anche quello della serra del Montana e di tutti quei giorni che il mio olfatto lento ma implacabile è stato capace di collezionare. È un dono grande che contemplo e narro.

6 pensieri su “L’odore del Montana

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