C’è una ghiandaia che arriva qui sulla costa da chissà quale querceta dell’entroterra. Ha posto anni fa un’ipoteca sul leccio nato da una ghianda pantesca e che adesso trionfa e copre gran parte del patio. Ogni mattina arriva dalla sua sconosciuta abitazione per rivendicare il privilegio e controllare la sua proprietà gracchiando poche volte con la discrezione e l’autorevolezza di chi vanta un diritto che nessuno può mettere in discussione. Aspetta il tempo in cui le ghiande saranno mature e dopo pianterà boschi.

Poi c’è il leccio appunto. Reduce da una stagione felice, ha oggi i rami impavesati da infiniti abbozzi di ghiande. Le indossa senza ostentazione come chi sa di essere il rappresentante un po’ fuori luogo di una specie generosa e gratuita che non tiene conto del proprio seme perché alla fine è interessata unicamente alla propria progenie. È legato alla ghiandaia da un patto antico, un patto di vita, un patto silenzioso che la maggior parte degli uomini non conosce.

E poi ci sono io. Ogni mattina aspetto il gracchiare della ghiandaia e spero di cogliere il lampo azzurro delle sue remiganti. Ogni giorno godo dell’ombra che il leccio mi dona e spazzo via tutti gli aborti di ghiande che non nutriranno la ghiandaia e non riprodurranno il leccio. Ed io che conosco il loro patto mi sento un po’ come se fossi il garante di qualche cosa che nella mia contemplazione trova il suggello.

4 pensieri su “Il triangolo

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