Ci sono canzoni buone subito, canzoni che ti fanno pensare: “ecco, chi l’ha scritta stava vivendo esattamente quello che io sto vivendo in questo momento”, canzoni che descrivono perfettamente l’emozione di quell’attimo e per le quali dici: “fossi capace di scrivere canzoni o poesie è proprio così che avrei descritto il mio stato d’animo di oggi”.

Poi ci sono canzoni che li per li non ti dicono nulla, canzoni per le quali non sei ancora maturo, canzoni che sembra non ti riguardino. Le ascolti e ti lasciano indifferente tanto da farti pensare: “ecco a me questa canzone non piace affatto”. Passano gli anni, si entra in altre fasi della propria vita ed improvvisamente, un giorno, risenti quella canzone e allora comprendi perché era stata scritta, ti dici: “io allora non potevo capirla per il semplice fatto che non stavo vivendo e non avevo mai vissuto quello che l’autore invece aveva già vissuto…ora so cosa intendeva perché solo adesso sto attraversando una fase della mia vita che mi permette di sentire, di comprendere”.

Infine ci sono canzoni che non appartengono né alla prima né alla seconda categoria. Canzoni che ti risuonano dentro e non sai perché, canzoni evocative del nulla, vere e proprie reminiscenze passate che non appartengono alla tua esperienza, che l’autore è stato capace di piantare in un luogo e in un tempo che non appartengono a nessuno e che proprio per questo finiscono per appartenere a tutti. Queste canzoni ci piacciono senza sapere il perché.

In realtà però ho scoperto esserci una quarta opzione, un’eccezione, un sub-caso del terzo, una di quelle cose che non poteva accadere e che nessuno poteva prevedere, una contingenza assurda anch’essa fuori dal tempo e dallo spazio che prende una di queste canzoni e le da improvvisamente un significato profondo, la rende più attuale di qualunque altra prima.
Ieri mentre ero al bosco dei Cento Acri è arrivato a sorpresa il Grande e ci siamo seduti su una specie di salottino di vimini “dismesso” (!!!) da qualcuno dei confinanti, sospesi fra il temporale e il tramonto. E mentre circondavo le spalle di Zaccheo, ogni giorno più ampie, ho pensato a questa canzone e mi sono reso conto che era perfetta per questo momento assurdo ed imprevedibile della mia vita calato in questo momento assurdo ed imprevedibile della vita del mondo. Mi sono reso conto che per me Bruno Lauzi (che ricordo sempre con un senso di privazione doloroso) aveva ragione quando con questa canzone volle dire, più o meno consapevolmente, a Gaber che la libertà non deve essere per forza “partecipazione” ma può essere anche, magari per un poco, distacco ed assenza.

2 pensieri su “L’ufficio in riva al mare

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