Figlio della mia formazione ambientale ed ecologica ho pensato per lungo tempo che il concetto di resilienza fosse un concetto esclusivamente positivo. L’idea che le comunità naturali, gli habitat, le specie, potessero reagire alle avversità recuperando, in tempi ragionevoli, salute ed equilibrio mi è sempre sembrata la via che Gaia ci indicava per dirci “ecco come si fa…imparate da me e nulla potrà farvi del male in maniera irreparabile”.

Poi ho capito che anche la resilienza stava diventando uno strumento pericoloso in mani di altri. Non ho capito bene cosa ne ha fatto la psicologia, ambito che non conosco e del quale quindi non mi sento di discutere, anche se la sensazione è che il termine in quel campo sia stato utilizzato in maniera esagerata almeno “quantitativamente” parlando.
So però, soprattutto grazie alla lettura di un libro, la sorte che è toccata alla resilienza quando si parla per esempio di cooperazione internazionale. Li il sistema è stato capace di imporre il proprio punto di vista passando da una situazione nella quale, magari maldestramente, si riusciva ad immaginare un mondo più giusto per raggiungere il quale bisognava dare a tutti le stesse risorse e le stesse possibilità ad un’altra situazione (nel tempo appunto della resilienza) nella quale il sistema si rende conto che su questo pianeta non ce ne è per tutti e invece di immaginare una rivoluzione dei consumi, un cambiamento dei sistemi produttivi e degli stili di vita, una (udite udite….che orrore!) decrescita felice, si immagina piuttosto che non è detto che “tutti possano e debbano farcela”. Così si tira fuori dalla manica la resilienza: “tu uomo o donna (meglio donna che dirlo fa figo!) di quello che non chiamo più terzo mondo (perché dirlo non fa più figo!) vuoi salire sul mio carro (ahimè sempre più stretto)? Allora devi dimostrare a me, secondo i miei parametri, che sei resiliente”. In sostanza devi dimostrarmi di essere capace di reagire positivamente ai disastri e alle vessazioni che i miei stili di vita reiterati ed imperituri hanno prodotto alla tua vita e al tuo ambiente e solo allora io ti garantirò uno strapuntino sul mio treno lanciato verso un futuro radioso.
Questo è proprio quello a cui istituzioni e programmi di cooperazione ci hanno abituato negli ultimi anni: la visione di un mondo definitivamente diviso in due dove l’idea “non uno di meno…non si lascia indietro nessuno” è derubricata a mero retaggio pietistico e dove la resilienza diventa un idea negativa, la giustificazione per un mondo non più disposto a “recuperare” e che invece preferisce “abbandonare”. Hanno infatti dimenticato di dirci che il concetto di resilienza in ecologia ha un senso nella misura in cui ci si trovi all’interno di un sistema aperto e provvisto di risorse tendenzialmente illimitate, un ambiente nel quale una specie o un individuo che ha subito una “catastrofe” ha la possibilità di recuperare il proprio equilibrio prendendo magari risorse da altri ambienti limitrofi, adattandosi a consumare la risorsa contenuta in altra nicchia ecologica lasciata libera.
Hanno infatti trascurato di dirci che se l’idea di sistema aperto può, con qualche forzatura, adattarsi agli ecosistemi del nostro pianeta, essa non può in nessun caso essere utilizzata per il nostro pianeta nella sua totalità. Esso infatti è un sistema chiuso per tutto tranne che per l’energia (e anche li ha un apporto limitato da parte della sua stella) e che non esiste resilienza possibile li dove tutte le nicchie (ecologiche ed economiche) sono state già occupate, li dove tutte le risorse sono in mano a pochi, li dove in sostanza resilienza finisce per volere dire: “se va bene vi regaliamo il nostro scarto…e dovete ringraziarci pure e dimostrare di essere resilienti se no non vi diamo più nemmeno quello”.
La resilienza in tempo di globalità non ha più quindi quel valore positivo che l’ecologia, che ragiona in termini di ambienti contigui anche se correlati, le aveva attribuito.
La resilienza diventa così replica su scala planetaria dell’esperimento sociale del lager perché diventa scusa per dimenticare ciò che l’uomo è stato capace di contrapporre alla cecità ed ingiustizia insite nella natura: la legge e il senso morale. E ancora una volta lascio a Primo Levi la parola.
 
“Noi non crediamo alla più ovvia e facile deduzione: che l’uomo sia fondamentalmente brutale, egoista e stolto come si comporta quando ogni sovrastruttura civile sia tolta, e che lo “Häftling” non sia dunque che l’uomo senza inibizioni. Noi pensiamo piuttosto che, quanto a questo, null’altro si può concludere, se non che di fronte al bisogno e al disagio fisico assillanti, molte consuetudini e molti istinti sociali sono ridotti al silenzio.
Ci pare invece degno di attenzione questo fatto: viene in luce che esistono fra gli uomini due categorie ben distinte: i salvati e i sommersi. Altre coppie di contrari (i buoni e i cattivi, i savi e gli stolti, i vili e i coraggiosi, i disgraziati e i fortunati) sono assai meno nette, sembrano meno congenite, e soprattutto ammettono gradazioni intermedie più numerose e più complesse.
Questa divisione è molto meno evidente nella vita comune; in questa non accade spesso che un uomo si perda, perché normalmente l’uomo non è solo, e, nel suo salire e nel suo discendere, è legato al destino dei suoi vicini; per cui è eccezionale che qualcuno cresca senza limiti in potenza, o discenda con continuità di sconfitta in sconfitta fino alla rovina. Inoltre ognuno possiede di solito riserve tali, spirituali, fisiche e anche pecuniarie, che l’evento di un naufragio, di una insufficienza davanti alla vita, assume una anche minore probabilità. Si aggiunga ancora che una sensibile azione di smorzamento è esercitata dalla legge, e dal senso morale, che è legge interna; viene infatti considerato tanto più civile un paese, quanto più savie ed efficienti vi sono quelle leggi che impediscono al misero di essere troppo misero, e al potente di essere troppo potente”.
 
Tre mesi fa questo post avrebbe potuto concludersi qui. Non fosse per la pandemia, non fosse per questa crisi globale che se non ci mette, come dice il Santo Padre (unica critica che mi permetto di fare al suo ultimo discorso), tutti sulla stessa barca (troppi su fragili vascelli e pochi su confortevoli yacht), di sicuro ci vede tutti impegnati a tentare di essere resilienti nello stesso mare in tempesta.
Quante volte nel prefigurare uno scenario catastrofico alla fine abbiamo immaginato che gli unici a sopravvivere sarebbero stati i ratti? Una specie estremamente adattabile, estremamente “resiliente”, capace di abitare quasi tutte le nicchie ecologiche. Solo Stefano Benni in uno dei suoi racconti è riuscito a rendere divertente questa prospettiva dicendoci di un padre che racconta ai suoi figli la storia della loro specie (scopriremo solo alla fine che non sono uomini che parlano ma appunto ratti diventati i padroni del pianeta) divisa in tre ere: neanderthal, emmental e simmenthal. Per il resto credo che il rischio sia plausibile e la prospettiva attuale.
La resilienza è infatti anche una questione di tempi, se tu sei resiliente ma lento e selettivo rischi di trovare già occupata la nuova nicchia che avrebbe potuto “salvarti” da chi è più veloce ed adattabile di te finendo così per essere “sommerso”.
Questo è il mio timore: in questo tempo in cui assisto, e io stesso tento di essere artefice, a commoventi e disperati tentativi di resilienza e addirittura di costruttivo e significativo cambiamento, temo invece che finiranno ancora una volta per prevalere i ratti, temo che nulla alla fine cambierà perché i ratti sono troppo veloci, troppo voraci, troppo adattabili.
Certa stampa, i media di un certo tipo sono stati, per esempio, velocissimi ad adattarsi alla nuova situazione e già impongono la propria narrazione, già raccontano la storia che vogliono raccontare e celebrano una nuova era guerreggiante dove torniamo a sentire parlare di eroi, battaglie, nemici, trincee.
Ho letto di medici e infermieri (troppo immersi in questa emergenza per avere tempo di elaborare il proprio racconto) che disperatamente ci dicono: “ma che cosa stiamo facendo? Lo sapete cosa succederà dopo? Gli avvocati si stanno già organizzando? Finita questa tempesta durante la quale ci state celebrando come eroi, passeremo il resto dei nostri giorni a difenderci nelle aule dei tribunali per tutte le cause che avvocati ed avvocaticchi avranno intentato contro di noi”.
E cosa dire di certa politica che approfitta dell’epidemia per realizzare nel cuore della democraticissima Europa il sogno di molti (e anche di un nostro ex ministro degli interni) di un “capo con pieni poteri” per condurre noi povere anime perse fuori dall’emergenza?
E infine più resiliente di tutti, più adattabile di tutti, ratto dei ratti: il capitale e la sua serva, la pubblicità.
Ma l’avete visto lo spot di una famosa marca di pizze surgelate che fino all’altroieri ci mostrava piacenti attori impegnati a condividere croccanti pizze in contesti romantici ed esclusivi e che da un paio di giorni invece continuano a farlo, scambiandosi però sguardi languidi attraverso lo schermo di un computer impegnati in cene virtuali?
Questo è il mio timore: che quando la nave globale affonda resilienti più di tutti sono i ratti.

2 pensieri su “Più resilienti dei ratti

  1. “Questo è il mio timore: che quando la nave globale affonda resilienti più di tutti sono i ratti.” Condivido in pieno, soprattutto nei giorni in cui il bicchiere lo vedo mezzo vuoto. Per fortuna qualche volta riesco a vederlo mezzo pieno.

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