Ancora una volta siamo raggiunti da una “notizia cosmica”. Sembrerebbe che hanno scoperto un pianeta simile al nostro ad appena 100 anni luce da noi. Sempre di più le scoperte scientifiche ed una nuova consapevolezza rispetto alla presenza e diffusione della vita ci hanno permesso di sviluppare con chiarezza negli ultimi anni due idee: la prima è che la vita non è un evento così raro nell’Universo. La vita è più tenace di quanto non immaginiamo, si annida, si riproduce con smisurata generosità, resiste. Non mi stupirei affatto se nei prossimi anni dovessimo trovare forme microscopiche di vita su Marte o su Titano. Sono sicuro d’altra parte che su ogni pianeta che sia ricompreso all’interno di quella fascia di relazione con la sua stella detta appunto “fascia della vita” ci sono ottime probabilità che la vità abbia avuto modo di svilupparsi.

E questa è la prima idea ottimistica.
Ce ne è poi un’altra purtroppo non in linea con la precedente.
Siamo immersi in un universo enorme e per di più in espansione e sottoposto alle leggi della termodinamica che, almeno per quanto riguarda la fascia termica all’interno della quale viviamo, fissano regole ferree e inderogabili: la vita tenta la risalita della china termodinamica. l’entropia tenta di buttarla giù, l’entropia vince sempre, tutti gli esseri viventi sono mortali, la velocità della luce sembra un limite invalicabile.
La considerazione che ne scaturisce immediatamente è che siamo probabilmente immersi in un universo in cui la vita è molto presente e diffusa ma estremamente diluita all’interno di così tanto spazio. Questo mi porta a dire che l’incontro con gli extraterrestri (e con questo termine intendo forme di “vita intelligente”) nel quale ho molto sperato fino a qualche anno fa non solo non lo vedrò io ma non accadrà mai.
Mi chiedo allora se da queste considerazione non possano scaturirne delle altre tipo:
1. alla fine siamo noi, gli extraterrestri non arriveranno, niente contaminazioni extraplanetarie, noi fra di noi, una specie di endemismo cosmico assieme a tutte le altre specie endemiche di questo pianeta, che ci piaccia o no;
2. in questo senso quindi il nostro pianeta è una specie di isola in stile Galapagos nel bel mezzo dell’universo, come dice qualcuno a me caro: una navicella ad energia solare carica di vita che precipita (con tutto il suo sistema solare e la sua galassia) nello spazio a 2.160.000 chilometri all’ora;
3. siamo su un grumo di roccia e acqua, protetti da una sottilissima pellicola di aria e precipitiamo ad una velocità folle all’interno di un universo quasi sempre gelato ed occasionalmente rovente senza la speranza di incontrare altri esseri viventi esclusi quelli che albergano sulla nostra navicella.
Allora mi chiedo, stando così le cose non è veramente il caso di stringerci tutti assieme, di riconoscerci per quelli che siamo: disperatamente mortali e disperatamente attaccati alla vita, di dividerci responsabilmente e compassionevolmente quello che c’è pensando prima ai più deboli come si faceva un tempo nelle navi che stavano per naufragare: prima gli animali, i bambini, le donne, i vecchi?
Non è forse il caso di aspettare tutti assieme i migranti nei porti, magari facendo a turno perché nessuno debba abbandonare troppo a lungo le proprie famiglie e il proprio lavoro, per ristorarli con il cibo e l’acqua, smettere di accumulare altro che non sia l’inevitabile restituzione di ciò che abbiamo dato?
Non dovremmo a questo punto occuparci soltanto di dare conforto a chi ne ha bisogno certi che il conforto ci tornerà quando anche noi ne avremo bisogno, occuparci soltanto di contemplare la meraviglia contenuta in questa minuscola sfera verde e celeste, prenderci cura l’uno dell’altro che sia pianta, animale o uomo, prenderci cura, prenderci cura e ancora prenderci cura.
E poi concludere con le mani sporche un lavoro ben fatto, guardare con nostalgia le stelle, riunirci davanti ad un fuoco non troppo grande con le persone care, raccontare storie che nel tempo si sono intrecciate fra tutti gli esseri di questo pianeta, dividere il cibo in parti uguali e comunque ad ognuno secondo il proprio bisogno, raccogliere l’acqua dalla sorgente, versare il vino dalla bottiglia di vetro.
E poi ancora camminare i sentieri che sono le venature sulla superfice della nostra navicella, donare i frutti delle nostre piante, allontanarci per poi tornare sempre a casa, accogliere gli ospiti davanti la porta, non riconoscere confini, cantare canzoni, amare follemente e riprodursi con parsimonia, rinselvatichire le nostre coltivazioni, tornare a raccogliere i frutti del bosco.
Siamo 7 miliardi e siamo soli. Siamo incredibilmente vivi e siamo inevitabilmente mortali. Siamo in compagnia di innumerevoli altri esseri bellisismi che amano sentire le nostre voci che cantano e le nostre mani che si prendono cura.
Quando è che dalla nostra rassegnazione e dall’idea chiara ed inevitabile del nostro essere una famiglia planetaria comincia la storia nuova per queso Pianeta?

4 pensieri su “Non è forse il caso?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...