A Maria Concetta e Roberto nel venticinquesimo anniversario delle loro nozze.

Ieri sera il mio amico Vincenzo ha sottoposto me e un manipolo di quegli sventurati che lo seguono da quasi 45 anni ad una di quelle sue anteprime cinefilosofiche che sanno sempre di strane sperimentazioni mediche non autorizzate. Le cose infatti funzionano più o meno sempre nella stessa maniera: lui ci inocula, attraverso le scene di un film e le sue parole, il virus (inattivato?) di un dubbio e ognuno di noi reagisce all’infezione come può. Io generalmente ho una reazione ritardata.

Li per li bofonchio un paio di stupidaggini, comincio a grattarmi insistentemente la testa (segno inequivocabile che quel poco di neuroni sopravvissuti stanno cominciando a funzionare) e in preda ad una confusione palpabile torno a casa e vado a letto. La reazione arriva la notte e l’indomani mattina mi sveglio invariabilmente con degli enormi ponfi al cervello che mi producono un’inarrestabile bisogno di condividere e un fastidiosissimo prurito alle mani che mi porta a farlo provando a riversare sullo schermo del computer un po’ dell’istamina che ho in circolo.
Della serata di ieri, direbbe il mio Grande, non voglio “spoilerare niente”. Non voglio dirvi per esempio a quale film si è ispirato questa volta Vincenzo per condurci nel labirinto dei suoi pensieri. Voglio solo dirvi (perché è importante che sappiate che tutto sto premessone e funzionale ad altro scopo che nulla ha a che fare con la premessa stessa) che ad un certo punto il succo della serata sembrava fosse: “ci sono tante persone che vivono male nella condizione nella quale si trovano…sia che si tratti della città o la casa nella quale vivono…la donna o l’uomo che amano…il lavoro che fanno…la famiglia che abitano. Bene, alla fine della discussione, a queste persone solo concesse solo due possibilità per venirne fuori: o scambiano l’oggetto della loro sofferenza con qualche cosa che presumono invece corrisponderà alle loro aspettative e desideri oppure si fanno piacere ciò che hanno”. Lo so che questa considerazione che di fatto ha animato tutta la serata e gran parte della mia notte può sembrare banale e scontata ma lo è molto di meno se da questa semplice formula si comincia ad estrarre qualche radice quadrata. Già ieri sera per esempio mi ponevo e ponevo agli altri la questione: “ma secondo voi, se si sceglie la prima opzione, e dato per buono il limite interno della durata delle nostre vite (che è quello che è e per giunta imprevedibile), per quante volte è ragionevole che una persona cambi senza che si possa supporre che questa persona sia affetta da una qualche patologia dell’anima se non della mente?”. Bene, io non ho risposte e tutta questa cosa ve l’ho raccontata per arrivare altrove anche se so che per se stessa questa storia evolverà, nei giorni che vengono, in tante altre storie da raccontare.
Io oggi (ma proprio oggi) vi ho voluto raccontare questa storia perché credo di essere un uomo molto fortunato. Penso di esserlo perché la Divinità (o l’Universo…chi conosce le mie derive panteistiche sa la confusione che faccio fra le due entità) mi ha fatto un grande regalo: mi ha sempre donato con generosità le tre cose che quotidianamente chiedo per me e per i miei cari: il Mondo Selvaggio, i Maestri e gli Amici. E su quest’ultimo punto la Divinità è stata particolarmente prodiga.
Ecco io sono qui oggi per celebrare due miei amici. Loro sono una coppia ed oggi celebrano una ricorrenza importante: oggi ricorre il venticinquesimo anno da quando si sono sposati. Io non credo all’idea di buono che certa retorica cristianeggiante vuole fare passare, meno che mai all’idea di santo. Eppure Maria Concetta e Roberto sono quanto più di vicino esista all’idea di esseri umani buoni io abbia mai avuto la fortuna di incontrare nella mia vita. Troppo spesso centriamo la nostra attenzione su “quelli dell’opzione 1”, quelli sofferenti, quelli afflitti, perennemente inquieti e insoddisfatti di ciò che hanno e finiamo per scordare quelli dell’opzione 2. Come il regista fa dire, in un film che amo tantissimo, ad un Innocenzo III con le sembianze di Alec Guinness: “siamo continuamente preoccupati al pensiero del peccato originale…e troppo spesso dimentichiamo l’originale innocenza”. Ecco appunto, io non lo so se Maria Concetta e Roberto sono veramente buoni, veramente Santi (credo che anche quella sarà giudizio da lasciare alla divinità). So che a volte, per esempio, hanno attraversato momenti difficili, so che a volte soffrono e si preoccupano, una volta ho persino sentito dire a Maria Concetta una parolaccia (ve lo giuro…ho testimoni). Eppure Maria Concetta e Roberto sono profondamente radicati nell’opzione 2. Loro stanno bene nella loro città e nella loro comunità all’interno delle quali tentano di operare nel tentativo di migliorarle e di migliorare la condizione di vita delle persone che ci vivono, loro si amano profondamente e profondamente amano i loro figli e la loro casa e questo amore spesso straripa e come le acque dell’Eufrate o del Nilo, di scolastica memoria, vanno a fertilizzare le altrui vite, le vite di persone vicine o anche lontanissime con una loro idea della prossimità che si estende praticamente a tutti gli esseri umani di questo pianeta. Infine stanno bene nel loro lavoro, per quanto incerto e faticoso questo possa essere, loro stanno bene nel loro lavoro. Ho sempre amato la poesia “Al padre” di Salvatore Quasimodo e per quanto avessi difficoltà ad immaginarlo (il verso e il padre di Quasimodo nel suo lavoro di capo stazione) mi commuoveva sempre il passaggio nel quale dice:

Il tuo berretto di sole andava su e giù
nel poco spazio che sempre ti hanno dato.
Anche a me misurarono ogni cosa,
e ho portato il tuo nome
un po’ più in là dell’odio e dell’invidia.
Quel rosso del tuo capo era una mitria,
una corona con le ali d’aquila”.

Ecco io questa strofa l’ho capita fino in fondo solo un giorno che tornando da uno dei miei viaggi in treno ho visto Roberto scendere in uniforme (come non lo avevo visto prima) e avviarsi stanco, dopo lunghe ore di lavoro, lungo la banchina della stazione per tornare a casa.
Io davvero non ho nulla da augurare a Maria Concetta e a Roberto in più di quanto loro non abbiamo già. Una cosa mi sento invece di augurare al mondo, una cosa della quale loro sono portatori, una medicina che può guarire dal male delle eterne prime opzioni. E questo augurio, questa medicina mi sembra stia tutta nelle parole di una canzone del 1969, una canzone che avrò sentito milioni di volte, che ha popolato per decenni film e pubblicità e sulla quale, con la mia spocchia italianistica, non mi ero soffermato mai, il cui testo (reso quasi incomprensibile dalla imparegiabile dizione di Louis Armostrong) non avevo mai tradotto e che adesso voglio consegnare nelle mani di Maria Concetta e Roberto perché lo trasformino nel limo che esonderà dal loro fiume. Per gli altri un invito a risentirla nella sua versione originale ancora una volta.

Abbiamo tutto il tempo del mondo

Abbiamo tutto il tempo del mondo,
Abbastanza tempo perché la vita spieghi
Tutte le belle cose che l’amore ha in serbo per noi.
Abbiano tutto il tempo del mondo
E se è tutto ciò che abbiamo, scoprirai
Che non abbiamo bisogno di altro.

Ogni passo del nostro percorso ci vedrà
Coi problemi del mondo ben dietro le spalle.

Abbiamo tutto il tempo del mondo
Solo per l’amore
Niente di più, niente di meno,
Solo amore.

Ogni passo del nostro percorso ci vedrà
Coi problemi del mondo ben dietro le spalle.
Abbiamo tutto il tempo del mondo
Solo per l’amore
Niente di più, niente di meno,
Solo amare.

Solo amore.

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