Ci lasciamo alle spalle la tre giorni di Verona. Chiunque può testimoniare che, tranne per una piccola incursione sulla pagina di un amico, io non ho detto e scritto niente in proposito.

E cosa avrei potuto scrivere d’altra parte? Eppure stamattina, come sempre ad ora incerta e soprattutto in ritardo, un pensiero è arrivato. Anzi un ricordo.

E’ il ricordo di una storia avvenuta tanto tempo fa. E’ pure un ricordo si seconda mano, la storia raccontata da un amico presente a quell’evento. Per questo mi scuso da subito con quelli che quel ricordo ce l’hanno perché erano presenti, per la mia narrazione che segue, certamente piena di superfetazioni personali e di artifici letterari.

La cosa avviene circa 40 anni fa.

Protagoniste due grandi associazioni religiose del nostro paese. L’Associazione 1: (la chiameremo così di seguito) molto rigorosa, con una forte identità, un’associazione di duri e puri che non intende negoziare neanche il più piccolo dei propri valori.

L’Associazione 2:  un po’ più “frescona” (almeno a detta dell’Associazione 1), decisamente meno rigida, più radicata nel presente (questo è quello che l’Associazione 2 pensa di se stessa) e soprattutto dai costumi decisamente più rilassati (sempre a detta dell’Associazione 1 ma pure come l’Associazione 2 si percepisce soprattutto se si paragona all’Associazione 1).

Fino a quel momento fra le due associazioni, per forza di cose, non è corso buon sangue. In quel fatidico anno le due decidono di tentare un avvicinamento. E così si arriva al grande Meeting Nazionale dei Giovani delle due associazioni (un po’ in stile Verona, appunto).

Obiettivo dell’incontro, naturalmente, è provare a risolvere tutte le differenze che fino ad adesso hanno prodotto un’insanabile distanza, partendo magari con l’enfatizzare tutte le cose che hanno in comune.

Non so se per dovere di ospitalità o perché l’Associazione 1 preferisce mettersi sempre in posizione giudicante, la direzione dell’incontro viene assegnata all’Associaizone 2 che sceglie fra i suoi rappresentanti di spicco un giovane rampante meridionale (scoprirete presto che la connotazione geografia ha la sua ragione d’essere).

Il nostro non si sa se per via di una certa superficialità giovanile o perché desideroso di chiudere in un colpo sono la diatriba che da anni tiene a distanza le due associazioni, decide di affrontare la cosa basando il suo intervento sui 10 comandamenti del catechismo.

Procede più o meno così:

  1. enunciazione del numero e del nome del comandamento;
  2. breve esegesi del comandamento;
  3. eventuali scostamenti fra le posizioni delle due associazioni;
  4. grande enfasi su quelli che sono invece i punti in comune.

Essendo che il nostro è meridionale conclude la discussione sul singolo comandamento, ogni volta e con soddisfazione, con una parola che nelle sue intenzioni dovrebbe essere “perfetto!” ma che a causa del suo accento suona più o meno “peiffetto!”.

Tutto sembra procedere per il meglio dando così ragione al nostro relatore della sua scelta metodologica e delle sue capacità di sintesi.

Primo comandamento: “peiffetto”.

Guarda i suoi che lo circondano, guarda quelli dell’altra associazione. Tutto va per il verso giusto.

Secondo comandamento: “peiffetto”.

E così per il terzo, il quarto, il quinto.

E poi si arriva al sesto ed è difficile credere che il nostro non lo avesse previsto.

Sesto comandamento: “Non commettere atti impuri”, dice.

Smarrimento fra i compagni dell’Associazione 2. Dall’Associazione 1 arrivano invece sguardi della serie: “vediamo adesso come te la cavi pezzo di pervertito che non sei altro!”.

Il nostro accusa il colpo. Un attimo di smarrimento ma poi si guarda attorno e dopo avere rivolto a tutti un ampio sorriso conciliante dice ciò che da quel momento in poi e fino ad oggi, per me e tutti i miei amici che sono al corrente di questa storia, diventerà uno dei tomentoni fondamentali della nostra vita: “Sesto comandamento….quasi peiffetto!”.

A giudicare dai rapporti che intercorrono oggi fra quelle due associazioni direi che quello è stato il momento culminante e probabilmente anche l’ultimo nel quale abbiano tentato, senza riuscirci, una sintesi.

Di sicuro però quel “quasi peiffetto” è diventata per me l’espressione più usata quando voglio sottolineare il divario che esiste fra qualsiasi pretesa di perfezione e il riconoscimento di un limite, fra il credersi dei e l’accettarsi esseri umani.

Ecco, quando stamattina provavo ad immaginarmi i giorni di Verona, me li immaginavo un po’ così: tutti quei nostri politici presenti, tutti quegli esperti di etica (si dice moralisti?), quegli eminenti teologi, dalle cui teste venivano fuori nuvolette in stile fumetto che sentendo quello che sentivano e dicendo quello che dicevano, facendo il confronto fra ciò che collettivamente professano e personalmente praticano, riportavano scritto: “quasi peiffetto”.

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