Il ghiacciaio scende verso valle. Sembra immobile ma in realtà si muove molto lentamente ma inesorabilmente. Corrode le pareti del proprio letto, ne corrode il fondo. Conduce con se rocce che ha strappato ai monti dai quali proviene, le stritola, le ingloba nel ghiccio, poi le sputa nuovamente fuori. Alcune le lascia rotolare ai bordi e le abbandona, altre le trasporta con se fino alla fine del suo percorso e le lascia solo quando si sarà ritirato.

Oggi il corteo si muoveva come fosse quel ghiacciaio, lento ed inesorabile. Era ghiacciaio in marcia per tutti i ghiacciai del mondo e al suo passaggio levigava i bordi molli di questa città, li erodeva portando con se tutte le scorie accumulatesi in anni di colpevole silenzio.

Noi vecchi, pochi, eravamo i massi erratici. Il ghiacciaio nuovo della sua gioventù criogenetica, noi relitti di una storia geologica antica trasportati in quel flusso che non governavamo.

Noi ai bordi, in coda al corteo, spaesati eppure presenti, fuori luogo ma ancora vivi, per riuscire oggi a vedere questo, almeno questo.

Giulia, Luigi, Filippo, Giovanni, Marilena, Paolo, Fabrizio, Gabriele, Aurelio, Enza, non c’era uno di quei massi che non conoscessi, che non riconoscessi, con il quale non avessi litigato un tempo, condiviso percorsi, pensato di vincere, trovato soluzioni, scelto come antagonista. Eppure tutti con una cosa in comune: un amore profondo per il nostro pianeta che in un tempo lontano ci aveva fatto pensare che ce l’avremmo fatta, pochi come siamo sempte stati, ad invertire la rotta, a porre l’ambiente al centro dell’attenzione della gente, a far si che anche gli altri si innamorassero di questa nostra incredibile navicella solare persa nello spazio.

E invece eccocci li, i massi erratici, più carichi di sensi di colpa che di orgoglio, smarriti in un flusso di cui ci sarebbe piaciuto essere i genitori e del quale oggi ci basta essere parte.

Un flusso di anime belle, sorridenti, celesti dentro il quale ci troviamo pieni di domande tiepide e tristi: “qualcuno di questi ragazzi era uno dei bambini che anni fa è venuto in visita al mio centro di educazione ambientale? Qualcuno di loro conserva ancora in tasca la tessera di Guardiano della Terra? Uno di loro, anche uno soltanto, è la pianta svettante che viene fuori da uno dei tanti semi posti a germogliare nella terra anni fa?”.

E dentro questa sensazione pesante e dolorosa di non avere fatto abbastanza, di non essere stati bravi e intrepidi come il cimento avrebbe richiesto, di avere perso la nostra occasione che non era l’occasione dell’uomo ma l’occasione di un intero pianeta.

Ho ancora negli occhi quei volti, nelle orecchie quelle voci e e anche se stasera sono qui, riverso su un fianco, adagiato sulla mota e la breccia, posso sentire quella vibrazione subsonica che solo chi è stato trascinato da un ghiacciaio conosce.

Non mi sembra di avere nulla da dare a questi giovani che oggi prendono sulle proprie spalle la responsabilità di noi adulti e cercano di trovare soluzioni alle nostre colpe. Ma se ritenete che io possa dare qualche cosa prendete pure senza chiedere.

Non mi sembra di avere nulla da insegnare loro perché quando avrei potuto io salvare il mio pianeta non ne sono stato capace. Ma se pensate che c’è qualche cosa che io possa ancora imparare ditemi pure ed io vi ascolterò.

L’unica cosa che mi sembra di avere dentro di me stasera è una storia che un tempo mi sembrava piena di senso e di speranza, una storia di anime belle, sorridenti, celesti che in un tempo che adesso mi sembra lontano provarono a farsi ghiacciaio e finirono per essere solo massi erratici.

Se vi va di ascoltarla io ve la racconterò con piacere.

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