La casa è una trappola, la casa è un inganno.

Ti sembra tutto e poi esci la mattina presto e capisci che tutto è fuori dalla casa.

La città è un inganno peggiore, somma di tanti inganni.

Ti sembra tutto e invece è niente.

Neanche superi la soglia della casa e già un alito, un fremito, ti riconduce alla realtà.

Il filtro del patio che sfuma in un altro filtro che già appartiene a quel altro mondo: la chioma del leccio. E sono fuori.

Una luna ottomana incastonata sull’indaco del meridione. Quel rotolo di nubi a carezzare la costa della montagna lunga.

E la sensazione precisa di non potere accettare lo svolgersi di un tempo che conduce alla città, di non dovere accettarlo.

Perché in cuore mio so che in una mattina come questa tutti i miei sensi, i sensi che l’universo con paziente lavoro durato 7 miliardi e 55 anni ha prodotto affinchè gli restituissero consapevolezza di se stesso, dovrebbero essere impegnati altrove.

Le dita che scorrono sul telo della tenda e stupirsi della poca guazza lasciata dal sereno, lo strepitio unisono degli uccelli nel loro eterno sorpredersi dell’alba, un mugito che fa da confine al pianoro.

Ogni centimetro di pelle che si offre alla prima carezza fotonica proveniente dalla stella, il profumo della nipitella stropicciata dagli scarponi, la brezza che il primo sole muove e che lucida gli occhi.

E poi l’acqua del bevaio nella bocca e sul corpo, sentire che hai uno stomaco perché l’acqua di una sorgente antica è andata a trovarlo e a svegliarlo, il bosco che riluce in fondo alla valle, il gusto dell’infuso fatto con la menta d’acqua.

Io lo so che la verità sta in questo, lo so che è l’universo che mi chiede, con forza mi chiede, a me e a tutti coloro che ha dotato di ricettori raffinati e di un cervello buono a creare correlazioni, di contemplarlo, di restituirgli consapevolezza, di cantarlo come merita.

Di lasciare, in una mattina come questa l’inganno della casa, l’inganno della città, per intraprendere il sentiero che conduce ai monti azzurri.

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