Novembre è mese di ritorni.

L’assicurazione della moto che scade, il prestagionale del pellet, il compleanno di Zaccheo, quello di mio padre.

Torna il profumo che sopra tutti amo che è quello dei fiori di nespolo, torna il timore per l’imminente stagione oscura.

Tornano anche i due frutti che più di ogni altro rappresentano per me il simbolo della vita che non si arrende all’inverno, i frutti che incarnano quello spirito di follia che è insito negli esseri viventi, quell’ottimismo senza senso che va oltre ogni ragionevole speranza di futuro.

Il primo è il caco. Quella specie di pagliaccio arancione che ricopre gli alberi quando anche le foglie hanno smesso di sperare, che al nord riesce a resistere anche sotto la neve che ricopre i rami e che incarna una specie di epifania anticipata del Natale.

Eppure anche il caco è frutto della splendida estate. E’ solo più resistente degli altri, è solo più disperatamente aderente alla sua matrice. Il suo essere climaterico lo rende presente per se stesso li dove non c’è più alcun collegamento con la piante madre, legato fisicamente li dove la relazione chimica si è già interrotta da tempo.

E’ il fuoco finto sul muro della casa di Geppetto, un urlo arancione allegro e folle ma freddo.

Diospyros+paesaggio+sotto+la+neve

Altra cosa è il secondo frutto. Un frutto che oramai pochi conoscono nonostante (e forse questo non lo sa quasi nessuno) sia quello che appartiene alla pianta che è simbolo vegetale della nostra bandiera e che è rappresentata assieme all’ulivo nello stemma della nostra repubblica: il corbezzolo.

Il corbezzolo è vivo contro ogni ragionevole possibilità. Ed è vivo in maniera esplosiva, “sperma poietica”, eccessiva. Esorbita qualunque equilibrio, tenta una disperata risalita del pendio entropico e lo fa nel momento più difficile dell’anno, quando il pianeta, stanco, si inchina alla sua stella.

Il corbezzolo è un tripudio di fiori bianchi, tutto uno sventolare di foglie verdissime che le prime piogge hanno provevduto a lucidare, ma soprattutto è un trionfo di frutti, sfere imperfette che con i loro colori ci riportano alla memoria i tramonti estivi e che contengono in se un numero apparentemente infinito di minuscoli semi.

Il corbezzolo contiene in se la risposta alle domande dell’autunno: sarò ancora qui la prossima primavera? Resisterò all’inverno senza che esso mi congeli e con me tutti i miei sogni e le mie speranze? Ha senso il mio desiderio di preservare e di combattere per la mia e l’altrui vita nella stagioen che viene e che non concede speranza?

A queste domande il corbezzolo con la sua voce tricolore urla: “si, si e ancora si!”.

Il corbezzolo ci dice che dobbiamo sperare nella primavera anche se il nostro tempo sembra ridursi ogni giorno che passa, che il tempo invernale non è incubo ma incubatrice di un seme grande quanto il nostro pianeta, che oltre le parole, oltre la necessaria riflessione dei giorni brevi, il piano, l’organizzazione, il progetto c’è sempre e soprattutto la vita e a quella dobbiamo rispondere, quella bussa alla nostra porta in ogni momento, a quella dobbiamo rendere conto e a quella prepararci per quando  “entrerà sicura e senza bussare nelle nostre vite” pretendendo che ognuno di noi sia fertile e pieno di promesse.

Novembre è il tempo di questi frutti. Ma novembre è anche il tempo del “Miting” della mia associazione. Per questo dedico questo post a tutti coloro che nelle prossime ore si riuniranno sotto “l’albero della vita” per provare a rispondere, ad essa fedeli, alle “domande dell’autunno”.

8 pensieri su “Diospyros kaki et Arbutus unedo

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