C’è un momento per ogni storia.

A volte si tratta di un momento qualsiasi, a volte di un momento storico.

In questo tempo di “pacchia finita”, di sindaci che invece di ricevere il premio nobel per la pace ricevono un mandato di cattura, di assoluta e pericolosa perdita “collettiva della memoria collettiva” voglio raccontare una piccola storia: la storia di una parola piccola.

La parola è un parola in swahili. La settima lingua più parlata al mondo e probabilmente, fra le grandi lingue, la meno conosciuta in occidente. A tal punto che quando i Negrita infarcirono una loro canzone (un po’ a caso per la verità) con parole in swahili mi toccò di assistere con sgomento ad un serrato scambio di commenti su youtube nei quali gli ascoltatori si chiedevano se non si trattasse per caso di una di quelle canzoni in stile “helter skelter” nelle quali autori buontemponi si erano divertiti a metterci dentro una serie di “versetti satanici”.

Ma andiamo alla mia piccola storia.

Quelli che invece di andare a mangiare lo stesso cibo, a fare lo stesso tiro con l’arco, a parcheggiare i bambini nello stesso miniclub, nel villaggio turistico a due passi da casa, decidono di andare fare tutto ciò in un villaggio turistico di Zanzibar (magari senza neanche sapere che si trova in Tanzania) per lo più alla fine del viaggio hanno familiarizzato con 4 parole in swahili: “Jambo” che vuol dire più o meno “ciao” (e che in Tanzania nemmeno usano visto che è “swahili keniota” e se lo fanno lo fanno soltanto perché i turisti scemi se lo aspettano), “Hakuna Matata” che vuol dire “nessun problema” e che va forte da quanto è uscito “Re Leone”, “pole pole” che vuol dire “piano piano” e che agli occidentali piace tanto e la ripetono con lo sguardo sornione di chi intanto pensa “ma quanto sono pigri sti africani!” (che detto da turisti siciliani…) e per finire appunto con “mzungu”. Tutti pensano che questa parola significhi uomo bianco, ed effettivamente nell’uso comune ha ormai assunto questo significato, un po’ come noi diciamo “negro”. I bambini ad ogni angolo rimbambiranno l’ignaro turista a forza di “mzungu…mzungu!” e quello giù a ridere pensando “ma come sono buffi questi adorabili negretti!”.

Non fosse che pochi sanno quale è l’origine di questa parola e se lo sapessero magari non si divertirebbero tanto, magari si farebbero anche un’idea più precisa di cosa noi abbiamo fatto a questa gente prima che questa gente decidesse di venirci a trovare “posto casa”, magari ci penserebbero due volte prima di andare a passare una piacevole vacanza in un villaggio turistico nel quale quattro occidentali continuano a fare quello che hanno sempre fatto, e cioè depredare una terra innocente, mentre i bambini rovistano nei mucchi di rifiuti appena fuori le mura ben protette del villaggio.

Perché il vero significato di Mzungu è: “colui che accerchia…colui che circonda”. Che la dice lunga su come questa gente ci ha sempre percepito, di come noi sempre abbiamo trattato e continuiamo a trattare questa gente.

Un pensiero su “Mzungu

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