Dicono dell’uomo che sia privo di ali.

E cosa sono allora i suoi occhi?

Nati per guardare lontano, per spaziare oltre i limiti della savana. Trasparenti e luminosi, capaci di riflettere l’intero universo, aperti verso il futuro, pronti a cogliere il balzo della tigre dai denti a sciabola, disposti alla tenerezza, facili alle esclusive lacrime.

E cosa è allora il suo pollice opponibile?

Quel meccanismo perfetto fra dito e palmo, quel cerchio a chiudere. Il cinque per la pace, il pugno alto a difendere. Rampone per scalare gli alberi, buono per tenere ogni strumento utile ad interpretare il mondo.

E cosa è allora il suo portamento eretto?

Dinamica instabile di colui che è nato per guardare il mondo dall’alto, incedere verticale ad aprire la fronte, a spianare il grifo perché divenga viso. Piedi e gambe a slanciare il busto, albero animale dall’incerto legame con la terra, eternamente incline al cielo.

E cosa è allora la sua mente?

La sua capacità di immaginare delle ali da ordinare alle proprie mani, la sua capacità di immaginare delle zampe palmate da ordinare alle proprie mani, la sua capacità di tornare a casa dopo una lunga giornata passata sulla terra, nel cielo, nel mare, e raccontare una storia.

Adesso che me lo dico, ora che me lo racconto temo che abbiano ragione: l’uomo ha perso le sue ali.

10 pensieri su “Apteri

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