Un altro breve racconto da Pomerini, da Casa Tulime. Questa volta tocca a Ludovica, studentessa della Sapienza, che sta raccogliendo materiale per la sua tesi. Grazie Ludovica!

“Jua njo, jua njo” (sole vieni, sole vieni) è così che i bambini del centro Tupo Pamoja chiamano il sole, trasformando le giornate più uggiose in giornate ricche di colore. Sono ormai due mesi che sono qui a Pomerini, due mesi in cui se all’inizio per i bambini ero una sconosciuta, una estranea, un nemico, ora sono una di loro. Ormai sono quella che salutano ogni mattina urlandomi “Kamwene, Kamwene” (saluto in dialetto kihehe).

E’ difficile riassumere due mesi in poche righe, sarebbe banale e forse riduttivo dire che è stata una bella esperienza e soprattutto scontato, e a me non piacciono le cose scontate.

Molti erano i dubbi che avevo prima di arrivare qui, molte erano le domande che mi facevo ogni giorno, tra cui: come verrò accolta a Pomerini? Oggi posso rispondere con una sola parola: “Karibu” (benvenuta, in swahili).

E’ così che sono stata accolta, mi sono subito sentita a casa; perché è così che ti fa sentire il popolo di Pomerini: “una di loro”, “una Wahehe tra i Wahehe”.

Ma non è solo questo: Pomerini mi ha insegnato altro; mi ha insegnato che nella vita bisogna apprezzare quello che si ha e soprattutto bisogna metterci passione, un po’ come Mama Ima quando fa i chapati (a mio parere i più buoni di Pomerini) e come Eunice (una ragazza tanzaniana che lavora al centro Tupo Pamoja) che è riuscita in pochi mesi a trasformare quel centro in un luogo in cui i bambini si sentono i più felici al mondo.

Ho capito anche che un sorriso di un bambino vale più di mille sorrisi, e qui mi riferisco a Mefiù o come lo chiamano le collaboratrici del centro “l’ingegnere”, data la sua grande testa. Ricordo ancora quel giorno in cui mi disse che ero il suo tesoro e io come una bambina per poco non scoppiavo a piangere.

E’ stato in quel momento che ho capito che se volevo insegnare qualcosa a lui così come agli altri bimbi del centro non ci ero riuscita, perché sono stati loro ad insegnare qualcosa a me.

Saranno tanti i ricordi che porterò dentro di me; dai cieli stellati, ai tramonti (forse i più belli che abbia mai visto), alle chiacchierate con Lenancia, ai balli a Tupo Pamoja con i bimbi, alle gite a Iringa con tutti gli altri ragazzi della casa e mille altri ancora.

Chissà magari un giorno tornerò e di fronte a “Karibu” risponderò ““Asante Sana” e sarà proprio in quel momento che mi sentirò di nuovo a casa.”

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