E poi arriva il giorno in cui rientro a casa dall’orto con un paniere pieno di fagiolina (noi qui non li chiamiamo fagiolini…avrà a che fare con la storia delle arancine?).

Vera quasi sempre dice: “ma come…è già pronta?”. Poi quella sera la bolliamo e la magiamo ancora prima di sederci a cena, così senza condimento, un baccello alla volta.

Al Piccolo piace molto, il Grande come sempre mangia e non esprime giudizi, e quel giorno comincia l’estate.

Io assisto alla scena e sono contento perché sento di avere fatto una piccola cosa buona, una piccola e concreta cosa buona.

Ma dentro so, io solo, di quel giorno d’ottobre in cui ho staccato i baccelli ormai secchi dalle piante ingiallite nell’orto ormai prigioniero delle zucche e delle erbacce.

E li ho sgranati in un barattolo di vetro con il tappo di sughero mentre il sole, dove il monte incontra il mare, mi cantava una canzone invernale, come fosse una promessa, come fosse una minaccia.

E poi quando l’inverno era ormai alle porte io ricordo, e solo so, di quando ho messo la terra nei vasetti e in ognuno ho immerso, pollice ed indice, 4 semi bianchi che a lungo avevano dormito nel barattolo.

Io solo so, io solo ricordo, del giorno di primavera in cui ancora una volta e mai banale ho visto replicarsi il miracolo della germinazione, e foglioline quasi liquide hanno conosciuto l’aria ed io a guardarle come fossero figli.

Io ricordo il giorno, che Pasqua era passata da poco, che ho arato ancora una volta il campo, steso i tubi dell’irrigazione, atteso che cerchi d’acqua si aprissero sotto gli ugelli e con il mio fido piantatore di legno ho creato dei coni di terra dove ho inserito le piantine oramai pronte ad incontrare la matrice.

Io solo so del mais piantato li vicino perché così ho visto fare nella mia Africa, delle canne che con i bambini tagliammo l’anno scorso, a fare da tutore, dei primi fiori visitati di tanto in tanto dalle mie api.

Io tutto questo lo so e tutto, ogni singolo momento, lo conservo dentro di me, è nascosto nella fagiolina appena bollita, nella faccia compiaciuta del Piccolo che mangia un altro baccello.

E un altro ciclo si chiude, e l’anno muore ogni volta che smarrisco il senso, e rinasce ogni volta che un’azione va a compimento e nutre se stessa nel fluire circolare della vita.

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3 pensieri su “La solitudine dell’agricoltore

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