E ieri finalmente il mio Maestro è venuto nella mia casa.

Eravamo in pochi, le persone che assieme a me meglio lo conoscono e più lo apprezzano e i nostri bambini che attorno a noi tessevano una rete di protezione dal dolore del mondo.

Ho organizzato le cose in maniera tale da poterlo avere davanti a me, dall’altra parte della tavola, per poterlo guardare bene per tutto il tempo che sarebbe rimasto li e per potere essere certo che ci fosse e che non si trattava di un sogno.

Le ore sono trascorse immersi nel tepore primaverile anche se a me sembrava che si respirasse un’aria autunnale.

Il cibo e il vino erano buoni e facevano bene al cuore.

Lui ha chiesto come sempre delle persone che negli anni ci hanno accompagnato su questa strada che lui ha tracciato.

Questa volta però non ci sono stati progetti perché lui sa che non possiamo permettercene.

Noi gli abbiamo chiesto dei suoi libri, abbiamo visto le bozze della copertina del prossimo che verrà pubblicato e che ci offrirà nuove emozioni e parole nuove per un canto che seppure fievole ancora non si spegne.

Abbiamo scoperto che ci sono ancora tanti programmi e ne siamo stati felici.

Da padre responsabile quale è, sentendo la sera che arriva, ha parlato di eredità e quando lo ha fatto noi non avevamo il coraggio di guardarci l’un l’altro. Poi con Paolo, tornando dal luogo dove lo abbiamo lasciato, ne abbiamo parlato un poco e aspettiamo di sapere quale pezzo di questa eredità dovremo portare noi, dovremo noi continuare. Noi siamo pronti.

Poi mentre il pomeriggio si inoltrava e ancora il leccio pantesco lo incorniciava e lui ci raccontava di tutti i viaggi fatti, della sua emozione quando per la prima volta dalla porta del centro visitatori dello Zingaro realizzò in un attimo che si trovava davanti al Mare Mediterraneo, del suo avere girato per anni ogni luogo di questo pianeta e del fatto che i suoi genitori invece non avessero mai “varcato il Mississipi” (ha detto proprio così), da qualche angolo della mia testa è venuta fuori una domanda.

“Ma in quale di tutti questi posti in cui hai vissuto pensi che siano le tue origini”. E mentre facevo la domanda io la risposta la sapevo già, ma una specie di torpore fatto di vino e sole che scende sull’orizzonte e tepore di sentimenti e primavera mi impediva di vederla, mi impediva di non fare la domanda.

E lui mi ha guardato con i suoi occhi azzurri di bambino travestito da vecchio e ha detto una sola parola: “Earth”.

E poi ha aggiunto, senza un briciola di retorica, senza che la risposta sembrasse in alcun modo troppo romantica, troppo scontata, troppo didattica: “non so se hai presente quel piccolo pianeta acquoso che si trova in un angolino di una galassia che chiamiamo Via Lattea?”.

Io non ho detto niente Steve ma avrei voluto dirti che di sicuro lo conoscevo e che lo amavo come tu mi hai insegnato ad amarlo in tutti questi anni, e che lo contemplo ogni giorno e lo venero con l’amore filiale che tu, barbuto aedo che l’aria di questo pomeriggio di aprile in questo attimo trasfigura, hai instillato in me attraverso le tue idee, i tuoi racconti e le tue frasi.

Chè tu me lo hai insegnato, ed io non me lo scordo e tento ogni giorno di insegnarlo ai miei bambini, che “falling in love with the Earth is one of the life’s great adventures”.

Un pensiero su “Falling in love with the Earth

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