Nel 1939 quando, almeno formalmente, sembra ancora possibile che gli ebrei lascino il suolo tedesco, una coppia di ebrei americani, Gilbert ed Eleanor Kraus, decide di darsi da fare per provare a portare negli Stati Uniti un certo numero di bambini.

La Signora Kraus, dopo una fase di scetticismo e preoccupazione, affianca con grande fervore il marito e comincia a raccogliere i fondi necessari per la realizzazione di un’impresa così complessa e costosa, all’interno della comunità progressista e benestante alla quale appartiene.

Resta per me memorabile la risposta che riceve da un’amica, dalla quale lei si aspetterebbe un grande aiuto: “Cara Eleanor ti stai intestando una causa bellissima, sappi però che quelli che porterai in America per adesso sono bambini deliziosi ma fra qualche anno diventeranno fastidiosi adulti ebrei e tedeschi”.

In queste giornate abbiamo assistito ad appelli che grazie alla kermesse sanremese hanno avuto uno spazio ed un respiro ai quali non siamo abituati.

Dalla bruttissima canzone di Mirko e il Cane (mi dispiace dirlo ma ho apprezzato molto la battuta della mia amica Shara che ha commentato “meglio se cantava il Cane”) alla bellissima performance di Pierfrancesco Favino, è stata data la possibilità, a chi ne aveva il coraggio, di lanciare un urlo di denuncia per quelle che sono le condizioni dei migranti, da quando tentano di arrivare da noi a quando ci arrivano e qui cercano condizioni decenti di vita.

Adesso io non voglio rivolgere questo mio post a quelli dal repertorio: “rimandiamoli a casa…affondiamo i barconi…aiutiamoli a casa loro”, quelli per me hanno già perso la loro battaglia con la storia e sarà la storia ad insegnarglielo prima di quanto non credano.

Vorrei parlare a quelli della “mia specie”, a quelli che si commuovono davanti a tali denunce, a quelli che credono che al fenomeno delle migrazioni si risponda con l’accoglienza e non elevando muri.

Credo fosse Michela Serra che diceva che la differenza nel trattare con i migranti fra un governo di destra e uno di sinistra stava nel fatto che quello di destra gli dava un calcio nel culo e quello di sinistra un succo di frutta ed un calcio nel culo. Io credo che se la nostra azione vuole muoversi al di fuori dalla retorica sterile di certa politica dobbiamo prendere contatto con la realtà delle cose.

Collettivamente siamo sconvolti dal fenomeno e dalle sue caratteristiche, la narrazione fatta da chi il fenomeno conosce per esperienza personale o da chi non lo conosce e lo narra lo stesso, ci addolora e ci commuove. Ma, mi chiedo, personalmente che cosa comporta l’aprirsi all’accoglienza? Lo sappiamo che i migranti “fanno puzza”? Lo abbiamo ben presente che appena scendono dai barconi sono inermi e tremanti e subito dopo sono li a chiedere e a pretendere condizioni di vita almeno simili a quelle che noi consideriamo nostro diritto? Teniamo in conto che questi sono frutto ognuno della propria cultura che in molti casi è cosa estremamente distante e differente dalla nostra? E infine, per parafrasare la signora americana di cui sopra, che questi arrivano che sono “deboli e commoventi migranti” e l’indomani di trasformano nel migliore dei casi in cittadini che rivendicano diritti di cui il paniere della nostra società è sempre più sprovvisto e nel peggiore, in disadattati culturali e sociali che sono disposti a tutto per prendersi (consapevolmente o meno) tutto quello che gli abbiamo sottratto nei secoli e che ancora oggi gli neghiamo?

Ai miei amici progressisti (il “di sinistra” me lo evito) e a me stesso, a quelli che in queste ore giustamente difendono Favino dagli attacchi di chi non ha capito di essere al centro della rapida ed è ancora convinto di trovarsi sulla sponda aspettando di vedere passare il cadavere di chissà chi, chiedo: siamo pronti personalmente e collettivamente ad accogliere? Che cosa intendiamo cambiare nelle nostre abitudini, a quale delle nostre prerogative intendiamo rinunciare? In che maniera pensiamo di affrontare un cambiamento così traumatico, una crisi così epocale a partire da noi e da quelli che sono i nostri interessi, i nostri bisogni? Incapaci come spesso siamo di condividere ciò che abbiamo e ciò che pensiamo con il nostro prossimo più prossimo come pensiamo di attrezzarci per farlo con coloro che, almeno noi, riusciamo a sentire prossimi nella sofferenza ma che sarà difficilissimo sentire prossimi nella quotidianità?

Mentre queste domande mi si affollano in mente mi piace recuperare un post di qualche tempo fa che volentieri offro alla lettura di chi ne ha voglia e che secondo me offre un punto di vista interessante su come un’intera comunità possa reagire al cambiamento.

Per il resto faccio mio l’invito che Mario Cuminetti proponeva dalle pagine del suo “Seminare nuovi occhi nella terra” e dico che chi vuole accogliere deve come prima cosa raccogliersi con se stesso per comprendere, fuori dall’emotività e dalla giusta compassione, quale sacrificio concreto questo ci richiederà.

Annunci

6 pensieri su “Un succo di frutta e un calcio in culo

  1. Voglio solo porti una domanda.
    Tu scapperesti da una terra che ha : diamanti ,oro, petrolio, rame, e tutti il ben di dio che il sottosuolo offre oppure lotteresti come leone per cacciare il bianco da casa tua? ( faccio riferimento a quando citi che pretendano ciò che gli è stato tolto).

    Mi piace

    1. La domanda è un po’troppo secca e come tale rschia di offrirsi troppo alle generalizzazioni. Se proviamo però a circoscriverla ad un determinato momento storico (quando ancora la questione riguardava tutto il ben di dio di cui parli), ad un determinato luogo (nel quale era possibile che si sviluppasse una consapevolezza che permettesse ad un gruppo di persone che da un punto di vista sociale non era mai andato oltre al concetto di tribù) sono tantissimi gli esempi in cui gruppi di persone in Africa, nonostante il grandissimi squilibrio in termini di organizzazione e tecnologie si sono opposte all’invasore europeo conseguendo anche risultati eccezionali. Tanto per citare un esempio che mi riguarda da visino penso alla resistenza delle tribù Hehe in Tanzania contro i tefeschi alla fine dell’ottocento, quando letteralmente con lance contro cannoni riuscirono a bloccarli per anni fra le colline di Iringa. Per chiudere quindi direi che a volte proverei a resistere altre scapperei considerando sempre il fatto che mai si è trattato di uno scontro alla pari.

      Mi piace

  2. Credo che il problema Africa, riguardi più il presente che il passato.
    L’occupazione coloniale dell’0ttocento si è trasformata ora in uno sfruttamento da parte delle nazioni più potenti che non fanno nulla, anzi, per favorire il miglioramento di questi popoli, soprattutto per quanto riguarda l’autosufficienza. Le guerre intestine nascono da questi interessi.
    I migranti che vengono in Europa, non sono le persone più povere e sfruttate che ci sono nei villaggi, è gente che scappa dalle guerre, oppure gente che vive nelle città e vuole qualcosa di meglio. Quelli che alla periferia delle grandi città africane vivono sulle montagne di rifiuti e commerciano di quei rifiuti, non vengono da noi a cercare qualcosa di meglio, perché non se lo possono permettere, o non ne hanno la capacità intellettuale di pensarlo. C’è chi arriva qui per cercare un futuro migliore che l’Europa non è in grado di dare. Perciò pochi di loro possono integrarsi, anche perché non esistono strutture adeguate e l’Europa stessa non è più in grado di rabberciare le proprie ferite. C’è sempre da chiedersi come mai la gente scappa dai luoghi dove non c’è la guerra invece di cercare di costruire il proprio futuro a casa propria e viene a cercare in Europa qualcosa che non può trovare, visto e considerato che la maggior parte dei giovani che vengono qui hanno studiato e hanno famiglie che possono pagare loro un viaggio più costoso di quanto non sarebbe se venissero con mezzi normali e, purtroppo, anche più pericoloso. Se poi, quando sono qui finiscono per delinquere, per ovvi motivi, non si può pretendere che la gente sia aperta all’accoglienza. Non dimentichiamoci che ci sono organizzazioni che sfruttano queste persone. Anche organizzazioni, dalle mie parti, che hanno accolto i migranti con il beneplacito dello stato, ma solo per sfruttarli.
    Non è alla gente comune che si deve chiedere di cambiare la propria mentalità, quando il danno sociale è già stato fatto, lo si deve chiedere allo stato, alle leggi. Poi, il resto verrebbe da sé. Finora l’accoglienza è stata demandata alle poche associazioni serie e a qualche privato.

    Mi piace

    1. Io credo che la tua analisi in molti punti sia corretta. Per brevità ti devo però dire che in questo campo 8così come in altri, penso per esempio alla questione ambientale) resto convinto del fatto che per quanto l’intervento dello stato e la giurisprudenza debbano svolgere in maniera adeguata il proprio compito, anche a noi vada una parte di responsabilità e quindi anche in capo a noi c’è l’obbligo di fare qualche cosa.

      Piace a 1 persona

      1. Capisco che cosa intendi dire. Rimane il fatto che, parlo per ciò che conosco qui nel mio paesello, alla gente che già ha problemi di suo, e non pochi, sia molto difficile che possa aiutare gli immigrati, se non dando un euro a colui che tende la mano. D’accordo, l’accettazione è anche il sorriso e il saluto che dai loro e il rispetto.
        Poi pensi che la “carità” non è giusta, è stupida, è diseducativa, non solo per colui che riceve, ma anche per chi dà, che si sente a posto con la coscienza e tutto finisce lì e colui che riceve, se è fuori da un supermercato o da un parcheggio, a fine giornata ha ricevuto una buona paga e esentasse. Ci sono italiani che non sono più in grado di dare nemmeno un euro, pensa a tutte le donne che hanno la pensione di reversibilità o la minima e sono la maggior parte delle anziane del mio paese, tanto per fare un esempio, donne che hanno la pensione che va dai 450 euro ai 670 euro al mese. Conosco famiglie con figli dove il marito prende 1200 euro e la moglie ne prende 800 e hanno il mutuo da pagare e un domani avranno una pensione da fame. I centri di accoglienza assorbono una buona parte delle nostre tasse, che vengono tolte da altri servizi e i fondi europei non si capisce dove finiscano. E’ qui che io dico: lo Stato deve cambiare se vuole accogliere immigrati. Lo Stato deve creare i presupposti per l’accoglienza, dando sicurezza e serenità agli italiani e a coloro che vengono qui. Se non è la Stato a funzionare per primo, come si può pretendere che siano i cittadini a risolvere i problemi. Qui da noi ci sono associazioni di volontari che portano gli anziani, i meno abbienti e gli immigrati a fare le visite negli ospedali dei paesi limitrofi. Paga chi può, 5 euro,10, 15, 20 euro, per il trasporto. Gli stranieri non pagano, neanche quelli che possono farlo. Nessuno osa chiedere loro nulla, poi scopri che passano per primi davanti a ogni fila nei pronto soccorso, dal medico di base senza nemmeno aver prenotato e per sciocchezze. Nei paesi piccoli, la gente, per buona che sia, finisce per scocciarsi dell’arroganza di chi, spesso, viene qui da noi, e non solo dall’Africa, pretendendo di avere ciò che nemmeno gli Italiani hanno il diritto di avere.
        E non è la gente comune che sbaglia, è lo Stato che dovrebbe governare meglio.
        Non si può fare accoglienza senza regole, senza stanziare mezzi, senza fare controlli sul territorio, senza un programma decente. Senza tutto ciò si finisce per fomentare quell’intolleranza che diventa razzismo, cattiveria e lotta fra poveri.

        Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...