Per tanto tempo sono stato convinto che i nostri sensi funzionassero come delle finestre aperte sul mondo.

Grandi buchi aperti sulla superfice della nostra interfaccia con l’universo attraverso i quali ricevere sollecitazioni, impulsi, stimoli.

Poi è venuto Steve Van Matre e l’Educazione alla Terra, e dopo ancora David Le Breton con la sua antropologia dei sensi e mi hanno spiegato, convincendomi, che i nostri sensi purtroppo (e a volte per fortuna) non sono affatto dei canali aperti che ci mettono in connessione con il grande oceano galattico, sono piuttosto delle finestre ma delle finestre con tanto di vetri che si comportano da veri e propri filtri.

Si tratta in sostanza di tutti quei filtri culturali che finiscono per rendere quella che dovrebbe essere la nostra percezione più immediata, al contrario un processo estremamente mediato, a volte a tal punto mediato da alterare profondamente il nostro processo di acquisizione dei dati fino a lasciare interi pacchetti di informazione fuori dalla nostra portata.

Le paure di cui parlavo qualche post fa sono per esempio dei filtri potentissimi che ci tengono a distanza (di sicurezza direbbe qualcuno, ma io non la penso così) da quel flusso di informazioni e di stimoli che ininterrottamente provengono dal nostro pianeta e dall’universo tutto.

La paura di sporcarsi o di entrare in contatto con qualche cosa di sporco, che molti genitori inculcano nei bambini sin dalla più tenera età, è per esempio uno dei filtri più difficili da eliminare quando poi si tenta di riportare questi bambini a contatto con la loro matrice originaria. E così la paura di bagnarsi, la paura degli insetti o di alcuni animali, la paura dei fenomeni meteorologici, la paura del freddo o del caldo.

Finiamo per essere avvolti in tantissimi filtri sensoriali che finiscono per creare attorno a noi un bozzolo attraverso il quale non riesce passare quasi più nulla di ciò che naturalmente ci trasmette il nostro ambiente, ma attraverso il quale finiscono solo per giungerci tutti gli stimoli fuori scala che la città (il nuovo ambiente “naturale”) ci propone quotidianamente.

Se Steve Van Matre affronta la questione dal suo punto di vista proponendo azioni e attività che servano a ripulire queste finestre della percezione e che riportino la persona in condizioni di perfetta correlazione con il fluire delle cose attorno a noi, Le Breton affronta invece la questione da antropologo e si limita ad analizzarla senza esprimere un giudizio.

Anche i nostri sensi sono il prodotto di una mediazione culturale e questo va studiato a fondo. Le Breton sostiene per esempio che anche in termini gerarchici i nostri sensi hanno subito pesantemente l’influsso di quelle che è stato il succedersi di diverse condizioni culturali nel tempo.

Le Breton sostiene per esempio che, contrariamente a quanto crediamo, la vista non sia stata sempre il nostro senso prevalente ma che il sorpasso sia avvenuto solo in epoca medievale.

Considerato infatti l’oscurità che pesava su quel tempo (non in senso metaforico) a causa della scarsità di tecnologie per l’illuminazione notturna, dell’insesistenza di presidi per migliorare la nostra vista, e una comunicazione personale e sociale che avveniva solo in minima parte attraverso la scrittura e quasi completamente attraverso la comunicazione verbale, in quel tempo il senso prevalente era l’udito.

Solo con l’invenzione della stampa, la grande diffusione dell’illuminazione pubblica e privata, l’invenzione degli occhiali da vista, e la grande diffusione poi degli innumerevoli media che riempiono oggi le nostre giornate, si è passati da una società uditiva ad una visiva.

Nuovamente un fatto culturale, nuovamente filtri che evolvono e cambiano nel tempo: dalle vetrare istoriate che oscuravano (o coloravano?) le finestre medievali, fino ai sottili vetri rinascimentali, dai nostri isolanti vetrocamera di oggi fino (chissà) alle impenetrabili vetrate antiproiettile di domani.

E adesso il mio personale contributo alla questione. Io credo che anche l’olfatto sia un senso che risenta di forti condizionamenti culturali. Io, per esempio, quando arrivo per la prima volta in un posto completamente nuovo, un posto veramente lontano dalla mia cultura, sento unicamente gli odori cattivi. E d’altra parte sono certo di essermi finalmente acclimatato soltanto quando, anche dopo alcune settimane, comincio a sentire tutta quella gamma di odori che stanno al di sotto della soglia percettiva data dai miei filtri culturali e alcuni di quegli odori che consideravo cattivi cominciano a virare verso il “buono”.

Ma c’è di più. Io penso che l’olfatto, in quanto senso culturale, sia anche un senso che può essere educato ed essendo l’educazione anche un patrimonio famigliare, può diventare una specie di eredità.

Veniamo quindi a noi.

Da 15 anni sono entrato in relazione con la famiglia di mia moglie. Una grande famiglia siciliana. Una di quelle (come del resto era la mia) con una particolare attenzione nei confronti della pulizia, con particolare riferimento alla pulizia della casa.

Appena entrato in contatto mi sono reso conto che questa famiglia ha nel tempo ereditato e trasmesso alle generazioni venute dopo la percezione e il senso di un particolare odore: quello che loro chiamano la “puzza di beccume”.

Cosa sia la puzza di beccume con esatezza, nessun altro che non sia della famiglia, può dirlo. Per quanto riguarda invece loro, che condividono lo stesso patrimonio genetico o quanto meno culturale, cosa sia la puzza di beccume è chiarissimo solo che non lo sanno spiegare agli altri.

Sembrerebbe che si tratti di un cattivo odore che abbia a che fare con l’uovo e con certi odori sgradevoli ad esso connesi, ma di più non so.

Che si tratti d’altra parte di un “patrimonio realmente condiviso” e non di mera suggestione è dimostrato dalle tante occasioni nelle quali un gruppo di persone, di cui fa parte qualche componente della famiglia in questione, entra in un ambiente e solo gli appartenenti alla famiglia esordiscono con un: “che puzza di beccume!”. Che lascia gli altri interdetti e loro, solo loro, coscienti del cattivo odore ed immediatamente impegnati a porvi rimedio (sembrerebbe che la puzza di beccume si combatta con l’aceto).

Stamattina riceviamo a casa la mia nipotina (preciso “acquisita” solo per evidenziare la sua appartenenza genetica e culturale alla famiglia in questione) di otto anni. Mentre facciamo colazione ci racconta un po’ di storie del giorno prima e ad un certo punto ci dice “ieri con la mamma abbiamo dovuto subito richiudere il congelatore perché veniva fuori una terribile puzza di beccume!”.

Io e il mio Grande ci siamo guardati sorridendo: la cultura olfattiva della famiglia aveva conquistato un’altra generazione dando vita a quello che a pieno titolo bisognerebbe chiamare un “odore famigliare”.

6 pensieri su “Odori famigliari

  1. Da noi si dice “freschìn” è un insieme di odore di pelo di cane e d’uovo stantio, sommato all’odore di carne cruda un po’ vecchiotta e anche un leggero sentore di muffa. E’ vero, si combatte con l’aceto.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...