Nel 1998 imperversava un brano cantato dagli Jarabe de Palo con Jovanotti. Mi piaceva quella canzone. In maniera leggera e apparentemente superficiale poneva una serie di domande e di confronti e poi con il ritornello dava sempre la stessa risposta: “dipende. Da che dipende? Da che punto guardi il mondo tutto dipende”.

Mi piaceva quella canzone e ancora adesso mi piace, soprattutto il suo ritornello.

Ieri i miei amici Sergio Di vita e Michele Nardelli, che potrei definire i due spiriti che muovono la tavola ouija della mia associazione e che fino ad adesso non sono mai riusciti ad incontrarsi fisicamente, lo hanno fatto virtualmente su facebook (misteri moderni). Michele ha messo sul suo blog una riflessione sull’emergenza che rischia di diventare sistema, io “condividendola” la ho “condivisa”, Sergio leggendola si è preoccupato che questo potesse delegittimare chi nell’emergenza fornisce, anche a costo di grandi sacrifici, un servizio importante.

Chi dei due aveva ragione? Dipende.

Qualche giorno fa mia sorella Claudia mi ha invitato a confrontarci sulla problematica dei vaccini. Lei non è di sicuro fra i sostenitori della necessità ed utilità della vaccinazione di tutta la popolazione, io le spiegavo il mio punto di vista secondo il quale invece le campagne di vaccinazione degli ultimi decenni sono state una conquista importante per l’umanità.

Chi dei due aveva ragione? Dipende.

Adesso consentitemi di giocare un poco a fare Dio. Mi piazzo davanti ad un quadrato di suolo scelto un poco a caso sul nostro pianeta. Diciamo un paio di ettari da qualche parte al centro della Sicilia, niente di particolare. Vegetazione rada, tante pietre in giro. Adesso convoco al mio cospetto una serie di persone che identificherò trattegiandone qualche caratteristica (mi si perdoni la semplificazione alla quale la sintesi mi costringe) e a tutti farò la stessa richiesta: “descrivimi in poche parole cosa vedi davanti a te”.

Il cacciatore: è un pezzo di terreno dove vengo a cacciare ogni autunno. Ma oramai non ci passa più niente.

Il raccoglitore di asparagi: su questo terreno, tempo d’estate, io ogni anno appicco il fuoco. Così a settembre, dopo le prime piogge spuntano gli asparagi.

L’agricoltore: questo è il terreno che mi ha lasciato mio nonno. Lui lo coltivava, solo che non c’è acqua e quindi noi adesso lo abbiamo abbandonato completamente.

Il pastore: è il terreno dove in primavera porto le mie pecore. Siccome c’è uno che ogni anno gli da fuoco per fare ricacciare gli asparagi, in primavera c’è erba buona per le pecore.

L’ecologo: si tratta di un esempio interessante di gariga degradata dell’entroterra siciliano. E’ possibile rinvenire due importanti endemismi botanici che rendono questo posto meritevole del regime di tutela imposto dall’Unione Europea con la direttiva Habitat.

Lo speculatore edilizio: visto che, per quanto si tratti di una brutta pietraia, è a poca distanza dal mare adesso lo compro a due lire e ci faccio una bella serie di villette a schiera e un bel resort a quattro stelle.

L’amministratore pubblico: si tratta proprio del fondo sul quale, con il nuovo piano regolatore, abbiamo previsto il posizionamento di una dei piloni che sosterrà la rampa della super strada che, una volta costruita, consientirà di rompere l’isolamento nel quale si trova il nostro comune.

Chi ha ragione fra questi? Chi interpreta correttamente il significato di quel luogo? Dipende.

A questo punto chi mi conosce bene (e di sicuro i soci della mia associazione) sanno già dove sto andando a parare e un brivido freddo sicuramente gli correrà lungo la schiena. “Vuoi vedere che questo si ritira fuori la questione dei due piani con la quale da qualche anno tormenta tutti i nostri incontri nazionali?”. Ebbene si, è proprio quello che sto per fare.

Il fatto è che a me tutto questo ragionamento del “Dipende” non mi porta ad abbracciare la causa del relativismo assoluto, e quella di coloro che pensano che la verità non esiste e che l’uomo è solo, immerso in un universo ostile e casuale.

D’altra parte non mi porta nemmeno a credere che la verità sia un punto fermo, un assoluto indiscutibile da inchiodare sul muro della ragione o della morale costringendo tutti ad adeguarsi ad essa.

Il mio approccio, come spesso accade, è quello di chi preferisce cercare soluzioni nel campo della fisica piuttosto che in quello della morale.

Concepisco infatti la verità come se fosse un elettrone, e per questo riconosco che per essa, così come per l’elettrone, vigga una sorta di principio di indeterminazione di Heisember secondo il quale non siamo in condizioni di definirne l’esatta posizione all’interno del nostro spazio morale anche solo per il fatto che nel momento in cui cominciamo a guardare al suo sistema produciamo una perturbazione che ne altera i parametri di riferimento.

Il mio “dipende” quindi non vuol dire che esistono tante verità per quanti sono i punti di vista ma si offre piuttosto all’idea che ciò che conta per me non è accertare chi possegga le coordinate dell’elettrone, ma essere sicuro che l’elettrone da qualche parte esista, non è importante per me rilevarne con precisione la posizione, ma cicoscrivere semmai  lo spazio all’interno del quale ho una ragionevole speranza di trovarla, quella verità.

E quale è per me quello spazio? Io credo che tutte le nostre decisioni, moltissime delle verità delle quali oggi andiamo disperatamente alla ricerca, le risposte ai tanti dubbi che affliggono il nostro tempo, si muovono, come farebbe un elettrone attorno al nucleo del suo atomo, all’interno dello spazio compreso fra il piano personale e il piano collettivo.

Io credo fermamente che siano questi i due piani all’interno dei quali mettiamo quotidianamente alla prova il nostro agire, che proviamo a sanare nel tentativo di bloccare l’elettrone in qualche angoolo, che al tempo stesso però ci costringono a restringere il campo all’interno del quale provare a cercare questo benedetto elettrone.

Tanto per cominciare subito a giocare con questo sistema che mi sta tanto a cuore lo offro immediatamente ad una riflessione socilogica di serie C. Se dovessi mettere dentro il mio sistema le “genti d’Europa” sarei per esempio portato a pensare che, nell’affrontare i problemi e le questioni quotidiani, quelli del sud sono decisamente più disposti ad indossare le lenti del piano personale, mentre quelli del nord quelle del piano collettivo. Ma si sa, le generalizzazioni lasciano il tempo che trovano.

Allora provo a forzare un po’ di più il mio sistema e vi introduco la questione “Vaccini si o Vaccinio no?” (ma potrei nello stesso modo pormi la problematica delle migrazioni, o l’eterna questione africana, oppure il tema della relazione con le popolazioni Rom) per vedere che risposta mi restituisce, quanto riesco a restringere la nuvola probabilistica all’interno della quale ho, appunto, maggiori probabilità di trovare una risposta alla mia domanda.

Provo ad inserire i dati. Prtemetto che non credo che la Corte di Cassazione potrà mai venirmi a dire che non esiste nessun legame fra i vaccini e l’autismo. D’altra parte non credo, pur avendo massimo rispetto e comprensione per la loro sofferenza, che la linea possa essere dettata da chi è sottoposto al peso emotivo schiacciante della malattia di un figlio della quale non ri riesce a comprendere le ragioni e l’origine.

Ma proviamo anche ad immaginare che i vaccini, come quasi sempre avviene quando si parla di farmaci, presentino un certo rischio rispetto ai possibili effetti collaterali. Immaginiamo pure (lo so che sto mettendo piede su un terreno veramente delicato, ma me ne assumo la responsabilità) che fra questi rischi esista una certa, piccolissima probabilità che qualcuno sviluppi un disturbo gravissimo come l’autismo. Queste considerazioni (che a naso mi sembrano propendere verso la tesi di chi crede che i vaccini non dovrebbero essere resi obbligatori) fatte funzionare all’interno della spazio da me proposto, in quale zona di esso ci porterebbero a cercare il nostro elettrone?

Dipende.

Se fossi il “re del mondo”, un re anche saggio, talmente saggio da amministrare la giustizia (fate bene attenzione a questa parola) con equilibrio e lucidità, sarei probabilmente portato a dire che il rischio per l’umanità che io amministro è talmente piccolo commisurato al rischio diretto che proviene dalla malattia contro la quale la sto vaccinando da portarmi a credere che la verità è: “i vaccini vanno fatti perché nella valutazione fra costi e benefici ad un livello collettivo sono molti di più i secondi dei primi”.

Se fossi invece il papà di un bambino che dopo essersi vaccinato ha sviluppato una forma di autismo (e il solo pensiero mi produce dentro un dolore che non riesco a gestire) non avrei dubbi nel pensare che “i vaccini non vanno fatti e soprattutto non vanno resi obbligatori, lasciando ad ognuno la libertà di decidere per se stesso e per la propria famiglia”.

E se invece (tanto per rendere ancora più surreale l’esperiemnto) fossi un ecologo extraterreste che guarda al nostro pianeta dall’esterno e con il suo bellissimo microscopio cosmico? Allora probabilmente penserei che i vaccini sono una delle ragioni del collasso verso il quale il nostro pianeta sta andando incontro. Essi infatti mettendo l’uomo al di fuori della “normale selezione naturale”, delle quale anche le malattie fanno parte, lo ha portato a questa massiccia e incontrollabile esplosione demografica che è, nei fatti, la causa più evidente di degrado del nostro pianeta e dei suoi sistemi.

Chi fra questi ha ragione? Dipende.

Il primo traguarda chiaramente un piano squisitamente collettivo, il secondo soltanto quello personale. Il terzo addirittura spinge il piano collettivo ad un livello così alto da comprendere all’interno dello spazio dove abbiamo ragionevoli possibilità di scorgere un barlume di verità, il punto di vista del pianeta, dei suoi sistemi, dei suoi ambienti, degli altri esseri viventi che con noi condividono questo vascello di vita.

Ed io, io dove mi colloco, quale è la mia posizione in questa questione? Io che sono io, che sono padre di due bambini sani (e di questo ringrazio Dio…ma sono sicuro che sia giusto farlo se dal mio piano personale mi sollevo un poco e provo a pensare a tutti quesi genitori che non hanno la mia stessa fortuna?), che ho una famiglia, che vivo in Sicilia, che sta in un paese che tutto sommato mi piace, che ricade all’interno di un Europa alla quale credo profondamente, che sta su un pianeta che amo con tutto il mio cuore (e non porto oltre questo mio gioco fotografico), io, poste queste condizioni, cosa penso della questione vaccini?

Io in questo momento e a queste condizioni sono portato a pensarla un poco come il “re del mondo”, e penso che, anche considerando il rischio, dovremmo fare vaccinare i nostri figli, e sicuramente dovremmo farlo, se per tutto il resto abbiamo accettato il patto sociale che ci porta (a ragion veduta immagino) a vivere calati in una società complessa e non su un pizzo di montagna o nella solitudine di una foresta remota. Se riteniamo che questo patto sociale, fatto di scuole, fatto di luoghi pubblici, fatto di leggi, di polizia, di ospedali, sia un patto all’interno del quale riteniamo opportuno pensarci, e insieme a noi anche la nostra famiglia, allora credo che i vaccini, come parte di questo patto sociale, vadano accettati per il loro valore collettivo e con tutti i loro rischi personali.

Mi fermo e rileggo quello che ho scritto. E nonostante tutte le mie preoccupazioni trovo che quello che ho provato ad esprimere, nel massimo rispetto delle ragioni di tutti e soprattutto delle loro sofferenze, pecchi ancora di una sorta di presuznione dell’uomo fortunato che prova a mettere il tutto dentro una specie di centrifuga deterministica e a tirare fuori da essa un bel coniglio.

E allora suggerisco a me stesso e a coloro che avranno avuto la pazienza di arrivare a questo punto di questo mio lunghissimo post di imporre al sistema due vincoli, altri due livelli. Non serviranno magari a restringere il campo ma di sicuro serviranno a mettere maggiormente a sistema due variabili importanti: la compassione e il senso della giustizia.

Alla fine di tutto questo sproloquio io non so davvero dove è questa verità, non so davvero cosa sono e cosa voglio, ma mi piacerebbe almeno provare a scegliere con chiarezza (come ci invita a fare il mio amato Francesco Guccini che a sua volta parafrasa il mio amato Eugenio Montale) ciò che non siamo e ciò che non vogliamo.

E allora proviamo a sovrappore alla nostra griglia due principi grandissimi e che sgomentano come l’amore e la giustizia. Il primo che traguarda il bisogno e il seecondo il merito. Lo so, lo so che il primo sembra tanto sovrapporsi al piano personale, e il secondo a quello collettivo, ma in realtà introducono entrambi un virus all’interno del sistema che ne sovverte ancora le regole e fonde lo spazio fra i due piani, facendoli diventare due facce della stessa medaglia. Torce i due piani trasformandone la geometria in topologia, finendo per ridurli al piano unico costituito da un nastro di Moebius.

In questo spazio nuovo so di sicuro “cio che non siamo e ciò che non vogliamo”. So che non hanno per esempio cittadinanza le istanze del piromane che brucia il bosco per fare ricrescere gli asparagi, e allo stesso modo non la hanno le istanze della multinazioanle del farmaco che antepone alla vera questione sui vaccini il proprio interesse ecomomico.

Ma introducendo l’elemento della giustizia trovo per esempio senso nel mio lavoro che mi porta in questi mesi a cercare di migliorare un sistema di valutazione del personale della mia amministrazione che provi a valutare il merito di chi come me lavora al suo interno.

Ma introducendo l’elemento dell’amore e della compassione so che a prescindere da ciò che penso sulla cooperazione internazionale e sul fatto che un’azione che abbia veramente senso a parere mio non può prescindere da una lettura fatta a partire dal piano collettivo che antepone gli interessi della comunità a quelli del singolo, mi commuoverò sempre davanti alla persona che incontrato un bambino tremante sulle strade dei nostri villaggi, si tolga la felpa per dargliela.

E per il resto? Dipende.

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2 pensieri su “Dipende

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