Cesare misura il mondo a palmi. La mano è il suo organo principale, il tatto il suo senso. Cesare è cartina tornasole, spreme una goccia dell’universo e osserva come cambia il colore della sua mente, del suo cuore, della sua anima.

Ha bisogno di sperimentare tutto, il grosso di quelle che scambiamo per monellerie sono in realtà esperimenti mal riusciti, effetti collaterali del suo mettere continuamente alla prova l’ambiente circostante, vibrazioni prodotte dal suo entrare in relazione con esso.

Lui fa quel che può, se dice “no” (e lo dice spessissimo) è solo perché non ritiene di potere mantenere l’impegno che gli si chiede di prendere, perché non pensa di potere resistere all’attrazione del rischio, alla sirena dell’esplorazione, al richiamo della gravità e di tutte le forze che riguardano questa nostra parte di universo, nel gioco delle quali lui è quotidianamente coinvolto.

Cesare non prende un impegno se non è sicuro (messe in ordine all’interno della sua personalissima tabella di Mendellev tutte le paure, tutte le tentazioni, tutte le debolezze) di poterlo mantenere, di essere in grado di onorarlo.

Bisogna sottolineare che il personaggio in questione non ha ancora 5 anni e il tutto si gioca in quello spazio compreso fra il cibo, la nanna, il gioco ed alcuni, altri, impellenti, bisogni fisiologici.

Ieri sera aveva preso un impegno con la mamma, ma io non ero stato messo al corrente della cosa. Siccome ci chiama ogni notte per bere, e l’architettura della casa ci costringe a fare un po’ di scale per soddisfare il suo bisogno (cosa che non facilita affatto la ripresa del sonno) la mamma lo aveva invitato a organizzarsi in autonomia, bevendo dalla bottiglietta che gli lasciamo comunque accanto al letto. La colimazione delle coordinate interiori con le sollecitazioni esterne lo aveva portato a dire: “va bene”.

Saranno forse le due di notte. Mi sveglio perché sento la radiolina che ci collega con il tipino che si attiva ripetutamente. Non viene fuori però il solito urlo al quale siamo abbituati. Giunge piuttosto una specie di sospiro, anzi più un gemito, impercettibile ed inquietante. Mi prendo ancora qualche minuto, magari è solo un’interferenza. Il suono intanto continua. Allora decido, per la terza notte consecutiva, di sospendere il mio sonno e andare da Cesare,

Lo trovo seduto al centro del suo lettino. Ha la bottiglia dell’acqua in mano, trema un poco ed emette piccoli singhiozzi.

“Che succede piccolo”. Mi dice prima, muovendo la mano libera come fosse l’ala di una piccola farfalla, “ero qui da solo”. Poi mi guarda e aggiunge con voce rotta: “io LA volevo lasciare in pace!”. E il LA si riferisce chiaramente a sua madre.

Cesare aveva preso un impegno, superiore alle sue forze, e lui che misura tutto così bene, una volta tanto non lo aveva capito. Lui, così perentorio nella richiesta, così implacabile nel pretendere, anche se solo e smarrito nel cuore della note non poteva accettare di venire meno all’impegno, di rompere il patto con sua madre.

Mi sono disteso un poco con lui e poi lo abbiamo portato a letto con noi. E mentre questa farfalla esigua si rannicchiava sorridente fra di noi, io ero tormentato dalle perole di un racconto di Bradbury: “Nel fresco della sera, il metallo della Macchina della Felicità era troppo caldo per potersi toccare. Quindi, Leo pensò, Saul stasera è venuto qui. Ma perché? Era così infelice da avere bisogno della macchina? No, era felice ma voleva continuare ad esserlo per sempre. Si poteva biasimare un ragazzo tanto saggio? Eppure…

Di sopra, all’improvviso, qualcosa di bianco tentò di sgusciare dalla finestra di Saul. Il cuore di Leo Auffmann ebbe un tuffo. Poi si rese conto che era solo la tendina, agitata dal vento della sera. Ma all’inizio gli era sembrato tutt’altro, una cosa intima e scintillante, l’anima di un  bambino che fugge. E Leo Auffmann aveva alzato le mani come per afferrarla, per spingerla di nuovo nella camera da letto. Aveva freddo, tremava: tornò in casa e salì in camera di Saul. Una volta arrivato afferrò la tendina  e chiuse ermeticamente la finestra, in modo che non potesse scappare di nuovo. Poi sedette sulla sponda del letto e mise la mano sulla schiena di Saul”.

Ed io, mio Adorato, con queste parole che mi ronzavano in testa, sono rimasto a vegliarti per un poco affinché fossi certo che la tua anima inquieta restasse con noi.

 

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8 pensieri su “Una cosa intima e scintillante

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