Questa è la sessantaseiesima edizione della Fiera del Mediterraneo. Da più di sessantasei anni la Fiera Campionaria esiste.

Beati coloro che hanno nella propria storia e nella propria vita una fiera come la Fiera del Mediterraneo.

Io sono felice di averla nella mia vita e ho molto sofferto negli anni in cui la Fiera è stata chiusa. Forse qualcuno penserà che sto scherzando e invece sono serio e sincero.

Tutti dovrebbero potere avere, fra gli incastri della propria vita, un luogo come quello a lubrificarli.

La Fiera è un posto cristallizzato nel tempo. La Fiera è una certezza, il luogo del rito per eccellenza, quel posto nel quale andrai ogni anno, sempre nello stesso periodo e ogni volta, dopo 10 minuti, dirai sempre la stessa frase: “quest’anno è ancora peggio dell’anno scorso”.

La Fiera finge novità ma è in realtà ogni anno più vecchia non perché lei si muova in qualsiasi direzione nel tempo ma perché è continuamente superata da qualunque altra cosa accada.

La Fiera è un’inerzia, è un punto fermo nello spazio e nel tempo, un perno attorno al quale ruota la storia del mondo e delle persone.

La Fiera è specchio deformante che ti aiuta a pensare, anno dopo anno, che in fondo non sei cambaito visto che anche la Fiera è rimasta identica a se stessa.

La Fiera è memento “non” mori, ti dice con dolcezza: “ricordati che in fondo forse non devi morire…non vedi? Se io sono ancora qui, dopo 66 anni indentica a me stessa perché non dovrebbe essere lo stesso anche per te?”.

La Fiera inventa il cambiamento restando sempre identica, fa finta di mutare come potrebbe farlo un trasformista che si cambia d’abito e di maschera per sembrare un altro ma resta sempre identico a se stesso.

Da i Cuochi Francesci delle Crepes al Grand Marnier degli anni 60 ai cuochi Tailandesi di ieri sera, ti da la sensazione che in realtà si tratti delle stesse persone che ogni anno interpretano un ruolo diverso travestendosi magari, truccandosi in maniera tale da farsi gli occhi a mandorla, seguendo un corso che gli permetta un anno di farti credere che sono esperti di cucina francese e l’altro di cucina orientale.

La Fiera ti spaccia per novità assolute cose che già altrove sono passate da anni. La Fiera è provinciale, è solida, è umana, è un paradosso e al tempo stesso un portale.

Ieri sera passeggiando per i viali mi rendevo conto che da un momento all’altro avrei potuto sentire la voce di mia madre che mi chiamava, oppure avrei potuto voltarmi e dare la mano a mio padre che mi cercava proccupato fra la folla. La Fiera si divertiva a delocalizzarmi e a detemporalizzarmi e mentre immaginavo di dare la mano a Cesare (mio padre) la dava nella realtà a Cesare (mio figlio).

La Fiera è arancinotto, anguriotto, salamotto, pentolotto, aspirapolverotto, e così via di seguito in una sequenza di “otti” che attraversa il tempo e  che ti auguri possa non finire mai.

E poi ieri sera dopo essere entrati dall’ingresso nord (di per se grave strappo al rito) abbiamo percorso tutto il viale principale fino all’ingresso sud (quello dal quale, emozionatissimo, entravo sempre quando ero bambino). Li la grande fontana era spenta (come purtroppo accade da diversi anni), la fontana dalla quale credevo provenisse il profumo che più di tutti ha su di me un potere evocativo in stile “madeleine”, il profumo del quale ho sempre cercato riscontro negli altri chiedendo se anche loro lo sentivano nelle sere della loro infanzia entrando in quel mondo magico che era ed è la Fiera.

E ieri, dopo 53 anni ho scoperto che il profumo non viene dalla fontana ma dai tigli che la circondano e che ogni anno, di questi tempi sono fioriti. Ancora una volta, dopo 53 anni la Fiera mi ha stupito, mi ha commosso, ha accolto me e la mia famiglia, mi ha concesso una sera fuori dal tempo, mi ha garantito, assicurato, che la morte è ancora lontana e che ogni anno, ogni anno per ancora tantissimo tempo, potrò varcare quel portale ed entrare, io e tutto ciò che ho di più caro, in una infinita “estate incantata”.

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3 pensieri su “Beato chi ha una fiera

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