Quando nel 1970 esce ” La Buona Novella” io aveva appena sette anni e ancora non ero pronto a scoprire Fabrizio De Andrè. Lo avrei scoperto qualche anno dopo attraverso altri album, e poi, a ritroso sarei arrivato a questo.

Quando lo sentii per la prima volta rimasi letteralmente fulminato. Appena reduce della lettura de “La Gloria” di Berto, e portatore di una mia pesonalissima visione maturata attraverso letture incendiarie e discussioni infinite, ritrovavo nelle canzoni che compongono l’album (allora si chiamava LP!) un’idea estremamente umana di Cristo, idea che in quel tempo, nel “pacchetto azionario” della sua duplice natura, rappresentava sicuramente il socio di minoranza.

Cominciò allora il rito al quale mi sottoponevo, e sottoponevo le persone che mi erano vicine, finalizzato ad un completo e profondo assorbimento del disco, in ogni sua parte.

Ripetuti ascolti solitari seduto in una scomodissima poltroncina ancora presente nella mia terrazza “di oggi”, e appena mi sentivo pronto, un primo ascolto condiviso con le persone più care, primo fra tutti il mio amico Vincenzo.

E poi infinite discussioni, dissertazioni, liti, interpretazione improbabili, letture ardite, nelle settimane a venire.

Alcune cose le avrei capite a quel tempo, almeno così credo oggi, per altre di tempo ce ne sarebbe voluto altro.

C’è una canzone in quest’opera che ho capito ed apprezzata molto tempo dopo, anche se già allora mi toccava profondamente senza che io capissi esattamente quali fossero le corde che muoveva.

Ho compreso il senso profondo di “Tre Madri” infatti, solo quando ho avuto la fortuna di essere “collaterale” alla maternità.

E ho capito che con quest’opera probabilmente De Andrè voleva ancora una volta parlare di umanità senza restringerla a quella di Cristo ma provando a declinarla ad ampio spettro, calandola come un velo su tutti i personaggi della sua storia, perché è così che funziona nella storia dell’uomo.

E allora, con questa canzone, ci presenta una maternità che non è creazione, quella si appannaggio della Divinità, ma che le assomiglia a tal punto da fare sentire in diritto, una donna “qualsiasi”, se non di opporsi quanto meno di opporre una resistenza condizionale alla volontà e alla legge di Dio.

Alla fine restano inmpresse nella mente e nel cuore, senza possibilità ne volontà di cancellarle, le parole: “non fossi stato figlio di Dio, ti avrei ancora per figlio mio”.

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8 pensieri su “Tre Madri

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