La mia maniera di vestire è da sempre oggetto di conversazione e motivo di critica da parte di molti, primi fra tutti i miei famigliari.

Non tengo agli abiti, non riesco ad interessarmi all’argomento, ho una propensione al nudismo piuttosto spiccata. Ho fatto di una frase di Marquez uno dei miei motti personali: “Io sono un uomo che si veste nel buio”, da cui potete immaginare gli interessanti e singolari accoppiamenti di colori e stili che possono venirne fuori.

Credo che l’ambiente in cui la mia maniera di vestirmi ha mietuto il maggior numero di vittime è il mio ufficio. In questi 25 anni di amministrazione pubblica ho visto tanti volti sgomenti (soprattutto in ascensore) davanti al mio look del giorno. Non dimenticherò mai certi commenti quando si pensava che io non sentissi, o la faccia di due mie colleghi, riflessa su una porta a vetri indiscreta, in un giorno di tanti anni fa (allora ero ancora vegetariano) quando mi presentai all’ingresso del mio Dipartimento (dopo aver poggiato la mia moto ad un palo, considerato che il cavalletto era rotto) abbigliato come segue: immancabile sandalo da trekking, pantaloni rossi, occhiali da arrampicata sul ghiaccio e strepitosa maglietta in stile “pop art” con quattro mucche psichedeliche e sotto la scritta “le mucche amano i vegetariani”. Vi assicuro che anche quel giorno tutto era stato affidato al caso e ciò che può sembrare un abbigliamento ricercato e provocatorio era solo il frutto di una mano che aveva preso in un cassetto la prima cosa che gli capitava.

Devo confessare che per me concetti come quello della “stiratura” (anche se adesso nella negozziazione famigliare ho finito per soggiacere alle posizioni della parte femminile) e ancora di più, come quello del “cambio di stagione”, mi risultano completamente incomprensibili.

E ieri sera con mia moglie ci siamo trovati ancora una volta a parlare del mio abbigliamento. Lei come sempre critica (anche se in fondo solo un po’ meno “casual” di me), io sulla difensiva nel sostenere una posizione che con il procedere degli anni deriva sempre di più da uno “stile giovanile e simpatico” verso una “patetica attitudine da anziano”.

Allora, messo un po’ alle strette, ho reagito con una frase della quale mi sono pentito quasi subito. Ho detto: “Vera io alla fine ho visto troppa Africa per tenere da conto gli abiti”.

Io lo so che cosa sembra voler dire questa frase, lo so che suona terribilmente arrogante e supponente, e proprio perché lo so adesso voglio spiegarne il senso profondo e al tempo stesso scusarmi con Vera per averla detta.

Io lo so quale è la prima chiave di lettura alla quale questa frase si offre: “ho visto troppa povertà per preoccuparmi del valore e dell’eleganza degli abiti”.

Non è quello che volevo dire. Io, anche se l’ho detto male, volevo dire che in Africa ho visto e vissuto semmai un’eleganza inarrivabile. Ho visto con i miei occhi atti ed espressioni di una tale raffinatezza e dei quali io non mi sento capace e, in fondo, nemmeno degno (che alla fine è forse la parola chiave di tutto questo discorso).

Ho visto Bettina mangiare una coscia di pollo (che forse era anche la prima della sua vita) staccando ogni singolo brandello di carne con le dita, e tutto con una tale finezza che nessuno, fra tutti coloro che conosco, attrezzato con posate d’argento, sarebbe stato capace di fare meglio. Mi offrì allora la parola giusta per descrivere questa forma di eleganza il Frate che commentando il comportamento di Bettina liquidò la cosa dicendo “quando mangiano sono solenni”.

Ho visto, nei giorni di festa, persone che indossano camicie bianchissime e noi poveri europei tutti a chiederci “ma come fanno?”. Noi prigionieri dei nostri detersivi super sbiancanti che non tolgono le macchie nemmeno se li paghi, noi che ogni volta che lavavamo i nostri vestiti, con la stessa acqua di fiume che utilizzano queste persone, ottenevamo in cambio abiti più sporchi di prima.

Ho visto mamme camminare per ore con secchi da 30 chili sulla testa pieni d’acqua, e poi camminare ancora per ore con cataste di legna sulla testa. E poi tornate a casa, mettere assieme tutto e produrre un miracolo: un bagno per i propri figli. E quando il bagno è terminato e i bambini sono stati asciugati con cura, ho assistito al rito dell’inceratura che rende le loro pelli splendenti come fossero fiamme brune.

Queste sono alcune delle cose che ho visto, questa è la “grande bellezza” di cui parlavo ieri sera, questa è l’eleganza alla quale facevo riferiemnto e che niente ha a che fare con la moda o con lo stile e che invece riguarda concetti come quelli di dignità e proprietà.

Non riesco a credere che l’eleganza si trovi in uno di quei negozi nei quali qualcuno pretende di venderla o comprarla con il denaro, nella stessa maniera in cui non credo che ci si trovi più il cibo, l’acqua, nè alcuna forma di appagamento o felicità.

L’eleganza per me non è qualche cosa che si acquista, è qualche cosa che si merita. E questa non è una di quelle prescrizioni che ci arrivano da Dio ma semmai dalla Termodinamica (che poi, forse, sono la stessa cosa).

Di questa eleganza io non sono capace, questa eleganza io non me la sono ancora meritata, di questa eleganza, che a me sembra l’unica possibile, io non sono ancora degno.

Il resto, abbia pazienza chi mi vive accanto, sono solo mucche psichedeliche.

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21 pensieri su “L’abito

  1. Bellissimo articolo.
    Il tuo discorso sull’eleganza mi ha fatto tornare in mente un pensiero che ho fin da quando ero proprio piccolina. L’eleganza è innata. Pensavo a mia madre che era elegante per natura, nella figura e nei gesti: poteva indossare un sacco di juta al quale aver praticato tre buchi e sarebbe sembrata vestita da Dior. Se io indossassi un abito di Dior sembrerei appena uscita da uno straccivendolo. Ero la delusione di mia madre, i miei vestiti durano vent’anni, a volte di più, a furia di lavarli alla fine sono così logori che proprio non si possono più usare. Non ho mai badato molto al vestiario, mi basta che sia pulito, ordinato e che mi copra quel tanto che serve.

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  2. Io stiro pochissimo, possibilmente niente (sono poco femminile, lo so, e non solo in questo. Ma non in tutto). Ricordo un uomo con cui avevo contatti per motivi di lavoro ma che a un certo punto confessò una certa attrazione nei miei confronti e mi disse tra l’altro (testuale) “anche quando ti vestivi come un carciofo ho sempre pensato che sotto il carciofo ci fosse qualcosa”. Vado a momenti, e qualche volta faccio ancora il carciofo, ma un po’ più di cura l’ho imparata. comunque a me i carciofi piacciono moltissimo 😀

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