Era il I luglio del 2004 quando la sonda Cassini entrava per la prima volta in orbita attorno a Saturno.

Da allora sono passati 13 anni durante i quali la sonda ha inviato a Terra innumerevoli informazioni sul pianeta, sui suoi anelli, sulle sue lune.

Siamo stati capaci di spingere a più di 3 miliardi di chilometri da noi un nostro messaggero sensoriale che adesso ci restituisce informazioni su quel mondo.

Ci impressionano oggi (per chi ha la pazienza e la volontà di recuperare la notizia posta, quando va bene, in decima posizione fra le notizie pubblicate dalle più sensibili testate on line) le immagini che ci arrivano, scattate ad appena 3000 chilometri di distanza, durante il primo salto che la sonda ha fatto nell’atmosfera del pianeta.

Infatti il 26 di aprile è cominciata una serie di 22 salti che porteranno ripetutamente la sonda a contatto con gli strati più profondi dell’atmosfera di Saturno e che si concluderà con l’ultimo tuffo della sonda che si autodistruggerà.

Le immagini ci impressionano perché, come dice il mio amato Le Breton, noi siamo esseri “visivi”, perché dal rinascimento in poi, anche per via di una serie di innovazioni tecnologiche fra cui la stampa, le lenti, l’illuminazione notturna, abbiamo smesso di essere “uditivi” e abbiamo finito per privileggiare la sfera e il senso della vista.

Questo ha conseguenze importantissime anche dal punto di vista comunicativo e alla fine, in quanto esseri relazionali, anche dal punto di vista ontologico.

“L’albero che cade in una foresta dove non c’è nessuno fa rumore?”.

Saturno è esistito fino a quando Cassini non lo ha visivamente scoperto per noi? Potremmo dire che proprio Cassini (l’astronomo) e prima di lui Galileo “mettono al mondo” Saturno grazie ai primi telescopi dell’epoca. Ma nulla esiste veramente fino a quando l’uomo non la vede da vicino. E quindi con Pioneer prima e con i 2 Voyager dopo, e soprattutto grazie  a Cassini (la sonda), Saturno comincia ad esistere per l’uomo e quindi, comunicativamente parlando, comincia ad “esistere”.

Il suo ruotare nello spazio che dura da miliardi di anni diviene evidenza ontologica solo nel momento in cui l’emittente Saturno si incontra con la ricevente Cassini. In quel momento e non prima si esprime l’essere, solo nella relazione sensoriale, nella comunicazione compiuta Saturno esce dall’indistinto pattern universale per divenire ciò “che è”. Nel’impossibilità di risolvere la questione riguardante la lunghezza del tempo, forse questa riflessione ci da almeno una possibile risposta su quella che riguarda l’ampiezza dello spazio: lo spazio è ampio per quanto un essere senziente riesce a percepirlo. Tutto quello che travalica la percezione semplicemente non è.

Allora, domani, mi piacerebbe se chi si occupa di rilevare ed elaborare i dati che in questo momento Cassini sta trasmettendo, si sforzasse per darci contezza non soltanto di ciò che si vede. Mi piacerebbe infatti che da qualche parte si potesse anche ascoltare il suono che inconcepibili venti producono nell’atmosfera di Saturno, mi piacerebbe che qualcuno fosse in grado di riprodurre per me l’odore di quel vento, il sapore del fluido che costituisce il corpo di questo gigante gassoso, l’impatto delle sue particelle su una piccola parte della mia pelle.

Allora, e solo allora, potremmo veramente dire che con un atto, prima sensoriale e poi verbale, l’uomo ha creato Saturno.

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9 pensieri su “La creazione di Saturno

  1. Bellissima chiosa. Chi asserisce che noi “fisici” (appassionati e/o professionisti del settore) non amiamo la poesia del mondo che ci circonda, riporterei, oltre alla frase di Feynman: “Ho un amico artista che alle volte dice cose con le quali non sono molto d’accordo. Magari raccoglie un fiore e dice: “Guarda com’è bello”, e sono d’accordo; ma poi aggiunge: “Io riesco a vedere che è bello proprio perché sono un artista; voi scienziati lo scomponete in tanti pezzi e diventa una cosa senza vita”, e, allora penso che abbia le traveggole. Per cominciare, la bellezza che vede lui è accessibile a chiunque e quindi anche a me, credo. Non avrò un senso estetico raffinato come il suo, ma sono comunque in grado di apprezzare la bellezza di un fiore. Per di più vedo nel fiore molte cose che lui non riesce a vedere. Posso immaginare le cellule, là dentro, e i complicati meccanismi interni, anch’essi con una loro bellezza. Non esiste solo la bellezza alla dimensione dei centimetri, c’è anche su scale più piccole, nella struttura interna, o nei processi. Il fatto che i colori dei fiori si siano evoluti per adescare gli insetti impollinatori, ad esempio, è interessante: significa che gli insetti vedono i colori. E allora uno si chiede: il senso estetico dell’uomo vale anche per le forme di vita inferiori? Perché è estetico? Domande affascinanti che mostrano come una conoscenza scientifica in realtà dilati il senso di meraviglia, di mistero, di ammirazione suscitati da un fiore. La scienza può solo aggiungere; davvero non vedo come e che cosa possa togliere.”, aggiungerei, dicevo, anche questo articolo…

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    1. sono perfettamente daccordo con il senso della citazione che mi proponi. Resta però anche in questo caso aperta la questioen della comunicazione. Non dubito infatti che “noi scienziati” siamo dotati del “senso del bello”, sono però assolutamente convinto che pochissimi in questo settore siano poi capaci di trasmetterlo, di comunicarlo. E allora finisce per essere un po’ come per saturno: per far si che le cose esistano (almeno da un punto di vista umano…ci sarebbe da chiedersi cosa ne pensano gli insetti!) bisogna percepirle e “dirle”.

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          1. Lo asserisco in qualche mio “pezzo”: fin quando in Italia avremo tre (!) quotidiani sportivi e la pagina della cultura parlerà sempre e solo di letteratura e di teatro, non si potrà fare di più per la divulgazione scientifica… le cosiddette “arti del quadrivio” sono state relegate ad un livello inferiore rispetto a quelle del “trivio”…

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            1. Questo è sicuramente uno dei problemi. Un altro serio problema è che si pretenda (e certe volte sono gli stessi diretti interessati a pretenderlo da se stessi e dagli altri) da chi fa ricerca, da chi si occupi di conservazione, che abbia anche capacità comunicative oppure taleti pedagogici. Prorpio l’altro giorno pensavo: mi sfugge qualche cosa oppure non c’è un solo passaggio all’interno del percorso che fa un professore universitario per diventare tale che tenga in considerazione una seppur minima infarinatura in pedagogia?

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